Stanze silenziose, pareti affollate e sguardi che scrutano. Nella monotonia di fine primavera, Gaia vive con la sua famiglia in una casetta immersa nel verde. Non è un film di Éric Rohmer, bensì Madonna Mia (2025), il cortometraggio diretto da Valentina Garrett e in concorso al Florence Queer Festival.
Piccoli mondi, grandi desideri
In un paesino di campagna, Gaia (Angelica Granato Renzi), il suo fratellino, la madre e la nonna trascorrono le giornate tra la ripetitività del quotidiano e l’attesa di un momento importante. Di lì a qualche giorno, infatti, Gaia riceverà il sacramento della cresima. Prima dovrà confessarsi ma, più che la fede, a spingerla in chiesa è la voglia di rivedere Lena (Beatrice Modica), una ragazza che ha frequentato con lei il catechismo. Mentre la madre e la nonna pensano ai preparativi per la cerimonia, la mente della protagonista è occupata da desideri che le mura della piccola casa non possono rivelare (e contenere).
La fotografia di una generazione
Più che inquadrature, le immagini di Madonna Mia appaiono come ricordi. Il bucato steso, il vento tra gli alberi e soprattutto l’insofferenza di un’adolescente che inizia a percepire lo scarto fra la sua volontà e il mondo in cui vive. Quante giovani sono cresciute in case cosparse di icone sacre i cui sguardi sembrano riecheggiare quei dogmi appresi al catechismo e che persistono in famiglia? La privacy non è un’opzione e Gaia lo sa bene, soprattutto quando si tratta di occupare l’unico bagno della casa, quello in cui cerca di trovare qualche momento di intimità. Persino in una vita casa e chiesa, però, quei desideri troveranno il modo di emergere.
Un’esplosione silenziosa
In Madonna Mia tutto sembra essere quieto ma, nonostante la piacevolezza dei luoghi esaltati dalla fotografia di Matt Thompson, il personaggio di Gaia si configura come un contrappunto costante rispetto alla vita che scorre al loro interno. La nonna stende il bucato, la madre prepara meticolosamente le bomboniere, ma la ragazza sgomita per occupare i suoi spazi e dichiarare le propria volontà in quegli scontri familiari – e generazionali – tipici dell’adolescenza. Se le loro liti sono molto rumorose, lo stesso non si può dire del godimento della giovane protagonista: le intenzioni di Gaia traspaiono efficacemente dai suoi sguardi e dai suoi gesti, portatori di quel gusto per il proibito tipico della sua età e che Garrett dipinge con precisione.
L’insostenibile leggerezza del dogma
A tredici anni, dunque, Gaia sta entrando nel pieno della sua adolescenza e inizia a esplorarne le implicazioni, ma il percorso spirituale cattolico prevede proprio in questi anni l’approdo al sacramento della cresima. La scoperta sessuale della protagonista si colloca parallelamente al suo percorso verso il rito. Se la prima traiettoria è spontanea e intima, la seconda risulta, invece, imposta e pubblica: Gaia deve cresimarsi perché è così che si fa.
È a questo livello che Madonna Mia rivela la sua finezza: Garrett costruisce atmosfere in cui tutto è in ordine, nulla sembra mancare ma, allo stesso tempo, gli obblighi sono così silenziosi da risultare invisibili. Fortunatamente, però, Gaia è un’adolescente. Nessun rifiuto radicale da parte sua, farà la cresima, ma una questione riesce a instillarsi comunque nella protagonista, come anche in spettatrici e spettatori. Che insegnamento è in grado di trasmettere un’istituzione che traduce i caratteri della crescita in peccati da scontare attraverso un arbitrario numero di preghiere?
In questo senso, Garrett fotografa puntualmente la distanza che, anno dopo anno, separa le più giovani dall’istituzione ecclesiastica: quasi come nell’estetica opulenta di Romeo + Giuliettadi William Shakespeare (William Shakespeare’s Romeo + Juliet, 1996) di Baz Luhrmann, le numerose icone sacre sono ciò che resta di una dottrina assorbita dalle generazioni precedenti e consegnata a quelle più giovani senza delle risposte ai loro “perché?”.