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‘God Is Shy’ al Linea d’Ombra Festival, intervista al regista
Intervista a Jocelyn Charles
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2 settimane agoon
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Aurora FaziDall’8 al 15 novembre 2025 si tiene a Salerno il Linea d’Ombra Festival, giunto quest’anno alla sua trentesima edizione. Nato per promuovere il cinema giovane e sperimentale, il festival è ad oggi un punto di riferimento per cortometraggi, animazione, videoclip e opere multimediali provenienti da tutto il mondo, con grande attenzione ai giovani talenti e al coinvolgimento di più forme e culture diverse tra loro. L’edizione di quest’anno, in programma nel corso di questa settimana, è dedicata al tema Diritti, con particolare attenzione al diritto al sapere. E del diritto di sapere parla God Is Shy, — già presentato in concorso al Festival di Film di Villa Medici 2025 — nel corso di un viaggio onirico su un treno che si fa sempre più stretto. Abbiamo intervistato il regista del cortometraggio: Jocelyn Charles.
God Is Shy
Durante un viaggio in treno, Ariel e Paul passano il tempo disegnando le loro paure più profonde. Il loro gioco prende una piega inaspettata quando Gilda, una misteriosa passeggera, si intromette nel loro scambio. Tuttavia, il suo rapporto con la paura sembra essere molto meno innocente dei loro disegni giocosi. God Is Shy attraversa il concetto di conoscenza e orrore durante un racconto che ci porta nelle più profonde curiosità umane, là dove il desiderio di sapere si fa prima ossessivo, e poi pericoloso.
L’intervista all’autore: come nasce God Is Shy
God Is Shy è un cortometraggio visivamente e narrativamente potente e, nel modo migliore, piuttosto disturbante. Colpisce davvero i punti giusti del pensiero e dell’emozione.
So che è il tuo primo cortometraggio: come hai capito che questa era la storia che volevi raccontare?
God Is Shy è nato da un desiderio di lunga data di realizzare un cortometraggio — un’idea spesso discussa ma mai iniziata davvero — fino a quando non è stata concretizzata da Ugo e Felix, i due fondatori dello studio Remembers, dove lavoro. Sapendo che tendo a trovare ispirazione nei limiti, mi hanno lanciato la sfida di creare un animatic di un minuto (uno storyboard animato) entro due mesi dalla nostra conversazione. Senza pensarci troppo, ho iniziato subito a visualizzare le mie idee direttamente attraverso lo storyboard, senza alcuna scrittura preliminare. Il mio unico principio guida era disegnare scene che, da spettatore, avrei voluto vedere.
Questo film è stato anche un’occasione per consolidare e rafforzare il mio universo artistico. Durante la realizzazione del videoclip Hématome ho esplorato, insieme alla mia co-regista Roxane Lumeret, il tema della mostruosità, che da allora è diventato un tema ricorrente nel mio lavoro. In How Do I Make You Love Me per The Weeknd, un progetto concepito e diretto interamente da me, ho spinto questa fascinazione verso l’horror, a tratti persino nel gore, con elementi di decomposizione, sangue e volti distorti. Tutto questo mi ha fornito gli strumenti e il desiderio di utilizzare tali elementi al servizio di una storia originale e più personale.
Sono anche profondamente affascinato dalle domande metafisiche, dall’astronomia e dall’inconscio. Il mio precedente cortometraggio, realizzato come parte di un collettivo, ruotava attorno alla zetetica, lo studio razionale dei fenomeni contrapposto alle scienze occulte. Credo di essere sempre stato attratto da questi temi, e sono riemersi naturalmente durante la creazione di questo film, come guidati dal mio subconscio.
Un’immagine da God Is Shy, fonte: Jocelyn Charles
Il titolo dell’opera
Il titolo God Is Shy è molto diretto, e il tema ricorre più volte nel film. Ma il Dio che rappresenti sembra suscitare inquietudine, sia nei personaggi che nello spettatore. Di solito si usa immaginare Dio come una presenza accogliente e calda: come hai deciso di adottare questo approccio diverso al divino?
Il divino è effettivamente evocato nel titolo, ma non ho mai avuto l’intenzione di parlare di Dio in senso biblico. Forse perché sono una persona più agnostica, e poiché non sono cresciuto in un ambiente religioso, ho sempre immaginato Dio come qualcosa di più vicino alla scienza, come il Caos, l’Entropia o altre forze fondamentali che plasmano l’universo. Anche se non ho mai letto Lovecraft, ho sempre sentito una forte affinità con la nozione di “orrore cosmico”: quella consapevolezza inquietante di quanto l’universo sia vasto e indifferente, e di quanto noi siamo insignificanti al suo interno.
È una prospettiva in cui divinità e terrore si fondono, non come forze morali, ma come fenomeni incomprensibili e indifferenti, davanti ai quali l’esistenza umana appare quasi accidentale.
La paura, in questo senso, diventa qualcosa di primordiale, nata dall’ignoto, dal rendersi conto che non comprenderemo mai del tutto la vastità o la logica di ciò che ci circonda. È una delle emozioni più antiche dell’umanità, forse la più universale.
Scegliere il setting: il treno in God Is Shy
Il film è ambientato interamente su un treno. Che tipo di sfide o possibilità narrative offre uno spazio così ristretto e in movimento? Come hai utilizzato quello spazio in God Is Shy?
