Film festival Diritti Umani Lugano

‘The roller, the life, the fight’: l’odissea dei rifugiati

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The roller, the life, the fight è un docufilm presentato quest’anno in occasione del Festival dei diritti umani di Lugano. I protagonisti e registi sono Elettra Bisogno, italiana stabilitasi in Belgio per studiare cinema documentario, e Hazem Alqaddi, giovane palestinese in fuga dalla sua terra, e ci raccontano le difficoltà del migrante che va a vivere in un nuovo paese.

La maggior parte delle narrazioni che hanno al centro fuggitivi di guerra, privilegiano il loro background tragico, mentre The roller, the life, the fight preferisce focalizzarsi sulle difficoltà che si incontrano una volta a raggiunta la destinazione. Destinazione che spesso si rivela essere uno dei tanti scogli, e non “casa dolce casa”…

La regia spontanea come tecnica narrativa

Hazem ed Elettra annunciano sin dai primi minuti di voler realizzare un film autentico, dove non si percepisca la presenza della telecamera: l’obiettivo è, infatti, quello di creare una narrazione non artefatta, così da coinvolgere pienamente lo spettatore e farlo sentire parte delle vicissitudini dei due registi e protagonisti.

Elettra aiuta Hazem a documentare la sua odissea, che ha avuto inizio a Gaza (anche se sono pochi i dettagli sulla sua vita palestinese, proprio perché il focus del lungometraggio è il presente, non il passato) e continua a evolversi in Belgio, dove lui è rifugiato. Niente è costruito, eppure nulla è casuale, ed è proprio questa particolarità a dare corpo e personalità al docufilm.

Nonostante sia un prodotto filmico, quindi devoto alle immagini in movimento, sono in realtà i dialoghi a costruire la narrazione, che ha come focus le difficoltà sociali e burocratiche di Hazem. E anche quel poco che sappiamo della sua vita palestinese, ci viene narrato allo stesso modo o al massimo con qualche sequenza che include videochiamate di Hazem con i suoi affetti a Gaza. Le immagini ci sono, ma sono semplici: propongono istanti di vita e frammenti di quotidianità in modo totalmente casuale, senza alcun tipo di editing, spesso sovraesposte e fuori fuoco.

Questa scelta è innovativa, perché solitamente per raccontare contesti di guerra ed emigrazione si opta per immagini e suoni direttamente provenienti da essi e dunque in grado di provocare il cosiddetto “effetto shock”. The roller, the life, the fight, invece, invita lo spettatore a creare empatia grazie all’ascolto e lo porta a incuriosirsi e informarsi genuinamente. Non sempre gelarci di fronte a crude immagini belliche ci fa capire realmente la tragicità dell’evento documentato, anzi: forse a volte si ottiene il risultato opposto.

Simili ma diversi

Anche Elettra ha scelto un paese diverso dal suo, esattamente come Hazem. Ma lei è partita per studiare e conoscere nuove culture, non per scappare da una guerra; Elettra ha dei documenti validi, ottenuti con semplicità, e la pelle bianca. E soprattutto, partire è stata una sua scelta, non una costrizione dettata dalla sopravvivenza.

Elettra può dunque condurre una normale quotidianità, può viaggiare senza temere l’ennesimo controllo; Hazem deve invece attendere i responsi delle sue richieste d’asilo (spesso inspiegabilmente rifiutate), documenti che tardano e su cui viene posta poca attenzione, e sa che ad ogni suo spostamento verrà fastidiosamente perquisito.

The roller, the life, the fight è dunque un film sulla difficoltà di essere liberi, soprattutto quando non si è nati nella parte “giusta” del mondo. E forse, durante la narrazione, ci sentiremo come Elettra, ossia completamente inermi e inadeguati di fronte a tutta quella sofferenza.

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