In occasione del FilmMaker Festival 2025 (sezione concorso prospettive), la giovane regista e sceneggiatrice del film, Lilly De Rosa, porta sullo schermo il difficile rapporto tra lei e suo padre Enzo De Rosa con il cortometraggio Dico D(e)ad.
Con un voice over la regista racconta la sua storia. Nel frattempo scorrono sullo schermo le foto dei suoi genitori da giovani e di lei da bambina. A tutto questo si aggiunge l’utilizzo di interviste d’archivio, fatte a giovani frequentatori e frequentatrici di varie discoteche della zona del Ticino, probabilmente risalenti agli anni ‘80, messe a disposizione da RSI Radiotelevisione svizzera TeleTicino.
Disco D(e)ad, tra autobiografia e fantasia
Sebbene la regista sia ormai grande, il suo racconto contiene e mantiene comunque qualcosa di fiabesco e allo stesso tempo bambinesco. Un attore vestito da vampiro impersona il genitore assente. Sin da piccola la giovane regista utilizza questa figura mitologica come metodo per superare la mancanza di suo padre.
Enzo De Rosa vive principalmente di notte. Lui è amante delle luci stroboscopiche delle discoteche o di una buona canzone dance suonata a volume spaccatimpani ma è meno abituato a cantare una ninna nanna a sua figlia per farla addormentare.
Nonostante si tratti di un legame sicuramente molto complicato, la regista è capace di raccontarlo in maniera semplice e diretta. Alla fine è lo stesso spettatore che spera di veder comparire il padre della narratrice-regista sullo schermo al fianco di sua figlia, per accompagnarla nel momento più importante del lavoro sul set: il finale.
Padre vampiro o padre reale?
Le scene del padre-vampiro vengono intervallate alle interviste di aspiranti attori in lizza per il ruolo. Massimo Sabet, poi scelto nell’effettivo, dichiara di essersi emozionato dopo aver letto il soggetto, ripensando al rapporto con sua figlia, che definisce con voce rotta come la cosa più importante della sua vita.
Emergono due tipi di genitorialità completamente opposti, che emozionano chi guarda. Da un lato un padre assente, che si sente vivo solo di notte; dall’altro un attore annoiato dai soliti ruoli, che decide però di accettare l’incarico perché toccato dalla sofferenza della regista.
Tuttavia la figura del padre non viene eccessivamente colpevolizzata. La narratrice cerca di tenere stretta la presa sulla corda che li lega anche se essa risulta essere debole e consumata. Alla fine Lilly dimostra a noi spettatori e a se stessa di essere cresciuta e di perdonare il genitore, che ha preferito seguire la sua passione per la discoteca piuttosto che essere per lei fonte di supporto.
La narrazione rimane comunque a tratti comica e per chi si riconosce nella storia raccontata non è difficile commuoversi.
Il tocco retrò della musica dance e le foto analogiche rendono il cortometraggio scorrevole e piacevole da guardare. Il tema è in sé delicato e riesce a far emozionare i cuori più sensibili.