A due anni da Passages, il regista statunitense Ira Sachs torna dietro la macchina da presa con Peter Hujar’s Day, scegliendo di ridare voce a un nastro perduto, restituire presenza a un’assenza. Dopo la presentazione al Sundance, il film approda al festival di cinema e arte contemporaneaLo schermo dell’arte, portando con sé il suo sguardo intimo e contemplativo.
Il film mette in scena l’intervista che la scrittrice Linda Rosenkrantz (interpretata da Rebecca Hall) realizzò nel 1974 al fotografo newyorkese Peter Hujar, figura centrale della downtown art scene tra gli anni Sessanta e Settanta. A interpretarlo, un Ben Whishaw magistrale, capace di incarnare la fragilità e la lucidità di un artista che viveva sospeso tra eros e morte, tra desiderio e disincanto.
La forza dell’ordinario
L’intervista era stata pensata per un libro mai pubblicato, dedicato a raccontare una giornata nella vita di artisti amici dell’autrice: frammenti di quotidiano, senza filtri né idealizzazioni. Il nastro originale andò perduto, ma nel 2022 ne è stata ritrovata una trascrizione, divenuta base per il film. Sachs decide di rispettarne integralmente il testo — senza riscriverlo, senza aggiungere nulla — dando vita a un film che diventa un atto di fede nella parola e nel tempo che la fa esistere.
La macchina da presa segue Hujar e Rosenkrantz nel loro appartamento newyorkese, tra la luce incerta del mattino e quella calda del tramonto, mentre si muovono, fumano, parlano, ricordano. Le loro parole attraversano la città come una mappa invisibile di incontri e nomi — Ginsberg, Burroughs, Sontag, Fran Lebowitz — figure che popolavano una comunità viva, fragile, febbrile. Forma di ricostruzione di un ecosistema culturale che respirava la stessa aria di Hujar: quella di una New York bohemien e queer, ancora ignara della tragedia che l’AIDS avrebbe portato.
Cinema della parola
Il film si regge su un equilibrio delicato tra il rigore del testo e la libertà del gesto. Whishaw, che recita integralmente le pagine della trascrizione, abita le parole, le fa vibrare nel corpo, le restituisce alla materia filmica come se le stesse inventando in quel momento. Le sue micro-espressioni, le pause, gli sguardi fuori campo diventano la vera sceneggiatura del film. La fotografia di Alex Ashe, in 16mm, amplifica la grana del tempo, cattura la polvere dell’aria e la densità della luce che entra dalle finestre. È un cinema di presenza, dove ogni sguardo, rumore urbano e cambio di luce diventa misura del tempo che scorre.
La noia come forma di verità
In Peter Hujar’s Day c’è una dimensione volutamente monotona, quasi ipnotica, che Sachs non teme di esporre. La ripetizione dei gesti, la lentezza del racconto, le pause silenziose non sono difetti ma sostanza. Lo spettatore viene messo accanto ai personaggi, invitato a condividere il ritmo della loro giornata. Non tutto funziona con la stessa grazia: alcuni momenti di metacinema (l’apparizione dei tecnici, i tagli improvvisi) rischiano di essere più didascalici che necessari, ma nel complesso la coerenza dell’approccio resta intatta.
Tra realtà e rappresentazione
Come in Love Is Strangeo Keep the Lights On, Sachs si conferma regista del presente emotivo, capace di far convivere verità documentaria e astrazione poetica. In Peter Hujar’s Day la verità non è nei fatti, ma nel modo in cui la parola diventa immagine, e l’immagine, memoria. Rebecca Hall offre una controparte silenziosa e misurata, la cui capacità di ascolto è la chiave dell’intero film. La tensione tra lei e Whishaw, fatta di intimità e distanza, di curiosità e rispetto, dà corpo a un dialogo che diventa simbolo di un’epoca.
Peter Hujar’s Dayè un film che sfida il linguaggio cinematografico, un esperimento tra testimonianza e performance; non si tratta di un semplice biopic, ma di un ritratto che riflette sul senso dell’immagine e sul destino di chi la crea. Un’opera malinconica e profondamente umana, che restituisce al cinema la sua capacità di trattenere il tempo e, insieme, di lasciarlo andare.