We’re All Going to the World’s Fair è disponibile sulla piattaforma MUBI, dove continua a distinguersi come uno dei film indipendenti più peculiari degli ultimi anni. L’opera, diretta da JaneSchoenbrun, si inserisce in un territorio ibrido tra horrorpsicologico, drammaintimista e linguaggio del web. Il film offre un’esperienza che sfugge alle classificazioni tradizionali, regalando un’esperienza cinematograficaatipica.
Il film segue la storia di Casey, un’adolescente solitaria che decide di partecipare a una sfidaonline chiamata The World’s Fair Challenge. Attraverso video amatoriali, registrazioni notturne e confessioni dirette alla webcam, il confine tra performance e trasformazione autentica si fa progressivamente opaco. La narrazione si costruisce così su un equilibrio instabile, in cui lo spettatore è costantemente spinto a interrogarsi sulla veridicità di ciò che vede.
L’estetica dell’isolamento
La regia di Schoenbrun abbraccia un’esteticaminimalista, caratterizzata da luci soffuse, schermi retroilluminati e lunghi momenti di silenzio. Questo approccio non cerca lo shock o il terrore immediato, ma punta a evocare una sensazione costante di inquietudineemotiva. L’isolamento di Casey, immersa in un ambiente domestico che diventa sempre più claustrofobico, riflette una condizione generazionale legata all’uso solitario e compulsivo delle tecnologie digitali.
Uno degli aspetti più incisivi del film è il modo in cui rappresenta il web. Non è un semplice sfondo narrativo, ma un vero e proprio spazioditrasformazione. Un rito iniziatico e collettivo in cui identità e finzione si confondono. L’opera riesce a catturare il fascino oscuro delle comunità virtuali, basate su rituali criptici, storytelling condiviso e un senso di appartenenza fragile e potenzialmente alienante.
Un’opera che sfida ogni aspettativa
Al di fuori dei suoi elementi più inquietanti, We’re All Going to the World’s Fair è anche un film sulla ricerca di sé. Le tensioni interne di Casey sono filtrate attraverso un linguaggio fatto di avatar, confessioni digitali e narrazioni autoindotte. Così rivelandounpercorso di esplorazione intima che suggerisce il disagio e l’incertezza della crescita. È un racconto che parla di metamorfosi, spesso metaforica, talvolta ambigua, sempre profondamente umana.
Il film di Schoenbrun non offre risposte né soluzioni. Preferisce lasciare lo spettatore sospeso in una zona d’ombra interpretativa. La sua forza risiede proprio in questa ambiguità, in un approccio che mescola il digitale e l’emotivo, il perturbante e il fragile. We’re All Going to the World’s Fair si conferma come un esempio significativo di cinema indipendente contemporaneo, capace di indagare l’esperienza online con uno sguardo originale e profondamente sensibile.