FESTIVAL DI CINEMA
‘Sbundo’ di Costantino e Badolato: cronaca di una visione
Un uomo intraprende un viaggio senza ritorno.
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5 giorni agoon
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RedazioneLa fame di un corpo vivo che pulsa e sensazioni che penetrano fin dentro la carne. Questo è Sbundo, creato e diretto da Fabio Badolato e Jonny Costantino, che ne hanno curato anche fotografia, riprese e montaggio, prodotto dagli stessi autori che insieme sono la BaCo Productions. Un’opera viscerale che, a dodici anni di distanza dalle riprese in Calabria, è arrivata sugli schermi nazionali.
Proiettato lunedì 10 novembre al Cinema Modernissimo di Bologna, dopo l’introduzione degli autori e del direttore della Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli, il film ha inaugurato il festival Visioni Italiane. In concomitanza con la proiezione è stata inaugurata la mostra fotografica di Lorenzo Spagnolo, Behind Sbundo, al Caffè Pathé del Modernissimo.
La bellezza (o bruttezza) dello sbundarsi
Locandina di Sbundo, gentilmente concessa dagli autori
“La caduta è libera. L’orizzonte cieco. Il viaggio senza ritorno.”
Una mano che stringe fino a farsi affondo. Una bocca che gusta appieno, che assapora. Uno sguardo che squarcia la pelle finché non sanguina. Basta poco per divenire degli “sbundati” e tutti possono esserlo. Forse lo siamo sempre stati, ma abbiamo imparato molto presto a sotterrarlo. Non c’è vergogna nell’esplorare il lato più recondito e onesto dell’essere umano, per quanto sia putrido. Con questa premessa, Sbundo si presenta come un’opera autentica e vivente. Un gangster movie carnale e metafisico, dove non ci sono buoni né cattivi. Non ci sono eroi. C’è un’umanità sbundata, quella che non abbiamo il coraggio di guardare. Quella che ci fa più male, ma che, allo stesso tempo, ci nutre di più.
L’opera ripercorre il naufragio di un uomo (Vito “Gastone” Catania, per la prima volta sullo schermo) che sguazza nella sua stessa merda. Siamo i primi a sondare i suoi lati più nascosti, dove affiora una fragilità nuda, segno del tradimento di un’amicizia. Diventiamo parte integrante di uno sfacelo, immersi nella puzza del pesce morto, nell’amaro del miele, nel buio della notte. Non è chiaro quando si toccherà il fondo, o se esiste davvero una fine all’oscurità dell’abisso. Tutto quello a cui ci si può aggrappare è ciò che ci fa sentire vivi: lo sbundo.
Sbundo: tra essere e non essere
Scatto dalla mostra Behind Sbundo di Lorenzo Spagnolo, gentilmente concesso dagli autori
Mentre scrivo, una fitta arriva allo stomaco…
Parto da casa molto in anticipo.
Vado a vedere la mostra delle foto di backstage del film.
Ancora non c’è nessuno.
Me le gusto.
Sono inquadrature a loro volta.
Pellicola.
Il film del film.
Jonny che disteso riprende il mare.
A contatto con la sabbia e a vedere oltre il mare.
Quelle mani.
Quegli sguardi.
Momento intimo.
Trasporto e vertigine
Estratto di Sbundo, gentilmente concesso dagli autori
Arrivano.
Tante persone, facce sconosciute, altre conosciute.
Ho sempre avuto diffcoltà con le persone quando sono presa da qualcosa di più forte.
In questo caso, la visione di Sbundo.
Penso solo a questo.
Vado in bagno a respirare.
Odio il fatto di provare così tante emozioni.
Per le cose più normali per gli altri.
Voglio sedermi davanti a quello schermo e sbundarmi.
Non riesco più a reggere il contatto con così tante persone.
La tensione in me cresce.
Voglio vedere.
Voglio il silenzio.
L’ideale per me sarebbe essere in una sala vuota e vedere le opere da sola con gli autori.
Non parlarsi prima, sentire semplicemente il film.
Non voglio distrarmi.
L’arte è così potente, va oltre.
Siamo in sala, dopo un’attesa straziante, ma bellissima.
Mi trasporto nella carne altrui. Perché per me la creazione è specchio del creatore.
Il film inizia.
M’immergo in un altro universo.
Vero più della verità.
Non ci sono compromessi.
La ragazza, Gìa.
Mi chiedo da quale parte dell’Est arrivi.
Ci costruisco una storia dietro.
