In corsa al Rome Indipendent Film Festival troviamo un’opera sperimentale che ci arena sulle coste di un luogo atavico, aurorale, meravigliosamente terribile: l’Islanda. Stiamo parlando del docufilmDialoghi della terra dei ghiacci, diretto da Francesco Leprino.
Dialoghi della terra dei ghiacci: Islanda, meraviglia e terrore di un luogo senza tempo
Partiamo proprio dal cuore di questo film: l’Islanda. Ci parli del suo primo incontro con questa terra.
L’Islanda è sempre stata una mia passione, ci sono stato in vacanza la primissima volta. Ho scelto che essa fosse la protagonista del film perché racconta come la natura vinca. La natura vince sui disastri dell’uomo. C’è un film famoso che si chiama Godland, che parla di come la fede e la perseveranza della natura vincano. Gli uomini in Islanda sono praticamente assenti. C’è uno sguardo dall’alto, e gli uomini ci sono solo negli inserti delle interviste. Italiani e islandesi raccontano, chiamando in causa Giacomo Leopardi e Jón Kalman Stefánsson (importante scrittore islandese, ndr). Autori che raccontano l’Islanda da diversi tempi: il 1824 (Operette Morali) e i tempi moderni.
Una sinfonia a 4 voci
Riagganciandomi per l’appunto alle opere di Leopardi e di Stefánsson, le chiedo: qual è stato il suo approccio registico per leggere questi autori, riuscendo a traghettare la letteratura nel cinema?
Mi è piaciuto leggere Leopardi attraverso il Mahabharata di Peter Brooke, inserendolo in uno spazio fuori da spazio e tempo. Questo islandese si ritrova nel deserto africano come può essere il deserto indiano di Brooke.
L’architettura principale è però quella musicale…
Sì, la cosa più importante resta la musica per me. Ho fatto decine di documentari sulla musica, io nasco come musicista. Alain Rine dice: “Vorrei che i miei film fossero sinfonie”. Anche il mio film vuole essere una sinfonia, una fuga a quattro voci. Il film ricrea un’ambientazione che orchestra 4 voci, la più importante è quella musicale. Le musiche originali sono state composte da Ruggero Laganà (compositore contemporaneo) con vari flauti, resi elettronicamente.
Il materiale delle musiche, che si alterna alla poetica di Stefánsson, è basato su una poesia popolare islandese, che sentiamo all’inizio e alla fine. Abbiamo quindi una coesione tematica tra musiche, ma sullo stesso materiale di base. Nel terzo momento ci sono le interviste, e poi ci sono le oasi, le immagini della natura, capaci di farci intraprendere un viaggio di un giorno in questa terra, guardando dall’alto, dalla distanza necessaria. Nell’ultima parte c’è l’uomo con la focalizzazione su Stefánsson , che vive l’Islanda, vive su quest’isola e sente il Sehnsucht, sente la morte, e questo Paese.
La natura è magnifica e terribile al tempo stesso. Mi ha fatto riflettere sugli agenti atmosferici e sui grandi predatori, come gli squali: bellezza e pericolosità. A suo avviso, la natura oggi riesce ancora a esercitare questo fascino/terrore sull’uomo contemporaneo? O l’anestesia umana alla paura lo inibisce?
La paura io credo ci sia sempre, così come l’attrazione per l’abisso. Gli islandesi ce l’hanno ancora, perché convivono con il fuoco, con il ghiaccio, le inondazioni. Ma la natura è assolutamente indifferente agli uomini, come diceva Leopardi. l’Islanda ha visto a fine ‘700 , inizio ‘800 disastri e inondazioni terribili, perdendo il 60% del bestiame. Gli islandesi convivono con tutto questo, ma si salvano sempre…
Una domanda personale e filosofica: Leopardi ventriloqua illusione e disillusione, e in questo film ci si specchia più volte. Qual è la sua più viva illusione e in cosa, invece, ha smesso di credere?
Sono abbastanza disilluso su tutto, anche per una questione anagrafica, non mi faccio illusioni. Ma non sono pessimista. Esercito solo una presa di distanza sulle cose. Anche Leopardi, dipinto come pessimista, ha solo una grande presa di distanza, distanza ironica. Come il finale di Dialoghi della terra dei ghiacci: ironico, distante, ci lascia il sorriso amaro.