Florence Queer Festival
Florence Queer Festival: intervista a Barbara Caponi e Manu Mancuso
«Il nostro è un festival politico, attento all’attualità e all’educazione»
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1 giorno agoon
Dal 26 al 30 novembre al cinema La Compagnia di Firenze si tiene il Florence Queer Festival. La 23esima edizione si preannuncia vivace e intensa. Il programma un colorato puzzle che raccoglie una molteplicità di ospiti, proiezioni e altri eventi, dalle mostre alle presentazioni di libri agli incontri con le scuole.
Ad accomunare la vasta selezione di lungometraggi e cortometraggi è il tema R/Esistenze. Esistere nello spazio pubblico, con il proprio corpo e la propria voce, come forma di resistenza e di lotta.
In questa intervista, il Florence Queer Festival è raccontato dalle sue direttrici artistiche. Una è Barbara Caponi, da quasi vent’anni volontaria dell’associazione IREOS e da cinque direttrice artistica del festival. L’altra è Manu Mancuso, traduttrice di audiovisivi e studiosa di gender studies, al suo primo anno nella direzione artistica.
Il 23° Florence Queer Festival
Questa è la 23ª edizione del Festival. Come avete visto cambiare il pubblico negli ultimi anni?
Barbara Caponi: Le differenze sono legate al modo in cui si racconta la comunità, la possibilità di non solo venire a contatto con storie, conoscere esperienze. Lo si fa non più soltanto attraverso il cinema, ma anche attraverso la serialità. Sicuramente è cambiata la possibilità di accedere a un prodotto che non è soltanto legato alla presenza in una sala, quindi la partecipazione a un festival o qualcosa che abbia una connotazione di cinema e specifica. Insomma, la possibilità di trovare quasi tutto online ha cambiato totalmente lo scenario.
E poi, dipende dai momenti, anche rispetto alle collaborazioni. Il festival è riuscito ad aprirsi a collaborazioni, a reti, a connessioni con soggetti simili e non soltanto. Questo ci ha messo in condizione di aprire lo sguardo e di aprirci a un pubblico molto più trasversale, non soltanto all’attore protagonista o al soggetto, l’interprete dello sguardo sul cinema. Questo ci ha permesso di cambiare.
Manu Mancuso: Assolutamente. Anche il fatto che le produzioni si allargano e che l’interesse aumenta su questo tipo di soggettività ha permesso una rappresentazione delle stessa di esprimersi, cioè non soltanto una rappresentazione vista dall’esterno ma appunto un’autorappresentazione, che è fondamentale.
B.C.: Aggiungo una cosa. Negli anni il festival ha cercato anche di stimolare la produzione, rivolgendosi a produzioni, regie, che arrivassero dal territorio e non solo. Lo ha fatto attraverso la promozione di alcuni concorsi, quindi dando degli strumenti, economici e non, di produzione, magari indipendente. Questo un po’ ci ha permesso di cambiare, nel nostro piccolo, il modo di stare in mezzo a chi fa audiovisivi.
L’arte come occasione di vedersi rappresentatx
E il festival ha certamente un ruolo di rappresentazione, anche per come si incastra nell’associazione IREOS (Comunità Queer autogestita di Firenze). Però come direttrici artistiche dovete fare una selezione: immagino ci sia un momento di scelta di quanto mantenere una visione plurale, quanto invece dare una voce unica. Come trovate un equilibrio?
M.M.: Avevamo un’idea di guardare alla resistenza, e all’esistenza come forma di resistenza. Non soltanto nelle situazioni più ampie, più controverse, più difficoltose, ma anche nella resistenza quotidiana di essere membro della comunità, di come ci si pone al mondo e di come si resiste vivendo e rappresentando se stessi. Questo ci ha guidato nella scelta dei progetti. Certo, avevamo tante scelte a disposizione e tanti bei film, che però abbiamo sentito che non rappresentavano in quel momento la scelta giusta per questa edizione del festival. In compenso, questo ci ha guidato molto. L’immagine ci ha guidato molto, è successo proprio pezzo per pezzo, come un puzzle che ha iniziato a formarsi.
B.C.: Esatto, l’attenzione era al contemporaneo. È un festival che si rinnova annualmente, quindi fa un lavoro di ricerca delle produzioni nell’anno in corso, o comunque con una finestra temporale limitata, e quindi con uno sguardo sempre attento al contemporaneo e all’attuale.