La storia del perché lei è lì.
Arrivo a immaginare persino la sua infanzia.
Arte che prende corpo
Estratto di Sbundo, gentilmente concesso dagli autori
Posso chiudere gli occhi e rivedere le loro facce.
Facce così inquietantemente affascinanti e affettuose.
Il divano.
Il letto.
La colazione.
Lo sgabuzzino.
Il mare.
IL MARE.
La strada.
Il buio e la luce.
Gonfio, Gastone.
Non abbastanza da esplodere.
Non ancora.
Ma è già esploso più volte in passato.
Carne da sfamare cuccioli di dinosauri.
Principesse e principi nella favola di chi è coraggioso abbastanza da leggerla.
Verità.
La verità prima di ogni cosa.
Montagne sui volti.
Puoi perderti nel cercare le buche che si sono scavati.
Un filo sospeso in aria.
Non sai quando stai per cadere.
Ti accorgi solo una volta a terra.
Che sei caduto.
Non hai nemmeno sentito il dolore.
L’atterraggio è avvenuto troppo in fretta.
Ma le costole ora sono rotte.
Guai, i dottori non sono affidabili.
Curarsi da soli è meglio.
Ma alla fine non vuoi.
Questa è la verità.
Essere malati è un diritto.
Ma non parlo di malattia, sia chiaro.
Parlo di autori che sono aquile e ricci.
Al contempo.
Il riflesso di noi stessi in Sbundo
Estratto di Sbundo, gentilmente concesso dagli autori
Sbundo è la rivelazione.
Non ti mente, non ne ha bisogno.
Ti sbatte e ti rompe le gengive mentre stai godendo.
E qui ho in mente ogni immagine.
Le voci.
Lo rivedo in testa.
Da allora non è passato un giorno senza che ci pensassi.
Mi lascio ossessionare.
Perché è ciò che mi appartiene.
Ho visto la dolcezza.
La fragilità.
La fame di seno della mamma.
La corazza che si sbunda.
La corazza che fotte.
La corazza che non ha fottuto lui.
Il Piressico.
Che liberazione poter scrivere con questa libertà.
Non mi è stato permesso.
Ma dopo Sbundo me lo permetto.
Perché sì.
Inculatura del mondo, di sé stessi.
Pompinatura del piacere.
Giusto il tempo di un gelato.
Prima che si sciolga e sporchi tutto di cioccolato.
O di merda.
L’io che pulsa, l’io che ha fame
Scatto dalla mostra Behind Sbundo di Lorenzo Spagnolo, gentilmente concesso dagli autori
Non mi interessa più il sensato.
Arrivata qui, voglio essere insensata.
Incapita.
Incapace.
Inculabile e incurabile.
Perché l’essere non è una cosa sola.
Odierei essere vista come una cosa sola.
Sono, talvolta, così sola.
Non sono che sperduta e sperdibile.
Ma sicuramente dopo Sbundo diversa.
Non analizzo le cose.
Le vedo accadere.
È il bello.
La libertà è in Sbundo la prigione.
La prigione permette di scrivere.
Nulla esiste.
Tutto infine è concesso e connesso.
Perché ora nelle cose che faccio c’è pure Sbundo.
E non lo posso evitare.
Incosciente.
Finito Sbundo io volevo stare in una stanza buia.
Completamente buia.
Ma non puoi sempre vivere le cose come le vuoi.
Perciò mi sono alzata.
Modalità automatica, per arrivare a casa.
Il corpo c’era.
L’anima però voleva solo sentire ancora e ancora la voce di Gastone.
Perché non c’era il rosso.
C’era il sangue.
Poi non ricordo più cos’è successo.
Davvero.
Ero ubriaca.
Sbundata.
Tornando a casa, con Leonardo e con il signore che trasforma le radici di un albero e dell’acqua in un mondo sconosciuto, abbiamo ripreso con la camera semplicemente la poca luce e il buio. Chissà cosa si vede lì dentro? Chissà se io lo vedrò mai? So solo che vivrei così tutta la mia vita. Ora, in realtà, non mi fermo qui. Avrei altro da dire, non ne ho abbastanza, ritrovandomi nell’ultra per colpa di Sbundo, il film che mi ha dato nella sua più disarmante concretezza l’idea della libertà che cerco nell’arte, che cerco nel cinema. Non mi fermo.
A ognuno il suo Sbundo.
Testo di Marcela Roset
Introduzione ed editing di Eleonora Zanardi