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PerSo 2025. Intervista a Rocco Di Mento, regista di ‘Toro’
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2 mesi agoon
“Essere uomo vuol dire…”
si interroga Rocco Di Mento nel suo documentario autobiografico Toro, in concorso al PerSo Award 2025. Commedia (del reale) sulla sua amicizia con Angelo, macho esuberante dal cuore grande, diverso e forse complementare alle fragilità di Rocco. Angelo lo accompagna nell’auto-analisi sottoforma di cinema nei luoghi della sua giovinezza, le strade di Salò, dove fa ritorno dopo l’ultima delle delusioni amorose.
Ecco che Toro diventa l’unico modo possibile per il regista di mettersi in discussione, anzitutto come uomo, vittima di modelli introiettati, codici non scritti sul “maschio vero” che all’anarchia punk preferiscono il pugno fermo e incurvabile dei tori: uomini duri, sfrontati, coraggiosi.
L’auto-narrazione sincera di Rocco Di Mento si fa specchio collettivo delle falle pre-culturali sulla mascolinità indotta. Ne abbiamo parlato con lo stesso regista, in una stimolante conversazione circa le idee alla base del suo film e il suo modo di intendere il cinema.
Il tuo documentario Toro mi ha sorpreso perché è un film estremamente narrativo, potrebbe essere benissimo un lavoro di finzione. Poi è raro che un documentario faccia così ridere. Mentre giravi ti aspettavi che avesse il potenziale per essere così divertente?
Sì, magari non mi era fin subito chiaro che sarebbe diventato questo tipo di commedia, ma mi era chiaro che comunque Angelo avesse quel potenziale, proprio perché c’è quel simbolo del teatro: lacrime e risate. Poi in Toro ho trattato degli argomenti forti, che se li avessi raccontati con serietà sarebbero risultati troppo pesanti, secondo me.
Eppure i rischi c’erano, in un certo senso – la tematica, il racconto personale – potevi inciampare in un lavoro ridondante.
Sì, secondo me potevo inciamparvi nel momento in cui mi sarei preso sul serio. È anche un po’ quello che io critico ai festival. Quando abbiamo deciso il colore del film, i toni e la temperatura, ci siamo detti “questo sarà un film pop, per tutti, nel senso che anche al pubblico non-da-documentario noi vogliamo porgere una mano”. Poi credo che il problema fondamentale è che se tu prendi un personaggio come Angelo e fai un film su di lui, il rischio del dito puntato è altissimo. Quindi io ho sentito anche un dovere morale di proteggerlo, perché è mio amico, è una persona che si è fidata, e si è definito comunque un equilibrio tra le figure, nella drammaturgia, nella narrativa, nella struttura del film, che dava la possibilità ad Angelo di essere se stesso senza venire osservato con sguardi giudicanti.
Il film si apre e si conclude con una frase che mi colpisce molto: “Anche se per caso mi piacessero i fiori, non è detto che io debba fare il fiorista”. Ti va di spiegarmela? Che significato ha in Toro?
È una frase di una canzone dei Blue Vertigo che si chiama Fuori dal tempo, che racconta del questionario dei tre giorni per il concorso dei militari che c’era al tempo, dove volevano capire la tua personalità e il tuo orientamento. Quindi c’erano veramente molte domande tra cui “ti piacciono i fiori?” e quella dopo diceva: “vuoi fare il fiorista?” Allora Morgan cantava “anche se per caso mi piacessero fiori non è detto che io debba fare il fiorista”. E a me questa frase è venuta in mente quando filmavo i fiori nel mio giardino a Berlino. Poi, in sala di montaggio abbiamo parlato di questo aneddoto e ho pensato che effettivamente ci stesse bene nel film. È un po’ la metafora di come la società cerchi di incasellarci, fin quando non ci si ribella e si arriva a dire questa frase.
La regia di Toro poi mi ha ricordato molto quella di un vlog, nel montaggio veloce e nell’auto-raccontarsi nella vita quotidiana. Qual è il tuo rapporto come autore con il media visivo di internet e con le culture digitali? C’era già in fase di scrittura un’idea di racconto in stile vlog?
