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‘Spring’: come nasce una serie
Dentro la serie Spring, realizzata all’interno del laboratorio SeriesLab.
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6 giorni agoon
In un panorama audiovisivo in continua trasformazione, dove le storie cercano sempre nuovi modi per parlare del presente attraverso il linguaggio del genere, il percorso creativo di Francesca Nozzolillo, Mattia Caprilli e Santiago Fondevila Sancet al Torino SeriesLab rappresenta un caso interessante. La loro serie Spring — ancora in fase di sviluppo, ma già solida nella sua identità — nasce da un’idea semplice e antica: una fonte miracolosa. Da qui, però, si apre un universo di dilemmi morali, fragilità umane e domande scomode.
Li abbiamo incontrati durante il Meeting Event di Torino Film Lab per capire come questo progetto sia cresciuto, trasformato e maturato nel corso di mesi di lavoro internazionale all’interno del progetto SeriesLab.
Com’è stato intraprendere questo percorso di sviluppo internazionale con il SeriesLab?
Francesca Nozzolillo: È stata un’esperienza intensa e trasformativa. Per me e Mattia era la prima volta in un contesto internazionale di questo tipo. Lavorare in un’altra lingua ti costringe a ripensare il tuo metodo, a rallentare, ad ascoltare davvero. Il confronto costante con tutor e colleghi provenienti da tutto il mondo è stato impagabile: ci ha permesso di mettere alla prova la storia, smontarla e rimontarla, capire cosa funzionava e cosa invece andava lasciato andare.
Mattia Caprilli.: Noi lavoravamo già da un anno sulla serie, ma farlo all’interno di un percorso come il SeriesLab cambia tutto. Sei seguito da professionisti che dedicano tempo e attenzione solo allo sviluppo creativo — una cosa rara nel mercato, dove spesso subentrano subito vincoli produttivi. Inoltre, per la prima volta abbiamo lavorato insieme in presenza: io e Francesca ci conoscavamo già, ma Santiago vive in Argentina e ci siamo incontrati faccia a faccia solo arrivando a Bruxelles. Anche questo ha cambiato molto la dinamica del lavoro.
Santiago Fondevila Sancet: Per Cinedora, che fino ad ora aveva sviluppato principalmente film, questa è stata una vera e propria apertura. Ci ha permesso di capire come funziona la struttura di una serie dall’interno, quali sono i passaggi, i rischi, le metamorfosi inevitabili. Abbiamo creato una writer’s room mista — prima virtuale e poi fisica — e questa collaborazione ha arricchito tantissimo il progetto. Per noi è un passo fondamentale di crescita anche come realtà produttiva.
Qual è stata la sfida principale della sceneggiatura?
M.C.: Il Lab chiede una concentrazione prima di tutto sul concept, sul cuore pulsante della serie. La scrittura dei copioni arriva solo dopo. Noi abbiamo scritto il primo draft della sceneggiatura in dieci giorni: una full immersion. È stato stressante, certo, ma ci ha costretti ad andare all’essenza. Per quanto riguarda la storia invece, la cosa più complicata è accettare il fatto che tutto quello che hai fatto finora possa cambiare completamente, questo può essere destabilizzante.
F.N.: Avere feedback così continui ci ha aiutati a vedere tutte le possibili versioni della stessa storia. È stata una sfida, ma anche un privilegio: capire le diverse tonalità e direzioni ci ha permesso di scegliere consapevolmente quali strade seguire e questo è stato possibile grazie a tutte le persone che hanno lavorato con noi.
S.F.S.: Abbiamo sempre avuto un nucleo tematico molto chiaro: i dilemmi etici e morali che volevamo sollevare. Ma trasformarli in una struttura seriale solida, che regga sul lungo periodo, è stato il lavoro più complesso e più stimolante.
E come è nata l’idea della serie?
S.F.S.: L’idea iniziale è di Leonardo Guerra Seràgnoli, regista e co-fondatore di Cinedora. Tutto partiva da una fonte miracolosa, capace di curare chiunque. Una suggestione quasi mitica, che però ci è subito sembrata un terreno fertile per parlare del presente. Abbiamo poi cercato giovani sceneggiatori con cui svilupparla, e dopo varie prove è nato il team attuale.
