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Il nuovo cinema indipendente americano

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Negli ultimi mesi, il cinema indipendente americano ha mostrato una vitalità inattesa, trovando nei festival non tanto una vetrina quanto un laboratorio di linguaggi. In questo contesto, Sorry, Baby, opera prima di Eva Victor, si è imposto come uno dei film più significativi dell’anno: non per la forza dello scandalo che racconta, ma per il modo in cui sceglie di farlo.

Sorry Baby 

Il film affronta il trauma di una giovane docente di letteratura newyorchese segnata da una molestia — forse uno stupro — subita durante gli anni universitari, ma rifiuta deliberatamente il registro della denuncia. Nato nell’era del #MeToo, Sorry, Baby ne rappresenta già una fase successiva: non l’urgenza dell’accusa, bensì il tempo lungo dell’elaborazione, restituito attraverso ironia, pudore e una struttura narrativa fatta di ellissi e scarti temporali. Il dolore non è mai spettacolarizzato, ma immerso nel quotidiano, nelle pause, nelle relazioni che lentamente ricompongono una possibilità di equilibrio.

Il cinema indipendente americano

Il passaggio alla Quinzaine des cinéastes di Cannes ha sancito la legittimazione internazionale del film, poi confermata dalla presenza costante ai vertici delle classifiche di fine anno delle principali riviste americane. Più che un debutto promettente, Sorry, Baby appare come il segnale di un metodo: Victor — nata a Parigi, cresciuta professionalmente a Los Angeles, formatasi nella scrittura satirica per The New Yorker — dimostra una maturità sorprendente nel dare forma cinematografica agli stati emotivi irrisolti, alle fragilità non dichiarate, alle relazioni come spazi di cura.

All’interno dello stesso circuito festivaliero si è imposto anche Eephus di Carson Lund, film interamente ambientato durante una partita di baseball semi-amatoriale. La rigorosa unità di tempo, luogo e azione trasforma l’evento sportivo in una riflessione malinconica sulla fine di un’idea di America, osservata non attraverso il conflitto ma tramite la stanchezza, il fallimento accettato, la perdita di centralità. L’America di Lund — provinciale, silenziosa, non aggressiva — si pone come antitesi naturale all’immaginario MAGA, offrendo una visione politica tanto più incisiva quanto meno dichiarata.

Esordi femminili

In questo panorama si inseriscono anche due esordi alla regia che segnano un momento di svolta per attrici ormai consolidate. Kristen Stewart, con The Chronology of Water, affronta frontalmente la violenza fisica ed emotiva raccontata nell’autobiografia di Lidia Yuknavitch, costruendo un film aspro e corporeo, privo di compiacimento. Scarlett Johansson, con Eleanor the Great, sceglie invece la strada della commedia agrodolce, raccontando a New York l’amicizia improbabile tra una ventenne e una novantenne interpretata da una straordinaria June Squibb. Due debutti lontani per tono e ambizioni, ma accomunati dalla volontà di rifondare la propria identità artistica.

Non tutte le traiettorie, però, risultano altrettanto convincenti. Celine Song, dopo il successo di Past Lives, ha in parte tradito le attese con Material Love, una commedia sofisticata ma schiacciata dalle proprie ambizioni teoriche. Al contrario, ex figure cardine dell’indie come Ryan Coogler e Chloé Zhao hanno dimostrato, con Sinners e Hamnet, di saper coniugare autorialità e grande macchina produttiva, rientrando a pieno titolo nel discorso degli Oscar.

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Nuovi nomi

Tra i nuovi nomi emersi con maggiore forza spicca Michael Angelo Covino, che con Splitsville costruisce un crudele gioco di specchi tra coppie sposate e scoppiate, trasformando la commedia sentimentale in un campo di battaglia emotivo, popolato da personaggi incapaci di sottrarsi alle proprie contraddizioni. Zach Cregger, con Weapons, firma un thriller grottesco e perturbante, spesso letto come allegoria dell’implosione del presente politico americano, mentre Charlie Polinger, con The Plague, riesce a fondere coming of age e horror in un racconto di esclusione e violenza latente sorprendentemente compatto.

Chiude idealmente questo panorama Preparation for the Next Life di Bing Liu, adattamento dell’omonimo romanzo di Atticus Lish e storia d’amore fragile tra un’immigrata cinese di Chinatown e un soldato americano. Prodotto da Barry Jenkins, come Sorry, Baby, il film sembra indicare una direzione chiara: il nuovo cinema indipendente americano non cerca più di spiegare il mondo, ma di abitarne le fratture, osservando i corpi, i silenzi e le relazioni come luoghi politici primari.

 

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