Trieste Film Festival

‘9-Month Contract’: la maternità surrogata in Georgia

La scelta di una donna georgiana per offrire un futuro migliore alla figlia.

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9-Month Contract è un film georgiano che affronta il tema della maternità surrogata. Diretto da Ketevan Vashagashvili è in concorso nella sezione documentari al 37° Trieste Film Festival, l’appuntamento italiano dedicato al cinema dell’Europa centro orientale. Nel corso del 2025 il film è stato presentato al Festival di Sarajevo, a Barcellona e a Copenaghen al CPH:DOX dove si è aggiudicato il premio The Human Right Award.

La dignità delle gestanti

La maternità surrogata in Georgia, come in molti altri paesi dell’est Europa, è un’attività regolamentata e perfettamente legale. Lo Stato offre l’assistenza medica di base e le agenzie gestiscono l’incontro di domanda e offerta, coordinando a livello internazionale le parti in causa: genitori intenzionati e gestanti. Il prezzo per una maternità in condizioni normali è di 14 mila dollari.

In 9-Month Contract, Zhana, una donna di circa trent’anni,  si racconta alla regista in un film che si sviluppa nell’arco di alcuni mesi. Si parla del suo presente da gestante, del suo faticoso passato e dei suoi sogni futuri. Nata in un orfanotrofio di Tbilisi, Zhana aveva conosciuto la regista Ketevan Vashagashvili una decina di anni prima, in occasione di un servizio per la televisione georgiana. All’epoca la donna viveva per strada con Elene, sua figlia di quattro anni. Le circostanze delle orfane georgiane solitamente conducono a prostituzione e ad alcolismo, ma questo non è accaduto a Zhana:

«la sua forza e la tenerezza nei confronti di Elena mi hanno commosso»

disse la regista dopo averla incontrata per strada, dove viveva in estrema difficoltà. Ed è effettivamente l’amore e la dedizione nei confronti della figlia la forza attraverso cui questa donna ha superato la sua condizione di ultimissima e raggiunto una certa forma di dignità.

Una donna e sua figlia

Il documentario segue Zhana nel presente, mentre sta portando avanti l’ennesima gravidanza. La terza su commissione. Elene ha adesso quindici anni. Entrambe vivono in un povero appartamento dove la madre non fa mancare niente alla figlia: dalle cure dentarie agli studi, dalle disponibilità di tempo con le amiche a piccole vacanze al mare.

Mentre i mesi delle gravidanze si susseguono Zhana lavora alla cassa di un supermercato e ogni giorno vive nell’attesa di rincasare per abbracciare sua figlia. Elene è ormai grande abbastanza per cui è perfettamente consapevole di quello che fa sua madre. La gratitudine e l’affetto sincero che prova la figlia si traducono nella promessa di impegnarsi fino in fondo a scuola e nella vita. La realizzazione dei sogni della madre del resto coincidono esattamente con quelli della figlia.

Ma se guardiamo al futuro, quante gravidanze saranno ancora necessarie? A quali condizioni? E quando non sarà più possibile? Oggi Zhana combatte per una maggiore assistenza medica da parte dell’agenzia che organizza le maternità e si batte per entrare nei programmi pubblici per ottenere una casa popolare più decorosa. Domani ci saranno sicuramente nuove necessità e nuove preoccupazioni, ma il corpo forse non sarà più lo stesso.

Il corpo di Zhana

Lo sguardo della regista è empatico e attento. 9-Month Contract non si pone come un film d’inchiesta, non denuncia apertamente anche se nel confronto tra nord e sud del mondo è chiaro da che parte si trovi. La macchina da presa sta prosaicamente a media distanza dalla protagonista, la segue e dialoga apertamente con lei. Non c’è segretezza in nessun ambiente, nemmeno negli ospedali. Del resto in Georgia il fenomeno della maternità surrogata è regolamentato, e anche se le gestanti non sono delle eroine o degli esempi non c’è nemmeno particolare discriminazione sociale o isolamento verso di loro.

L’attenzione della regista insiste spesso sul corpo di Zhana, sulla carne viva. A trent’anni Zhana è stata «operata già troppe volte», dice il medico che la visita prima del nuovo parto cesareo. L’evoluzione fisica che negli anni ha subìto il corpo della protagonista non è mostrata ma è facile e intuitivo immaginarne lo sviluppo. Il corpo è il prezzo da pagare: se il parto semplifica il futuro alla figlia di certo lo accorcia o lo complica alla madre.

Drammaturgia femminile

Un po’ per opportunità ma soprattutto per scelta, nel film di Ketevan Vashagashvili, non c’è la presenza scenica delle agenzie che organizzano le gravidanze. Queste rimangono sempre sullo sfondo, sono presenti in telefonate e messaggi ma non sono mai calate nella rappresentazione. E poi non ci sono uomini, non c’è presenza maschile. Non c’è il padre di Elena per esempio ma non ci sono uomini nemmeno nei racconti o nei propositi delle due protagoniste. In questo ombelico del mondo c’è solo drammaturgia femminile. L’autrice quindi non mostra ma comunica chiaramente il suo punto di vista sulla società, la sua condanna verso la pratica della maternità surrogata e per esteso la sua posizione di subalternità che il sud del mondo ha verso il ricco nord.

Lo spettatore esce dalla visione di 9-Month Contract con qualche consapevolezza in più sul tema, anche se comunque rimangono sospesi alcuni punti interrogativi che avrebbero arricchito il film. Per esempio, nel contesto della Georgia non sappiamo niente di come il resto della società tratti le gestanti, del rapporto giuridico tra amministrazione pubblica e agenzie private e della situazione generale del tessuto sociale georgiano. Intorno a Zhana, di cui non si conoscono i fatti che l’hanno portata in quella situazione, sarebbero state utile testimonianze di altre gestanti, delle colleghe di lavoro, dei vicini di casa o degli amici in generale. Riguardo al futuro della figlia infine non è chiaro quanto potrà essere portato avanti il progetto di farle intraprendere una carriera giuridica visto il fragilissimo tessuto in cui si deve sviluppare.

 

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