Glocal Film Festival

Glocal Film Festival: tra memoria e futuro del cinema piemontese

In occasione della nuova edizione del Glocal Film Festival, abbiamo incontrato Alessandro Gaido, presidente dell’Associazione Piemonte Movie, e co direttore del festival insieme ad Alice Filippi per parlare del tema di quest’anno – Passaggi – e delle trasformazioni che stanno ridisegnando il panorama del cinema regionale e nazionale.

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C’è un filo rosso che unisce le edizioni del Glocal Film Festival: la capacità di cambiare restando fedele a sé stesso. Il Festival torinese sceglie quest’anno di raccontarsi attraverso il tema “Passaggi”, parola chiave di un’edizione che guarda alla storia del festival e alle trasformazioni del presente.
Alessandro Gaido, alla direzione insieme ad Alice Filippi, ci parla di cinema come strumento di identità e resistenza, del legame con il Piemonte e di una prospettiva sempre più aperta sul mondo.

Il tema di quest’anno “Passaggi” continente diverse sfacettature. Cosa vuole evocare questa scelta?
«Il tema ha una doppia lettura. Da un lato racconta la nostra storia: venticinque anni di attività, dai primi passi a Moncalieri come rassegna, alla trasformazione in festival nel 2008 e il trasferimento a Torino e, oggi, al cambio di periodo da marzo a novembre. È una storia di evoluzioni, di passaggi, appunto.
Dall’altro lato, riflette un tempo di transizione globale, segnato da guerre e tensioni sociali. Viviamo in un mondo che cambia rapidamente e noi, pur mantenendo un forte legame con il territorio, vogliamo guardare anche fuori, cercando un equilibrio tra il locale e il globale.»

Come si traduce questa idea di “passaggio” nell’esperienza cinematografica?
«Quando selezioniamo i film, non imponiamo rigidamente il tema, ma lo lasciamo emergere nelle attività collaterali. Ad esempio, la mostra all’Unione Culturale Antonicelli racconta i “passaggi” della nostra storia. Abbiamo anche restauri e omaggi a figure che hanno segnato il cinema torinese, come Gianfranco Barberi, autore fondamentale nel riportare il cinema a Torino negli anni ’70 e ’80.»

Il Glocal da sempre mette in dialogo produzione regionale e sguardo internazionale. Come si articola questo rapporto?
«I film in concorso devono avere un legame con il Piemonte, ma in senso ampio. Valorizziamo i talenti e le maestranze locali, anche in produzioni internazionali.
Un esempio è Dom, documentario in cui lavora il direttore della fotografia Emanuele Pasquet, piemontese, pur in un contesto globale. Il festival vuole essere una vetrina per il cinema regionale, ma anche un ponte verso il mondo. Il nostro compito è mostrare come il locale possa dialogare con il globale»

Quest’anno il festival ha subito un passaggio anche temporale, spostandosi da marzo a novembre. Perché questo cambiamento?
«Le difficoltà economiche e i ritardi nei contributi regionali ci hanno costretti a posticipare l’edizione. Ma da un problema è nata un’opportunità: l’idea di un lungomese del cinema a Torino e in Piemonte.
Ora siamo parte di un sistema coordinato con altri festival – Contemporanea, Torino Film Industry, Torino Film Festival, Sotto18 – per creare un mese intero dedicato al cinema. È un progetto che guarda al futuro e che renderà il nostro sistema più forte e coeso. L’obiettivo è creare sinergie, ottimizzare risorse e rafforzare l’offerta culturale della regione»

Uno dei focus di quest’anno è il gemellaggio con il Nazra Palestine Short Film Festival. Data la situazione attuale, che significato assume?
«È un gesto di umanità. Non cambieremo la situazione in Palestina, ma possiamo contribuire a mantenere accesa l’attenzione. In un mondo dove certe tragedie scivolano rapidamente in secondo piano, vogliamo continuare a “restare umani”, come diceva Arrigoni. È un modo per affermare che la cultura deve sempre schierarsi a favore della vita.»

Qual è oggi la sfida principale nel promuovere il cinema regionale e qual è il ruolo di un festival come Glocal in questo fronte?
«Convincere i gestori delle sale che il legame con il territorio è fondamentale. Le sale devono diventare centri culturali, non solo spazi commerciali.
Con il progetto Movie Tellers portiamo i film piemontesi nelle città e nei paesi della regione, insieme agli autori, per creare dialogo e cultura cinematografica. Il circuito alternativo resta fondamentale: le piattaforme danno visibilità, ma spesso chi non ha grandi mezzi resta invisibile. Portare i film nelle sale, accompagnati da registi e maestranze, significa fare vera cultura cinematografica.»

In un festival focalizzato sul contemporaneo la presenza di restauri di film storici come quelli di Lizzani e Bava diventa significativa. Perché è importante mantenere vivo il dialogo con la memoria cinematografica?
«Perché la memoria è la coscienza di un popolo. Riscoprire i film del passato serve a comprendere il presente e a ispirare chi fa cinema oggi.
In passato c’era più coraggio, più rischio creativo. Mostrare quelle opere ai giovani significa ricordare che il cinema può ancora essere un atto di libertà e di visione.»

Tra gli eventi speciali spicca un omaggio ad Andrea Camilleri. Di cosa si tratta?
«È un appuntamento che ho voluto fortemente. Pochi sanno che Camilleri, oltre a essere scrittore e funzionario Rai, fu regista di una serie di telefilm girati a Torino negli anni ’70: L’indizio – Cinque inchieste per un commissario.
Con Rai Teche e la Mediateca Villani proietteremo questi lavori inediti per mostrare il legame, poco noto, tra Camilleri e la città.»

Quest’anno ricorrono anche i 25 anni di Piemonte Movie. Come avete deciso di celebrarli?
«Con una mostra fotografica che ripercorre tutta la nostra storia. È stato come un viaggio nella memoria: migliaia di immagini, locandine, ricordi di persone e progetti.
Riguardando tutto, ci siamo resi conto di quanta strada abbiamo fatto. È un modo per dire al pubblico chi siamo, ma anche per ricordarcelo noi stessi.»

Un titolo o un autore che, secondo lei, incarna al meglio il concetto di “passaggio”?
«Direi Requiem di Gianfranco Barberi, dedicato ai funerali di Giovanni Agnelli. È un film che segna la fine di un’epoca, quella del capitalismo familiare, e riflette su un’Italia che stava cambiando.
C’è poi la sezione dedicata al cinema muto, con le sonorizzazioni dal vivo: un modo per unire le generazioni e far scoprire ai giovani il fascino del cinema delle origini.»

Quali sono le aspettative per questa edizione del festival?
«È un’edizione di transizione, fatta con risorse limitate ma con tanta passione. L’abbiamo costruita per non interrompere il percorso e per prepararci al 2026, quando avremo il tempo di realizzare un’edizione ancora più forte e condivisa.
Abbiamo due ospiti speciali: Alberto Barbera, che ci è stato vicino fin dagli inizi, e Andrea Roncato, protagonista del film Il bar del cult del regista verbanese Mirko Zullo. È un bel modo per unire memoria, ironia e territorio.»

 

Crediti fotografici: Diego Dominici

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