Nel concorso Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma è stato proiettato Nino di Pauline Loquès. Il film presentato a Cannes nella sezione Crtitics’ Week ci parla di malattia, accettazione e importanza delle relazioni umane.
Nino Clavel, interpretato dal bravissimo Théodore Pellerin, compie ventinove anni venerdì. In questo stesso giorno scopre anche di avere un tumore dovuto all’HPV, papillomavirus umano. Prima di iniziare la chemioterapia e la radioterapia il lunedì, ha tre giorni a sua disposizione per trovare qualcuno che lo accompagni alle sessioni e per lasciare i suoi spermatozoi nella banca del seme, nel caso in cui volesse avere bambini in futuro. Il referto medico gli piomba addosso all’improvviso: aveva un semplice mal di gola, in nessun modo si aspettava una diagnosi fatale. I guai nel frattempo non vengono mai da soli. Quando torna a casa, si rende conto di aver perso la chiave. Il portiere non c’è mai, quindi deve vagare per la città per tutti e tre i giorni.
Lo spazio per l’introspezione
Se all’inizio Nino ci sembra disperatamente solo, pian piano impariamo di più su di lui. Ha una madre (Jeanne Balibar) che gli vuole bene e con cui ha una connessione tenera e forte, ma non riesce a dirle la verità. Anche se è il suo compleanno, Nino non riceve nessuna chiamata – però il giorno successivo il suo amico Sofian (William Lebghil) organizza una serata a sorpresa, dove Nino riesce facilmente a relazionarsi con tutti. Incontra la sua ex Camille (Camille Rutherford) che lo accoglie con un sorriso. Pure Zoé (Salomé Dewaels), una campagna di classe, mamma single con un bambino, lo avvicina con simpatia e curiosità. Ciononostante, pur avendo tante persone al suo fianco, Nino si sente irrimediabilmente solo in questo scontro con la malattia. Perché confessare significherebbe accettare la diagnosi.
Il riferimento più evidente di questo film è Cleo dalle 5 alle 7 di Agnès Varda, con la differenza che Nino non aspetta la diagnosi, ma l’inizio della terapia, e che il periodo dell’attesa è prorogato da tre ore a tre giorni. Seguendo le orme di Varda, Pauline Loquès mostra accuratamente lo stato sospeso in cui entra una persona scioccata e disperata. La totale indifferenza degli infermieri non aiuta a diminuire questa sensazione. Poco importa se rimangano ore o giorni – questo limbo assomiglia sempre più all’inferno. Varda e Loquès ritraggono in modo preciso la sensazione di alienazione: essendo con gli altri, Cleo e Nino portano il peso di non essere come gli altri.
Ritratto di un’anima fragile
Théodore Pellerin mostra la sensibilità e la vulnerabilità in modo magistrale: con lo sguardo gentile e quasi sempre abbassato, indossando vestiti un po’ larghi, toccandosi ripetutamente la gola, incarna la fragilità, la simpatia e la tristezza del suo personaggio. È affettuoso e umano, perciò è facile empatizzare con lui. La messa in scena gestisce abilmente la sensazione di perdita vissuta da Nino. Parigi, dove si svolge l’azione, è viva, rumorosa e attraente, ma non per lui: la bella inquadratura dall’alto lo cattura mentre cammina senza potersi rivolgere a nessuno, contro il flusso di gente.
Gli incontri con le altre persone sono perlopiù casuali, ma mai inverosimili. Zoé con suo figlio appare dal nulla in un caffè, ricordando a Nino del passato. Lina, sorella di Sofian (Estelle Meyer), durante la festa irrompe nel bagno mentre c’è lui e fra i due nasce una conversazione intima. Un uomo incontrato nel bagno pubblico (l’iconico Mathieu Amalric) offre aiuto al ragazzo con quell’attitudine e tenerezza paterna che non riceveva da tempo. Le persone più vicine sono distratte: sua madre ha un amante, il migliore amico cerca di far colpo su una ragazza, la sua ex sta per trasferirsi in Canada. Tutti intorno a Nino sembrano avere una vita animata, mentre la sua è rallentata, perfino sospesa.
L’abbraccio finale
Comunque strato dopo strato Loquès avvolge Nino con sostegno e amore, dimostrando l’importanza di ascoltare e sentire le voci degli altri e di non chiudersi nella propria sofferenza. Le scene più tenere accadono nell’appartamento di Zoé: dopo aver appreso della malattia, lei non volta le spalle al vecchio compagno, ma mostra un supporto calmo e inaspettato in tutti i sensi. All’alba del lunedì Nino se ne va nel buio del futuro, solo per scoprire che all’ospedale c’è già qualcuno ad aspettarlo.
Loquès ha realizzato questo film dopo aver perso un caro amico per il cancro, e Nino è un abbraccio per coloro che soffrono di malattia e per i loro affetti. Il sorriso e la cortesia di uno sconosciuto, la sincerità nel dimostrare la propria attenzione a un amico bastano per sentirsi un po’ meglio. La scelta della canzone finale non poteva essere migliore: inizia a suonare In The Modern World di Fontaines D.C., segnando per Nino la fine dell’odissea durata tre giorni e l’entrata in un nuovo e nebuloso periodo della sua vita nel quale, ora lo sappiamo, lui non sarà solo.
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