Presentato in anteprima mondiale al Lucca Comics & Games e disponibile su Disney+, PROCHECY di Jacopo Rondinelli rappresenta un unicum nel panorama italiano contemporaneo: è il primo film nazionale a trasporre un manga giapponese, l’omonima opera di Tetsuya Tsutsui.
Un primato che testimonia il desiderio di uscire dai confini abituali del nostro cinema, provando a misurarsi con linguaggi globali e con la complessità del genere thriller tecnologico. In un’industria spesso restia al rischio, Prophecy arriva come segnale di movimento, come gesto che tenta di aprire un dialogo con le nuove forme dell’immaginario visivo.
Prophecy IL RICHIAMO DELLA PROFEZIA
La trama segue Paperboy, figura enigmatica che diffonde online messaggi pubblici per denunciare scandali e ingiustizie, preannunciando la punizione dei colpevoli. Dietro la maschera si nasconde Giona (Damiano Gavino), giovane idealista che, insieme all’amico hacker Ade (Haroun Fall), offre al magnate Paolo Manfredi (Giulio Greco) un software capace di prevedere l’andamento dei mercati finanziari: Prophecy.
Il riferimento biblico al profeta Giona apre la chiave più interessante dell’opera. Nella tradizione sacra, Giona non è soltanto un messaggero del destino, ma un uomo chiamato a mettere alla prova la propria responsabilità di fronte a una profezia che non deve necessariamente compiersi. La distruzione di Ninive, infatti, non è un evento inevitabile: può essere evitata se gli uomini scelgono di cambiare.
Rondinelli sembra raccogliere questo significato profondo: Prophecy non parla tanto della capacità di prevedere, quanto dell’impossibilità di sottrarsi al peso etico delle scelte. In un’epoca dominata da algoritmi e intelligenze artificiali, la differenza tra predizione e profezia diventa un nodo cruciale. Prevedere non equivale a comprendere, e nessun calcolo potrà mai liberare l’uomo dalla propria coscienza.
Giona inghiottito dalla balena, illustrazione biblica simbolo della profezia.
TRA AUDACIA E DISCONTINUITÀ
È su questo terreno che Prophecy trova la sua ambizione più alta, ma anche la sua fragilità. Il film tenta di intrecciare linguaggio tecnologico, riflessione filosofica e tensione narrativa, cercando un equilibrio difficile tra spettacolo e pensiero. Il risultato è un’opera discontinua, capace di momenti visivamente potenti ma non sempre sostenuta da una struttura drammaturgica coerente.
Il ritmo alterna accelerazioni e pause, la sceneggiatura apre molte direzioni che restano sospese, e i personaggi sembrano a volte simboli più che persone. Tuttavia, anche in queste imperfezioni si percepisce il coraggio di un cinema che tenta di muoversi, di abbandonare il rifugio della commedia o del realismo domestico per avventurarsi in territori nuovi.
Jacopo Rondinelli, con il suo linguaggio visivo che mescola videoclip, urbanità e suggestioni fumettistiche, mostra un immaginario riconoscibile e un desiderio di dialogo con modelli internazionali. È un’operazione che forse non trova piena riuscita, ma che non può essere liquidata come mero esercizio di stile.
DAL MANGA ALLA VISIONE ITALIANA
Il manga di Tetsuya Tsutsui, da cui Prophecy trae ispirazione, rappresentava già in origine un racconto di denuncia sociale e tensione etica. La versione cinematografica firmata dal regista non ne è una copia fedele, ma una vera reinvenzione culturale, che trapianta l’azione nel contesto italiano, con Torino al posto di Tokyo.
Il film conserva i temi universali del fumetto – il conflitto tra giustizia e potere, il ruolo della tecnologia nel controllo sociale, la responsabilità individuale – ma li filtra attraverso una sensibilità locale, più legata alla precarietà, all’attivismo giovanile e al disagio urbano del nostro presente.
Questa scelta di “traduzione” anziché di replica restituisce all’opera una propria identità, forse meno rigorosa sul piano narrativo, ma più vicina alla realtà italiana. Prophecy diventa così un esperimento di adattamento che dialoga con l’originale senza dipenderne, segnando un tentativo coraggioso di appropriazione culturale e di rielaborazione del genere nel nostro contesto cinematografico.
LA PROFEZIA SOSPESA
Alla fine Prophecy appare come una parabola incompiuta, una profezia che non si realizza ma che continua a chiedere ascolto. È un film imperfetto, ma mosso da un’urgenza autentica: quella di interrogare il futuro, non di predirlo. E forse proprio in questo risiede il suo valore più duraturo. Come Giona, anche Rondinelli sembra lanciare il proprio messaggio al mare aperto del cinema italiano, senza sapere se troverà approdo.
La sua profezia non è quella del successo o del trionfo, ma quella di un desiderio: che il nostro cinema torni a credere nel rischio, nella sperimentazione, nella possibilità di fallire per rinascere.
In un’epoca dominata da algoritmi e strategie di mercato, Prophecy ci ricorda che l’imprevedibile resta umano. Ed è proprio lì, nell’incertezza, che la profezia continua a parlare.