Città d’Asfalto è un film drammatico di “primo soccorso” diretto da Jean-Stéphane Sauvaire con un cast d’eccezione: Sean Penn e Tye Sheridan.
Ambulanze a New York
Per chi ha ancora negli occhi le corse notturne delle ambulanze a Manhattan del film Al di là della Vita (1999) di Martin Scorsese, Città d’Asfalto può valere come un sequel apocrifo. Il film è tratto dal romanzo del 2008 di Shannon BurkeI corpi neri.
Ancora corse forsennate con ambulanze, notti infinite, luci lampeggianti e incidenti traumatici da sobborghi di grandi città. Sean Penn è Gene Rutkovsky un vecchio ed esperto medico di primo soccorso. Al suo fianco Tye Sheridan, Ollie Cross, uno studente di medicina che unisce il lavoro allo studio per meglio prepararsi alla professione. Non siamo a Manhattan ma nelle periferie di New York, un po’ meno glamour ma di sicuro effetto e soprattutto molto presente nell’immaginario collettivo della metropoli occidentale. Qui vivono principalmente immigrati di tutte le etnie possibili. Un brulicare infernale di case, strade e corpi che si intrecciano e si lacerano. Qui il sogno americano si fatica anche solo a comprendere.
Ci sono sparatorie tra neri, cani da battaglia che aggrediscono bambini, maternità tossiche in ostello, mariti violenti e fondamentalisti religiosi per cui è Dio a curare e non la medicina.
Il futuro condannato dal passato
Motivo ricorrente è la velocità. Si corre sempre per le strade anche quando non si deve salvare nessuno; c’è sempre un senso di urgenza. Anche il cibo è consumato di fretta e senza cura. Non c’è una pausa in tutta la prima parte del film. È come se il passato dei protagonisti corresse dietro al futuro senza dar loro tempo di vivere il presente.
Sean Penn, che da solo vale metà del film, non è riuscito a costruirsi una vita: due o più mogli sono state lasciate per strada e l’unica figlia gli sta per essere definitivamente portata via. Il lavoro, il doppio lavoro, il trauma di essere stato un soccorritore l’11 settembre lo hanno assorbito e con essi gli affetti si sono smarriti. Il passato ha vinto sul futuro.
Tye Sheridan, già con Sean Penn in The Tree of Life, ha la faccia di chi invece sogna un grande futuro. Diventare un medico, imparare sul campo il mestiere e aiutare gli altri. Nelle pause tra una corsa e l’altra c’è tempo per una nuova relazione che sta per nascere anche se per ora è solo fisica. Ma la realtà del primo soccorso e la presenza gregaria di Sean Penn sono troppo ingombranti. Il ritmo diventa sempre più ossessivo e in mancanza di una riflessione opportuna anche lui finisce per essere inghiottito nel lavoro. Non capisce più in che direzione sta andando.
Distruggersi la vita per salvare vite distrutte
Sulle note de L’Oro del Reno il regista chiude le ultime sequenze del film. Una sorta di elegia wagneriana, non certo originale, che vuole sottolineare il respiro epico che si vuole dare ai personaggi principali. Da buoni americani infatti, il dilemma che affligge i protagonisti è quello su quanto considerarsi dei superuomini. Per dei soccorritori di primo intervento per cui la tempestività e la capacità di azione possono determinare la sopravvivenza o meno degli infortunati la domanda non è campata in aria. La messa in scena plastica e priva di spiritualità con cui si racconta però può apparire quanto meno esagerata.
<<credi di essere un eroe, di salvare le persone. Tu non sei niente. Più in alto di noi si salvano le persone>>
Con questo parole, uno dei soccorritori più disincantati del gruppo (Michael Pitt) apostrofa Sean Penn e Tye Sheridan. Ma per i protagonisti la tentazione di scegliere se per una bambina sieropositiva, nata in un ostello malfamato da una madre tossica, sia meglio non nascere è un proprio diritto. Così come se è opportuno salvare in una sparatoria tra gang un sordido spacciatore o non farsi giustizia da soli contro un marito violento. Questi i dilemmi che affliggono i protagonisti.
Sean Penn non ne può più di questo tipo di vita. Tye Sheridan tentenna, non è ancora così sicuro di voler seguire le orme del suo collega. Ma nel finale il regista toglie ogni dubbio. Poche inquadrature, uno sguardo alle rotaie della metropolitane, uno sguardo al cielo e un giacchetto con ali d’angelo disegnate risolvono la questione.
Un film di attori
Il film di Jean-Stéphane Sauvaire fu incomprensibilmente inserito nel concorso principale al Festival di Cannes nel 2023. Il film rappresenta il prototipo di prodotto da piattaforme per un determinato target di pubblico che ama le serie televisive sui medici, che predilige schemi abituali con intrecci non particolarmente complicati. Un pubblico che in ultima analisi cerca nel cinema quegli eroi quotidiani che non trova nella realtà.
La nota di merito proviene dal cast. Gli attori principali sono assolutamente di primo livello e rendono visibile il film. Sean Penn è ovviamente una garanzia, ma anche Tye Sheridan ha i numeri per proseguire la grande tradizione attoriale americana.
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