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‘Peter Hujar’s Day’ di Ira Sachs: un ritratto intimo della New York anni ’70

Una conversazione immersiva sulla New York degli anni Settana.

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Dopo il successo al Sundance e alla Berlinale, Peter Hujar’s Day, il nuovo progetto del regista di Passages Ira Sachs, arriva al Karlovy Vary International Film Festival per la sezione Horizons.

Peter Hujar’s Day: di cosa tratta

Ambientato interamente in un appartamento newyorkese, il film mette in scena un’unica conversazione tra il fotografo Peter Hujar (interpretato da Ben Whishaw) e la scrittrice Linda Rosenkrantz (Rebecca Hall), basata su una trascrizione reale del 1974. Ne risulta un’opera sospesa tra documentario e finzione, che restituisce un frammento vivido della cultura bohemien della Manhattan di quell’epoca.

Il film nasce da un progetto di Rosenkrantz, che negli anni ’70 iniziò a registrare conversazioni con amici artisti, invitandoli a raccontare in dettaglio le attività di un giorno specifico. Nel caso di Hujar, la conversazione si tenne il 19 dicembre 1974. Sebbene il nastro originale sia andato perduto, la trascrizione è stata ritrovata nel 2019 negli archivi della Morgan Library, e pubblicata nel 2021 come Peter Hujar’s Day. Questo testo diventa oggi la base del film di Sachs, che lo mette in scena con rigore formale e una vena nostalgica senza scadere mai nel sentimentale.

Un racconto quasi terapeutico

La pellicola non ha una vera trama né momenti di svolta drammatici. È una lunga conversazione, eppure incredibilmente ricca: si parla di fotografia, di arte, di vita quotidiana e delle stranezze del mondo dell’arte newyorkese. Hujar racconta di aver fotografato Allen Ginsberg per il New York Times, un’esperienza tanto assurda quanto esilarante, durante la quale il poeta inizia a recitare mantra e propone a Hujar di fare sesso con William Burroughs. I nomi evocati sono tantissimi, tra i tanti Susan Sontag e Fran Lebowitz, ma senza mai ostentazione. È piuttosto il ritratto di una rete culturale fitta, intima, dove tutti sembrano influenzarsi a vicenda a livello artistico e personale.

Whishaw interpreta Hujar con uno stile sobrio che punta a cancellare ogni traccia di teatralità. Di fatto, il suo è un personaggio stanco, ironico, profondamente umano. Invece, Hall, nei panni di Rosenkrantz, ascolta con sguardo attento e complice che alterna ad osservazioni leggere e ironiche. La loro interazione non è un’intervista formale, ma un dialogo tra amici.

Sachs adotta una regia minimale, ma raffinata. Il film sembra girato in pellicola 16mm, con tagli bruschi e imperfezioni visive che evocano gli anni ’70 in maniera credibile e forse, quasi affettuosa. Alle volte, si intravedono anche microfoni o addirittura elementi della troupe, come a ricordarci che ciò che vediamo è una ricostruzione, oppure, magari, un atto d’amore verso un’epoca.

Molto più di una semplice conversazione

Il vero centro del film è la conversazione, nel senso più puro del termine, che rende il tutto un’esperienza immersiva. Si potrebbe dire che Peter Hujar’s Day sia un’opera a tratti radicale, perché non presenta alcuna costruzione narrativa o climax emotivo. È uno studio sul tempo, sulla memoria e sull’arte del raccontarsi.

Il giorno narrato da Hujar sembra a tratti banale: dorme poco, fuma troppe sigarette, chiacchiera al telefono. Eppure, nel ripercorrere quei gesti quotidiani, emerge una consapevolezza, ovvero che per essere artisti serve tempo. Tempo per osservare, per pensare, per stare fermi. Questa epifania che sembra essere sussurrata rappresenta il cuore del film.

Peter Hujar’s Day è forse un film per pochi, che non aspira a conquistare il grande pubblico. Sachs non cerca il dramma, ma la verità nei dettagli. E la trova, con grazia e discrezione. Non è altro che un omaggio sincero e privo di sentimentalismi a un tempo e a una città ormai lontani, di un’altra era. New York, nel 1974, era caotica, vibrante, sporca e piena di idee. Eppure, nonostante la sua delicatezza, l’opera di Sachs riesce, con pochissimi mezzi, a riportarci lì.

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