Non avevo realmente previsto che l’intera storia si sarebbe svolta su un treno: è successo in modo naturale, probabilmente perché, all’epoca in cui stavo creando il film, prendevo spesso il treno. Mi è sembrato naturale lasciare che la storia si sviluppasse lì. Guardando indietro, però, il treno simboleggia un momento di transizione, ma soprattutto suggerisce che i personaggi siano trascinati da un movimento continuo che non possono controllare.
Offre anche la possibilità di giocare con i flashback o di trasportare istantaneamente lo spettatore in altre scene, poiché i personaggi stessi sono fisicamente confinati. In animazione, inoltre, fa risparmiare tempo: non è necessario mostrare i movimenti da un punto A a un punto B. Posso permettermi il lusso di “teletrasportarli” in nuove situazioni, e il contesto narrativo fa sì che lo spettatore accetti naturalmente questi passaggi.
Un’immagine da God Is Shy, fonte: Jocelyn Charles
L’acqua come simbolo di nascita e trasformazione
L’acqua è un simbolo ricorrente in tutto il film: è nel nome di Ariel, nelle paure sue e di Paul, ed è, come dice lei, l’inizio della vita. Ma qui rappresenta anche la fine della storia.
Quel gesto catartico finale è un ritorno alle origini, una resa o una forma di conoscenza?
Oppure deve rimanere un mistero, come molto di ciò che attraversa la narrazione?
L’acqua è davvero un elemento molto importante nel film. Mi ha sempre affascinato, e amo nuotare ogni volta che posso. Mentre sviluppavo la storia ho realizzato — insieme ai personaggi, in un certo senso — che entrambe le paure avevano un filo conduttore comune: le donne e l’acqua. Ma questo legame non era qualcosa che avevo pianificato fin dall’inizio.
Quando me ne sono reso conto, ho capito che stava emergendo un parallelismo: Gilda (la donna anziana) cerca disperatamente risposte sull’origine della nostra esistenza. È una storia di creazione, e la paura della gravidanza (suggerita dal disegno di Paul) si manifesta metaforicamente. Portare qualcosa nel mondo, in una forma o nell’altra. Creare, in senso più ampio.
L’acqua può anche essere vista come simbolo dell’inconscio: scaturisce incontrollata dagli occhi di Paul, e ci sommerge quando tutte le risposte vengono rivelate. Mi piace l’idea che ogni spettatore possa attribuire il proprio significato a quel simbolo.
Un’immagine da God Is Shy, fonte: Jocelyn Charles
La paura distruttiva e inevitabile
La domanda “Perché esistiamo?” è antica quanto il pensiero stesso. In relazione a God Is Shy, pensi che la nostra sete di conoscenza possa essere anche la nostra paura più profonda?
Sì, in un certo senso. Ma l’idea è anche che alcune cose dovrebbero restare misteriose; che a volte è meglio non cercare risposte che non saremmo nemmeno in grado di comprendere. È anche una questione di semantica, di linguaggio. La nozione stessa di “perché” è una costruzione umana, mentre la natura, ovviamente, non ha risposta a quella domanda — semplicemente è. Ma la nostra immaginazione cerca costantemente di trovare un senso, di inventare ragioni. È quasi come se la natura dicesse:
“Vuoi una risposta? Non hai nemmeno fatto la domanda giusta. Ma tieni questa: è quella che ti meriti.”
L’animazione di God Is Shy e le influenze giapponesi
L’animazione ci proietta in un mondo onirico senza via d’uscita. Sono sicura che te l’avranno già detto molte volte, ma il tuo stile ricorda molto l’animazione giapponese. Pensi che questo cortometraggio avrebbe funzionato anche in live-action, o aveva bisogno dell’animazione? E perché?
Sono molto influenzato dalla narrazione visiva giapponese, sia nei manga che nell’animazione, e si può dire che i giapponesi siano maestri nelle storie rivolte a un pubblico di adolescenti e adulti. In Occidente, invece, l’animazione e i fumetti tendono ancora a essere considerati prodotti per un pubblico più giovane. Sono un grande fan del lavoro di Junji Ito. Infatti, nel 2021 ho collaborato con la rete americana Adult Swim, che trasmetteva un adattamento del manga Uzumaki di Ito, per creare un tributo animato a quell’opera.
Non credo ci sia mai stato alcun dubbio sul fatto che questo progetto dovesse essere realizzato in animazione. È la mia arte, il mio linguaggio, ed è attraverso di essa che voglio raccontare storie. Credo anche che il genere horror in animazione non sia stato ancora esplorato a fondo, il che lascia spazio a nuovi modi di creare.
Un’immagine da God Is Shy, fonte: Jocelyn Charles
La musica che disegna le immagini
Anche la musica sembra un personaggio principale del corto. Mi puoi parlare un po’ del sound design? Come avete integrato suoni e melodie nella narrazione?
Penso che la musica giochi un ruolo importante, perché finora il mio principale mezzo di narrazione sono stati i videoclip musicali. Ho sempre amato costruire una storia attorno alla strumentazione e al ritmo, lasciando che mi guidassero e mi ispirassero. Ho lavorato allo stesso modo per questo film, partendo da tracce temporanee che mi hanno aiutato a definire ritmo, struttura ed evoluzione emotiva della storia. Il suono, in generale, è essenziale per portare autenticità e spontaneità in disegni che altrimenti avrebbero un controllo totale sull’immagine.
A differenza del live action, dove l’imprevedibilità e il realismo si manifestano naturalmente, l’animazione controlla ogni pixel sullo schermo.
A mio avviso, il suono è l’unico modo per reintrodurre quella sensazione di vita e imperfezione in un mezzo altrimenti perfettamente costruito.
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