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‘All Her Fault’: un thriller che riporta in vita la spaventosa fragilità di un genitore

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Partiamo subito dal punto di forza di All her fault, la serie in onda su Sky e Now dal 23 novembre: il turbolento rapporto dell’uomo con il proprio senso di colpa. Nel caso di All Her Fault si tratta di una maternità che si allontana dai canoni di dolcezza e sentimentalismo. E’ un vortice di azioni, doveri, terrore, rabbia e  dedizione. Una ricerca per capire fin dove ci si spinge per riprendersi ciò che ci appartiene e ci è stato tolto.

Il rapporto tra un genitore e un figlio è fatto di connessioni quasi primordiali. E’ essenziale, basico, viscerale. L’idea di poter spezzare questo legame, come quando si vive la perdita di un figlio, non è concepita e tantomeno accettata da chi li ha generati.

E’ proprio questo filo di tensione che tiene insieme questo thriller psicologico con protagonista Sarah Snook (Succession). La non accettazione di un dolore ingiusto, senza anestesia.

All her fault la trama

Marissa Irvine (Sarah Snook) è madre con una posizione lavorativa di successo, raggiunta con le proprie forze. La sua vita perfetta però subisce un’inversione drammatica. Quando un giorno, andando a riprendere il figlio Milo a casa del suo compagno di scuola al numero 1800 di Hollow Road, la donna che le apre la porta è una sconosciuta che sembra vittima di un’amnesia. Non ha mai visto Marissa e non ha mai sentito parlare di Milo. Sarà proprio questo incipit, pressocché semplice, a creare il maggior sconforto. Un’azione ripetuta mille volte ma che questa volta rimane drammaticamente sospesa. Un gesto quotidiano denso di cura e sicurezza che invece, con gelida crudeltà, distrugge ogni certezza.

C’è stato davvero un rapimento?

La serie in 8 episodi è un adattamento dell’omonimo romanzo di Andrea Mara, dove l’ideatrice  Megan Gallagher (Contagion) ne modifica alcuni tratti, come quello di spostare la storia dall’Irlanda alle zone residenziali di Chicago. Ogni cambiamento è delineato intorno al ritratto di un tipico thriller-drama americano. Indaga sui difficili rapporti familiari, concentrandosi sugli spigoli di ogni personaggio, elementi che alimentano il dubbio di chi li osserva. Tutti possono essere dei potenziali colpevoli, in un’America disseminata di giustizia fai da te, lotte fratricide per cogliere opportunità, divari sociali, ed il fine che giustifica i tradimenti.

Diversamente dalla maggior parte delle pellicole che trattano di persone scomparse, All Her Fault non dedica spazio alla vittima effettiva del rapimento, ma alla drammatica consapevolezza che per gli altri non ci sia nessuno da cercare. Il protagonista della storia non è – solo –  il mistero, bensì il panico generato dall’insicurezza che squarcia cuore e mente.

Lo specchio del non visto

La sceneggiatura decide di allargare l’obiettivo e puntare su ciò che non si vede in superficie. Una volta che la comunità cittadina si mobilita per la ricerca del bambino, il fango si smuove, facendo emergere quei segreti sommersi dal buoncostume. Amicizie convenevoli, amori che, se ravvicinati, svelano la propria inconsistenza, ombre di vite borghesi che si mostrano smaglianti.

La ricerca non è sul bambino scomparso, ma su quali meccanismi e quali circostanze, in un contesto alto-borghese, hanno assemblato una così potente distruzione. Non si vuole impressionare attraverso lo shock prettamente scenografico, ma svelando, con picchi di adrenalina, quanto sia sanguinaria la lotta per la verità. Uno sforzo reso ancor più faticoso quando il senso di colpa che attanaglia una madre venga ingigantito dagli sguardi accusatori e giudicanti di amici, mariti e investigatori, ovvero di chi dovrebbe essere dalla sua stessa parte. Una morsa sociale che toglie il fiato quasi quanto la disperazione.

Una Sarah Snook accentratrice

La serie è sicuramente affidata alla performance di Sara Snook nei panni di una donna combattuta tra se attribuire tutto questo ad una cospirazione globale o ad un proprio crollo emotivo. Fa di Marissa una madre che perde i pezzi ma rimane tutta d’un pezzo. Le espressioni facciali fanno da cornice a parole e gesti che consolidano la sua forza, ma che si sciolgono quando pronuncia il nome di suo figlio. La sua interpretazione non è perfetta perché non deve esserlo. Deve essere instabile così come Marissa e la sua angoscia.

Se per la sua Shiv Roy in Succession celare le emozioni era una delle strategie per ottenere il potere, qui somatizza per celare l’impotenza. E’ una madre amorevole ma determinata, sicura ma confusa. Il crollo non la rende vittima.

Il vero colpevole

In All Her Fault l’indagine è su chi ha ucciso la verità. Sono poche le ambientazioni scure e velate dove tipicamente il killer si sente a proprio agio. Qui il dramma si consuma alla luce del sole, nei giardini color smeraldo di una comunità che luccica benessere. Il vero crimine sta nella oramai consueta propensione – ingiustificata – di proferire sentenze immediate, istintive, figlie di leggi non scritte, se non nel codice del proprio ego. E’ una forma di protezione e autodifesa. Si preferisce concentrarsi sul male e sul dolore altrui così da distogliersi dal proprio. La colpa sta nell’incolpare il prossimo per assolvere se stessi.

Una comunità che si stringe, non per supportare ma per soffocare.

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