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Saggezza e meraviglia: MUBI dedica una rassegna a Silence e Hugo Cabret di Martin Scorsese

MUBI propone una rassegna dedicata a Silence e Hugo Cabret: due film di Martin Scorsese che mostrano la maturità del suo cinema, tra ricerca spirituale e omaggio alla storia delle immagini. Analisi critica e approfondimento

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Nella nuova rassegna che MUBI dedica a Silence (2016) e Hugo Cabret (2011), emergono due anime complementari dell’ultimo Martin Scorsese: da un lato il regista che interroga la fede e il peso dell’eredità morale, dall’altro l’artigiano innamorato del cinema delle origini. Un dittico che, pur nella distanza di tono, ritmo e iconografia, testimonia la sorprendente versatilità di un autore capace ormai di attraversare generi e forme senza mai rinunciare a una precisa identità stilistica, fatta di rigore, curiosità e profonda devozione per quel mezzo cinematografico che ha saputo far suo come pochi altri.

Hugo Cabret: la meraviglia come memoria del cinema

Con Hugo Cabret, Scorsese costruisce un film-labirinto che si apre come un meccanismo di orologeria. La Parigi degli anni Trenta, ricostruita con estrema cura scenografica e cromatica, diventa un piccolo universo autosufficiente, dove la fantasia convive con la precisione artigianale. La storia del giovane Hugo e del misterioso automa riprende vita quando una chiave a forma di cuore riattiva il marchingegno costruito dal padre; nello stesso gesto, Scorsese rianima un immaginario dimenticato fatto di film muti, locomotive a vapore, vecchie botteghe e spettacoli popolari.

Il film, nella sua superficie avventurosa e luminosa, cela una riflessione più ampia: il cinema come macchina dei sogni, come archivio emotivo e culturale, come modo di ricordare ciò che è stato perduto. L’incontro con Georges Méliès, figura centrale della narrazione, diventa infatti un atto di restituzione. Scorsese non si limita a celebrare il maestro degli effetti speciali: ne ricostruisce il dolore, la caduta nell’oblio, la fragilità dell’artista costretto a vedere il proprio mondo dissolversi.

Se Hugo Cabret parla ai ragazzi, in realtà guarda agli adulti; il suo incanto formale è attraversato da un sentimento malinconico, quello di chi cerca di trattenere una meraviglia sul punto di svanire. Ed è anche un film profondamente coerente con la missione educativa che Scorsese conduce da decenni attraverso la Film Foundation: un invito a proteggere, restaurare, tramandare.

Hugo Cabret (Martin Scorsese, 2011)

Silence: il peso della fede, la prova del dubbio

L’altra faccia della rassegna è Silence, un’opera austera e complessa, forse una delle più personali di Scorsese. La storia dei due gesuiti che nel Seicento raggiungono il Giappone per ritrovare il proprio mentore e sostenere una comunità cristiana perseguitata affonda nel cuore del rapporto tra religione, identità e sacrificio.

La messa in scena di Silence è antispettacolare: la narrazione procede attraverso ellissi, sussurri, lunghi momenti contemplativi in cui il silenzio non è solo eco spirituale ma spazio di conflitto morale. La fotografia di Rodrigo Prieto, candidata agli Oscar e costruita in dialogo con il cinema classico giapponese del maestro Mizoguchi, accompagna i personaggi in paesaggi che sembrano assorbire e giudicare le loro scelte.

Il film, lontano dall’agiografia, problematizza la missione evangelica, evidenziandone i limiti etici e culturali. Il rapporto tra sofferenza individuale e responsabilità comunitaria richiama il grande cinema americano di John Ford, mentre il tormento interiore del protagonista (Andrew Garfield) rimanda alle opere che Scorsese ha dedicato negli anni alla spiritualità, dal cristianesimo de L’ultima tentazione di Cristo al senso di colpa più profondo di Kundun.

Se Hugo Cabret è un film di aperture, Silence è un film di chiusure: chiusure interiori, dubbi che comprimono l’identità, domande che non trovano risposta. Due tempi dello stesso autore, due prospettive sulla fragilità umana.

Silence (Martin Scorsese, 2016)

Un unico Scorsese: il maestro e il bambino

Ciò che unisce i due film è un tratto che Scorsese non ha mai smesso di coltivare: il desiderio di esplorare nuovi territori senza abbandonare le proprie radici. MUBI parla di una “artigianalità sopraffina” e di una “meraviglia del bambino” che convivono nel suo cinema più recente.

E questa definizione, più che un’etichetta, sembra descrivere perfettamente la dialettica che anima opere come Hugo Cabret e Silence.

Da un lato, il rigore del cineasta che conosce a fondo la storia del mezzo, dall’altro la curiosità inesauribile di chi lo guarda ancora con stupore. Due film diversissimi, che solo apparentemente si contraddicono; in realtà dialogano tra loro come capitoli di un percorso di maturità, in cui Scorsese continua a reinventarsi pur restando fedele al proprio sguardo.

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