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‘Absentia’ – L’abisso di una vita riemersa

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Immagina di risorgere dal fondo di un acquario oscuro: l’acqua torbida, il respiro che manca, il corpo che annega – e quando la telecamera riemerge, la donna che conoscevi non è più la stessa. Questa è l’anima di Absentia, un thriller che sin dal primo minuto mette le mani dentro l’abisso dell’anima.

Absentia Chi ha incastrato Emily Byrne?

Al centro di tutto Emily Byrne — il volto ferito di una donna che, dopo sei anni di prigionia in un bunker, ritorna dall’oblio in un mondo che l’ha già sepolta e dimenticata. Suo marito si è rialzato grazie ad un nuovo matrimonio, suo figlio sta crescendo sempre di più sotto le ali della sua nuova madrina, Emily stessa non ha il minimo ricordo di cosa, e soprattutto di chi, le abbia rubato i suoi ultimi anni di esistenza: il suo ritorno in società presenta dunque il contorno di un miracolo, ma cela allo stesso tempo l’essenza e la potenza di un detonatore, all’interno del quale ogni certezza è destinata a sfaldarsi per sempre.

Ed è proprio in questa instabilità che le ipotesi iniziano ad accumularsi come schegge: e se tutto ciò che circonda Emily fosse stato manipolato da dentro, una congiura costruita nei corridoi del dipartimento da un poliziotto corrotto, capace di orchestrare prove e sospetti con una precisione inquietante? O se l’assassino  fosse in realtà una proiezione della sua mente ferita, un’ombra partorita dalle crepe del trauma? Fino ad arrivare al dubbio più perturbante, quello che nessuno osa formulare ad alta voce: e se fosse stata lei, fin dall’inizio, a inscenare la propria scomparsa, diventando vittima e carnefice della stessa storia?

In tal senso la forza della serie sta non tanto nel sangue o nel crimine fine a sé stesso, ma nella dissonanza fra il prima e il dopo – in quella sensazione che tutto il mondo abbia continuato a girare mentre lei era sospesa nel tempo, e che ora nulla torni a posto. Ti ritrovi a sospettare, dubitare, a chiederti se il vero orrore non sia stato il rapimento, ma quel ritorno alla “normalità”.

Frammenti psicologici

Il disturbo post-traumatico in Absentia non è un dettaglio sullo sfondo bensì un personaggio aggiuntivo, silenzioso ma onnipresente. La serie si prende il tempo di mostrare come il trauma deformi lo sguardo, incrinando tutto ciò che è presente nel percorso. Merito di una sceneggiatura sorprendentemente lucida, che non tratta il dolore come un pretesto narrativo ma come una lente attraverso cui tutti — vittime, familiari, colleghi — sono costretti a rivedere sé stessi, la frattura psicologica si espande sempre di più lungo le stagioni, contaminando e  lasciando cicatrici emotive che la serie non prova mai a nascondere. Ed é proprio questa coerenza, questa “messa a fuoco” quasi chirurgica, a rendere Absentia un thriller più umano di quanto possa invece sembrare a prima vista.

Ponendo il focus sull’altro lato della moneta  Absentia cela un debito non indifferente ai classici del crime-thriller, affondando di qua e di là nelle convenzioni del genere pur riuscendo ad evitare con grazia il clichè sulla scia del lungo termine. Eppure -soprattutto nella terza stagione, quando lo spettatore si è convinto di aver scoperto tutte le carte presenti sul tavolo da gioco – è questo il punto in cui ad emergere nel suolo narrativo è una vera e propria discesa negli inferi psicologici da parte della protagonista, attraverso un’esplorazione disturbata della memoria che inquina la fiducia e confluisce, in poche battute, in un trauma.

Dulcis in fundo

Quando il ritmo accelera, le pieghe dell’anima di Emily diventano lo specchio di una realtà spezzata, con il risultato di aver creato un prodotto seriale fin troppo poco pubblicizzato (causa una distribuzione non sempre lineare e rea di portare tra i molteplici strascichi anche una comunicazione a dir poco fantasma) non di certo avvezzo al termine “capolavoro” , che però rappresenta un’esperienza capace di catturare e di scuotere il proprio pubblico, lasciando il segno grazie alle sue diramazioni stilistiche. Perché, in fondo, Absentia non ci chiede di credere: ci chiede di sentire.

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