Cinema e politica
Rispetto ad altre edizioni forse c’è anche una scelta più politica. Nel programma, nella presentazione ho notato un intento di inserirsi nel dibattito su questioni che sono politiche o che sono state politicizzate, e l’ho visto tanto per come avete scelto di dare spazio alla comunità trans, alla parte della comunità LGBTQIA+ che si identifica così (che è stata particolarmente maltrattata dal dibattito politico quest’anno), ma anche all’aspetto dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. È una decisione coraggiosa, è stata una scelta difficile oppure è venuta spontanea perché il contesto lo chiede?
M.M.: Credo di poter parlare per entrambe dicendo che è stata una scelta spontanea perché il personale politico in questo ci guida. Dare rappresentazione all’educazione è un aspetto fondamentale. Quanto venga denigrata risulta spesso molto ridicolo, anche se ovviamente strumentale. Però non ha minimamente limitato la nostra scelta di dare spazio, anzi ci sembrava ancora più importante farlo, anche per la comunità trans.
Per esempio, il film TOPS [dei registi Ames Pennington e Jos Bitelli, 2025, ndr] è una rappresentazione, per noi fondamentale, e anche quella politica, della gioia queer. È un documentario, un mockumentary nello stile dei programmi di MTV dei primi 2000, che chiede ai suoi soggetti: qual è la maglia (il “top”) che volevi mettere dopo la tua operazione di affermazione di genere? Specialmente poiché si tratta di un film che viene dall’Inghilterra, che sembra essere un centro nevralgico di questo movimento, che direi neofascista, che va contro la comunità trans, ci sembrava ancora più importante dare spazio a questa narrazione, in particolare nella versione inglese, alla gioia queer come atto politico.
B.C.: Sì, atti di resistenza, attraverso persone che attraversano e che hanno attraversato movimenti storici italiani, e in questo caso ci sarà Valérie Taccarelli, o attraverso i racconti. Maximina [di Blu Diego Fasoli, 2025, ndr], ad esempio, è un bellissimo documentario di questa donna non giovanissima, una persona di quasi sessant’anni, che vive liberamente la sua professione di sex worker, e lo fa con forza, affermando così una scelta, un’esistenza. In un’Italia non particolarmente benevola sui temi del sex work, ci è sembrato fondamentale dare spazio anche a queste storie, che poi sono vicinissime a noi, non sono storie di finzione. E raccontare delle storie che sono storie di grande autoironia – e questo dà tanta forza – ma anche di felicità. Insomma, dire che un futuro felice è possibile.
La lotta e la cura
Una cosa che mi è piaciuta molto del programma è il focus sul binomio tra lotta e cura, un aspetto fondamentale e molto bello nel discorso transfemminista e queer. Qual è un gesto quotidiano che vivete come atto di resistenza e di cura, anche come self care nel senso originario del termine?
B.C.: Io stavo pensando alle aspettative rispetto alle performance, cioè a quanto tu devi essere sempre al cento per cento, o pieno di cose da fare, senza dare spazio a momenti in cui una persona può lasciarsi andare e può pensare di abbandonare il controllo della situazione. L’idea è che tra di noi ci possa essere quel tipo di spazio. È una sorta di sintonia. Ovviamente è qualcosa che si costruisce nel tempo e che con alcune persone magari può venire più facile, però è anche un’idea di spazio sicuro dentro il festival, dove è spontaneo avere attenzione e una sorta di cura reciproca in questo percorso, che è faticoso. Ti mette in una situazione anche di confronto. Però, in qualche modo, è come se il festival fosse il primo spazio sicuro, che poi si indirizza a una visione di mondo.
M.M.: Per quanto mi riguarda, l’atto di self care che mi sembra più significativo è quello non di offrire cura, ma di cercare sempre comunità. Quello mi sembra il gesto che faccio nella vita di tutti i giorni e che trovo tantissimo in IREOS, e che ho trovato tantissimo nell’organizzazione di questo festival. È questo confronto sempre molto fruttuoso, questo creare comunità come atto fondamentale anche per la cura propria personale.
Un festival che prende posizione
Cosa si può aspettare chi viene al Florence Queer Festival in questi giorni?
B.C.: I film serali sono quasi tutti bellissime anteprime, e il film di chiusura [Queens of the dead di Tina Romero, 2025, ndr] è una nota un po’ leggera, ma anche quella politica.
M.M.: Esatto, è un film che vede mischiati insieme due generi come la commedia e l’horror che non sono considerati politici, ma lo sono profondamente. Chi è appassionato di horror sa che è uno dei generi più politici che ci sono e dove il confronto sociale è più diretto. Tina Romero, figlia di George Romero, regista che più di tutti ha creato il connubio tra l’analisi sociale e il film horror, ci sembrava fondamentale. È stata una scelta abbastanza facile per noi questo film come film di chiusura.
B.C.: Questo è fondamentale: è un festival che si posiziona, che non resta neutrale.