Guarda, io ho lavorato per VICE Germania per anni come montatore anche di vlog. Diciamo che in realtà, in questo caso, non ho mai pensato a quella roba lì, però, per esempio, in fase di sviluppo abbiamo avuto un consulente digitale che diceva “sai questo film potrebbe diventare anche una narrativa verticale, per cui potresti fare una serie parallela di Rocco e Angelo in macchina”. Ma la verità è che io questo film l’ho girato da solo, senza pensare a una forma diaristica, ma il fatto di stare solo a casa con una telecamera e il cavalletto rimanda inevitabilmente alla figura del vlogger, che comunque è solo quando gira, e parla con se stesso fondamentalmente.
E tu come ti sei sentito con la camera costantemente in mano?
A me la telecamera dà il super potere di mettermi in situazioni senza la quali non entrerei mai. Quando ho fatto il mio primo film, The Blunder of Love, per me fu un modo per tornare in Italia. Io ero segregato in Germania, non avevo voglia di avere a che fare con la mia famiglia perché è sempre stata una cosa molto spinosa confrontarmi con loro. Quando l’ho fatto sono andato con la telecamera, quindi come a dire “ok vado in Italia a girare qualcosa, mi dò quella motivazione per alzarmi dal letto e dire che non sto semplicemente andando a parlare con la mia famiglia perché ci sono delle questioni estremamente spinose ma lo trasformo in un progetto creativo”. Il film diventa una scusa per fare delle cose che altrimenti in vita mia non avrei né il coraggio, né la costanza, né la determinazione di affrontare.
In Toro invece ne affronti molte di questioni personali. È un film molto narrativo nella sua progressione circolare. Quindi ti chiedo: hai mai pensato che potesse avere il potenziale per essere anche un film di fiction?
Sai che secondo me non verrebbe mai così bene se fosse un’opera di fiction? (ride). Io non penso che funzionerebbe se dessi a me e ad Angelo un testo da recitare, sarebbe patetico. Come quando hanno fatto dei film su personaggi come Bukowski o David Foster Wallace, cioè non puoi farlo, e solo chi magari non conosce i personaggi potrebbe restarne colpito. Ma la potenza della nostra incoscienza, del nostro non sapere niente lì dentro, non si può ricostruire. Infatti, quando stavamo montando il film ragionavamo sul fatto che questa fetta d’Italia non esiste più nel cinema: quella dei siciliani che vivono al Nord con il figlio di 40 anni ancora a casa dei genitori nella sua cameretta. E non esisterebbe nessuno scenografo in grado di ricreare quella stanza così com’è davvero.
Quindi penso che alla fine sia la realtà a scrivere le storie migliori. Penso ad Angelo in macchina che racconta cosa vogliono le donne. Io non credo ci sia un attore che possa fare quella scena così. Pensa che Angelo tiene una scena di due minuti senza cut: ha delle pause e delle tempistiche perfette. Quindi no, non credo che sarebbe un buon lavoro di fiction, magari si potrebbe fare un film simile, ma sarebbe un’altra cosa.
Oppure il reale diventa uno strumento per raccontare storie. Penso al film di Alessandro Comodin, Gigi la legge, che è un po’ a metà tra la storia reale e la narrazione che vi si ricama attorno. E mi sembra che, negli ultimi anni, stiano andando in quella direzione alcuni esempi di cinema italiano.
Allora nel mio caso, recentemente è venuto a galla che Toro sarebbe stato il secondo film di una trilogia, ma l’ho scoperto tipo tre mesi fa. Ci sono delle similitudini tra il mio primo film e Toro, che però è un’evoluzione: ha questo effetto di semi-fiction perché abbiamo trovato una chiave per dare quel tono specifico ai materiali girati. Come diceva il mio professore di montaggio “non esiste materiale brutto, esiste sempre la cornice sbagliata”. Bisogna dare il contesto giusto alle cose per esprimere il loro potenziale.
Adesso io farò il terzo film di questa trilogia e il titolo sarà Veleno – Un lunghissimo addio. Avrà ancora di più un tono fiction però rimarrà un documentario, e forse dopo questa trilogia potrei anche pensare di dedicarmi al lavoro puramente di finzione. Il mio grande limite, e forse anche la mia grande potenza, è che quando faccio film non so dove voglio arrivare, ma lo faccio. Invece credo che chi fa fiction scriva prima e abbia già tutto in mente, io non ci riuscirei. Se il mio modo di fare film fosse una musica sarebbe il punk, perché è sporco, e fa casino ma se arriva, arriva potente.