In un’epoca in cui la disumanizzazione è diventata linguaggio quotidiano, ogni storia che prova a restituire umanità diventa un atto di resistenza. In tal senso ad ergersi al Florence Queer Festival è Dreamers, un film che accoglie lo spettatore con le migliori intenzioni ma paradossalmente, inciampa proprio lì dove vorrebbe e dovrebbe correre più forte. Alla radice di tutto un cuore enorme, pulsante, un’urgenza politica evidente che prende di mira una tematica di fondamentale caratura, quello della disumanizzazione dei migranti dinnanzi ad ogni media reo di alimentare tale narrativa tossica e rimarcare il proprio ruolo di complice di un sistema marcio. In risposta al suddetto contesto, l’opera prima di Joy Ghahoro-Akpojotor vuole essere un grido di solidarietà, un abbraccio alla comunità queer migrante, oltre che una dichiarazione urlata senza esitazione alcuna: nessuno è veramente libero finché non lo siamo tutti.
Un grande cuore
E, quando Dreamers funziona, lo fa davvero. Gharoro-Akpojotor costruisce una storia che oscilla tra speranza e disperazione, dove incubi e sogni si generano a vicenda, e l’amore — quello che Audre Lorde definiva atto di sopravvivenza — diventa un gesto radicale di autodeterminazione. La relazione tra Isio (Ronkẹ Adékoluẹjo, già presentatasi al grande pubblico con Ready Player One) e Farah (Ann Akinjirin) tesse una dolcezza che disarma: vedere le due protagoniste aprirsi, percorrendo passo dopo passo la ricerca per trovare un rifugio l’una nell’altra, è il vero centro emotivo dell’opera. La chimica delle attrici dal canto proprio è straordinaria, capace di sostenere da sola intere sequenze e riflettere il girato lungo il giusto versante emotivo.
Ma Dreamers è anche un film ingenuo, fragile su troppi fronti. Ed è qui che inizia il problema: la sua sensibilità è spesso annacquata da scelte narrative e tecniche poco calibrate, ove personaggi secondari rischiano di annegare in un evitabile livello di funzioni e la sceneggiatura si limita al minimo indispensabile, offrendo dei dialoghi volti a chiarire ciò che invece dovrebbe essere solo sussurrato.
Una pellicola tenace ma ambivalente
A livello visivo, la fotografia di Anna Patarakina alterna momenti davvero poetici a un’estetizzazione che sfiora il patinato, al centro della quale i controluce colorati e l’ordine irreale del centro di detenzione finiscono inconsapevolmente per indebolire la realtà sporca e violenta che il film vorrebbe invece denunciare. Il cortocircuito si presenta in tal senso inevitabile, manifestando una struttura che su larghi tratti arriva a tradire lo stesso terreno d’origine: tolti flashback ridondanti e montaggi riempitivi, i 70 minuti rimanenti di pellicola sembrano il secondo atto di qualcosa di più grande, dando come risultante l’impressione di trovarsi di fronte ad un ottimo cortometraggio trasposto e rivestito col fine di farlo diventare un lungometraggio senza che la profondità dei personaggi o dei conflitti venisse espansa di pari passo.
Eppure — ed è questo che fa più male — il film presenta dei momenti splendidi. Quando non cade nel sentimentalismo, quando lascia respirare il non detto, quando mostra che il cambiamento nasce dall’azione collettiva e dalla comunità, riesce a essere un film motivante e straziante insieme. Un’utopia minima dentro una distopia reale.
In definitiva, Dreamers è un’opera necessaria nelle intenzioni, importante nei temi, sostenuta da due interpretazioni straordinarie, ma troppo acerba per colpire davvero dove dovrebbe. Rimane un film fatto di slanci potenti e cadute fragorose. Un debutto che sogna in grande ma non sempre trova i mezzi per reggere la propria ambizione.