Durante i processi alleati degli anni Quaranta, dopo la caduta del regime nazista, lo psichiatra americano Douglas Kelly viene incaricato di valutare lo stato mentale dei prigionieri nazisti e di stabilire se siano idonei a sostenere il dibattimento per crimini di guerra. Da un giorno all’altro, Kelly si ritrova coinvolto in un intenso duello psicologico con Hermann Göring, braccio destro di Hitler e una delle figure più temute del suo tempo.
Fuori concorso al 43° Torino Film Festival torniamo a confrontarci con uno dei capitoli più drammatici e oscuri del XX secolo: il processo di Norimberga. Il regista e sceneggiatore James Vanderbilt — già noto per pellicole come Zodiac — presenta la sua visione con Nuremberg, un film che tenta non solo di ricostruire la storia, ma di sondare la natura del male e la fragilità della coscienza.
Una storia di coscienza, giudizio e manipolazione
La pellicola è liberamente tratta dal libro The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai e si concentra sul ruolo — spesso poco esplorato — dello psichiatra americano Douglas M. Kelley. Interpretato da un’intenso Rami Malek, Kelley viene incaricato di valutare la salute mentale dei leader nazisti detenuti, tra cui l’ex Reichsmarschall Hermann Göring: un uomo potente, brillante, manipolatore — interpretato da Russell Crowe.
A partire da un incarico clinico, il rapporto tra Kelley e Göring si trasforma in un confronto psicologico e morale carico di tensione. Non è solo la perizia a interessare: il film esplora un legame ambiguo, fatto di seduzione, inganno e fascino del potere, che mette in discussione la distinzione tra follia e coscienza del male.
Alla procura del processo c’è il pubblico ministero Robert H. Jackson, interpretato da Michael Shannon, la sua presenza rilancia l’urgenza di giustizia, mostrando che il processo non è solo punizione, ma una responsabilità collettiva.
Una ricostruzione storica potente e una riflessione contemporanea
Il film, con una durata di 148 minuti, porta sullo schermo la Germania del 1945-46 e la costruzione del processo di Norimberga, cercando di essere il più possibile rigoroso e rispettoso verso i fatti storici.
Ma Nuremberg non vuole essere solo un documento storico. Vanderbilt ha dichiarato di voler rendere “a prova di bomba” la sceneggiatura, affrontando il compito con grande scrupolo e consapevolezza del peso morale di questa storia.
Attraverso la dinamica tra Kelley e Göring, il film mette in scena un interrogativo inquietante: il male è frutto di follia o di calcolo? Sono i meccanismi di potere, l’ideologia, l’ambizione — o la banalità del male? Così, la pellicola riporta la responsabilità collettiva nel presente: il rischio che simili dinamiche tornino oggi non è remoto.
Recitazione e potenza drammatica: la prova di Russell Crowe
Un elemento che spicca in tutto il film e che lo spettatore attende è la performance di Russell Crowe. Nel ruolo di Göring, l’attore dà corpo (letteralmente) a un villain carismatico, seducente e minaccioso, la sua interpretazione ha un fascino oscuro, perfetto per rappresentare la perversione del potere e la manipolazione ideologica. Molto bello il fatto che Crowe scandisca, in un crescendo, la sua fiducia nei confronti dello psichiatra, partendo da una recitazione in tedesco per poi passare all’inglese americano.
Anche Rami Malek — spesso associato a ruoli più “pop” — dimostra di sapersi misurare con materiale drammatico e complesso, incarnando Kelley con ambiguità, fragilità e conflitto interiore.
Punti di forza e qualche debolezza
Tra i meriti del film c’è indubbiamente la capacità di far rivivere un momento storico cruciale non come mera cronaca, ma come specchio del presente. La tensione psicologica, la ricostruzione scenica e le scelte narrative trasformano la pellicola in un dramma umano e morale intenso. Non ultimo, la scelta di far emergere la figura di Kelley nella storia, non secondaria, anzi un monito per i posteri a non abbassare la guardia sull’orrore della guerra e sul fatto che l’uomo possa replicarla anche in altri luoghi e periodi storici della nostra esistenza. A noi, di lui rimane lo scritto “22 Cells in Nuremberg: A Psychiatriest Examines the Nazi Criminals” purtroppo mai tradotto in Italia che dovremmo riprendere e raccontare ai nostri figli e nelle scuole.
Mette i brividi scoprire che quel viaggio nell’oscurità fu pagato a caro prezzo. Douglas Kelley si uccise con una pillola di cianuro nella notte di Capodanno del 1958, esattamente lo stesso metodo con cui Göring si tolse la vita poco prima della sua esecuzione di fatto manipolando ancora una volta la narrazione della propria esistenza.
Se di debolezza vogliamo parlare, forse una certa teatralità, in classico stile americano, rischia di semplificare la complessità del periodo storico e l’abominio della deportazione. In particolare, il rapporto tra Kelley e Göring a tratti diventa troppo romanzato, quasi sensazionalistico, rischiando di spostare l’attenzione dai fatti.
Per tutti e tre Nurembergè un’opera riuscita: il suo scopo non è soltanto raccontare il passato, ma chiedere allo spettatore di riflettere su cosa significhi responsabilità, memoria e giustizia. In un’epoca in cui i fantasmi del nazismo e dell’intolleranza sono manifesti, il film di James Vanderbilt risuona attualissimo.
L’occhio attento di Marcello ci lascia con una curiosità, avete notato che nel film non vengono mostrati reperti video del campo di Auschwitz? Nonostante i russi fossero presenti al processo di Norimberga? Un politically correct del regista in tempi di guerra? Ci sarebbe piaciuto domandarglielo. Alla prossima.
La scelta, invece, di inserire documenti storici, durante il processo, i video di repertorio dei campi di sterminio, dove siamo obbligati a vedere i corpi nudi ammassati, gli sguardi di terrore dei sopravvissuti in luoghi ameni e al limite della sopravvivenza, i forni crematori ci trafigge con un dolore che, se anche non ci ha toccato direttamente, è universalmente un abominio, la vera attestazione del male.
Perché — come suggerisce implicitamente la pellicola — non basta che il male abbia un volto noto. Spesso ha una voce rassicurante, un carisma pericoloso, le sembianze di un uomo che parla come se fosse un cittadino qualsiasi. E forse è proprio in queste voci che dobbiamo continuare a prestare attenzione.
Al seguente link l’articolo di Taxidrivers con tutti i vincitori del 43° Torino Film Festival QUI