F.N.: Io e Mattia avevamo già lavorato insieme al Centro Sperimentale, e poi nel cortometraggio originale Reginetta, costruendo un linguaggio comune. L’idea di fondere un elemento soprannaturale dentro un contesto realistico ci ha subito convinti.
M.C.: La domanda da cui tutto è partito è stata: come funziona la magia della fonte e qual è il prezzo? In tutte le narrazioni sovrannaturali c’è un prezzo. Ci sembrava interessante — e inquietante — che fosse un prezzo umano. In un’epoca in cui la cura rischia di diventare un privilegio, volevamo mettere i personaggi (e il pubblico) davanti a scelte difficili: fin dove saresti disposto a spingerti per salvare te stesso o qualcuno che ami?
In che modo la storia è cambiata ed evoluta durante il percorso?
M.C.: Ha attraversato molte metamorfosi e tantissime versioni. All’inizio avevamo un tono quasi da fratelli Coen, con personaggi più cinici, all’inizio i protagonisti erano i “cattivi” che gestivano la fonte. Poi, grazie anche al lavoro del SeriesLab, ci siamo spostati verso un’evoluzione più graduale, alla Breaking Bad: vedere i personaggi scivolare passo dopo passo in dilemmi sempre più complessi fino ad arrivare a porsi domande che nessuno vorrebbe porsi.
S.F.S.: Noi lo definiamo “Breaking Good”: i protagonisti cercano di fare del bene — a modo loro — e proprio questo genera conseguenze devastanti. Ci piaceva l’idea di partire da un dramma familiare, qualcosa di intimo, in cui chiunque può riconoscersi.
F.N.: Nel tempo abbiamo messo a fuoco altri temi, come lo sfruttamento delle risorse, il potere, l’illusione dell’immortalità. Ci piaceva l’idea che la serie parlasse di noi oggi, pur utilizzando un elemento sovrannaturale.
Quali sono state le vostre principali ispirazioni?
M.C.: Sicuramente in parte Yorgos Lanthimos, sia con The Lobster che con Il sacrificio del cervo sacro, per la sua capacità di usare la crudeltà come lente sulla società. E alcune serie come Les Revenants, che integrano il soprannaturale in un contesto umano e quotidiano.
F.N.: Dal punto di vista emotivo, Scene da un matrimonio e Marriage Story. La complessità delle relazioni, la tensione intima, erano punti di riferimento per costruire il dramma interno alla nostra storia.
S.F.S.: Abbiamo guardato anche al cinema di Cassavetes: personaggi imperfetti, reali, difficili. Volevamo evitare il melodramma puro e mantenere sempre una forte sostanza umana dietro il genere.
Il Series Lab ha cambiato il vostro processo creativo?
M.C.: Moltissimo. Lavorare in inglese ci ha costretto a trovare un nuovo ritmo. Non potevamo “sparare” idee a raffica come facciamo in italiano: dovevamo ascoltare, elaborare, essere più consapevoli. È stato un esercizio che ci ha fatto crescere.
F.N.: Personalmente, è arrivato in un momento di grande vulnerabilità. Il mercato è difficile, a volte demoralizzante. Confrontarmi con una realtà internazionale mi ha ricordato che il valore del lavoro non dipende sempre dal contesto in cui vivi. Mi ha dato forza.
S.F.S.: Per me è stata una vera formazione sul mondo seriale. Venendo dal cinema, capire la logica industriale e creativa di una serie è stato illuminante. E allo stesso tempo ha alimentato la mia crescita come produttore creativo.
Che cosa sperate che il pubblico, del Meeting Event e in generale, senta guardando la serie?
M.C.: Spero che il pubblico avverta la passione che ci abbiamo messo. E che la storia ponga domande, anche scomode. Le storie non devono dare risposte — quello spetta allo spettatore — ma devono aprire crepe.
S.F.S.: Un buono show ti mette di fronte alle scelte dei personaggi e ti obbliga a chiederti cosa avresti fatto tu. È questo che ci interessa: uno specchio, non una lezione morale.
F.N.: Credo che il pubblico si affezionerà ai personaggi. È una storia che può intrattenere, emozionare, far riflettere. E speriamo che un giorno possa arrivare davvero sugli schermi: abbiamo lavorato con questo obiettivo.
Crediti fotografici: Francesca Cirilli