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Horror: un’evoluzione generazionale
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6 mesi agoon
Per anni, molti hanno guardato l’horror dall’alto in basso. Lo hanno trattato come un genere minore, realizzato solo per spaventare e intrattenere, senza valore artistico. Ma l’horror ha sempre parlato delle paure più profonde dell’essere umano. Anche quando sembrava solo urla e sangue, raccontava molto di più.
Oggi il panorama è cambiato. L’horror ha conquistato festival, critica e pubblico. Registi visionari lo usano per affrontare temi come il dolore, la perdita, l’identità e le tensioni sociali. I film di questo genere non si limitano più a spaventare: fanno riflettere, disturbano, lasciano il segno.
Non più un genere di serie B
Per decenni, l’horror è stato relegato ai margini della cultura cinematografica, bollato come un genere minore, buono soltanto per chi cercava brividi facili, mostri e sangue a buon mercato. Eppure, anche nei suoi momenti più bistrattati, ha saputo generare capolavori che ancora oggi plasmano il linguaggio del cinema. Basta pensare a Psycho (1960), dove Alfred Hitchcock rivoluzionò la costruzione della suspense, o a Shining (1980), in cui Stanley Kubrick trasformò una semplice storia di fantasmi in un’opera simbolica, stratificata, che continua a suscitare nuove letture. Questi film hanno dimostrato che l’horror può essere anche una riflessione sulla psiche, sulla società, sulla paura intima e collettiva.
Non si trattava solo di spaventare, ma di raccontare qualcosa di profondo attraverso la metafora dell’orrore. La critica, però, ha spesso liquidato il genere come puro intrattenimento, ignorando il valore estetico, tecnico e culturale di molte opere. Eppure il pubblico — da sempre meno snob — sembrava saperlo già: che l’horror fosse un territorio fertile per l’innovazione, la provocazione e l’arte.
Con il tempo, qualcosa è cambiato. Registi come Jordan Peele, Ari Aster o Robert Eggers hanno riportato l’horror al centro del dibattito cinematografico, rivendicandone la dignità autoriale. Ma la verità è che le fondamenta erano già lì, solide, da decenni. Forse la domanda non è più se l’horror meriti di essere considerato arte, ma perché ci abbiamo messo così tanto a riconoscerlo.
Il nuovo volto dell’Horror: tra trauma, critica sociale e autorialità
Negli ultimi due decenni, l’horror ha vissuto una vera e propria rinascita, diventando uno dei generi più apprezzati e analizzati. Oggi non è più raro vedere un film horror nelle selezioni ufficiali dei festival internazionali, o tra i titoli discussi nelle università. Registi come Ari Aster con Hereditary e Midsommar, Jordan Peele con Get Out, e Robert Eggers con The Witch, hanno ridefinito i confini del genere, portando l’horror a interrogarsi su temi profondi come il lutto, l’identità, la religione e le dinamiche sociali. Ma anche all’interno del cinema più commerciale, saghe come The Conjuring di James Wan hanno dimostrato che si può fare horror di successo con qualità registica, attenzione al dettaglio e un sincero amore per la tradizione. Oggi non è più solo un gioco di paura, ma una lente potente per leggere la nostra epoca, un mezzo espressivo completo, capace di unire il brivido con la riflessione.
Florence Pugh in “Midsommar”
Horror e sottogeneri: dallo slasher al folk, tutte le facce della paura
Uno dei motivi per cui continua a evolversi è la sua incredibile capacità di trasformarsi, di assumere volti sempre nuovi. Esistono decine di sottogeneri, ciascuno con regole, simboli e toni specifici. Lo slasher, per esempio, è uno dei più iconici: nato tra gli anni ’70 e ’80, con film come Halloween di John Carpenter o Venerdì 13, ha costruito il suo linguaggio su giovani vittime, maschere inquietanti e sangue a profusione. Spesso considerato puro intrattenimento, lo slasher ha però anche codificato paure collettive legate alla sessualità, al controllo e alla repressione sociale.
Ma lo slasher non è solo nostalgia. Registi contemporanei lo stanno ripensando, come in X di Ti West o Scream (nella sua versione 2022), che riflettono su come il genere parli anche del rapporto tra spettatore e violenza). Altri sottogeneri, come il folk horror (The Witch, Midsommar) o il body horror (Titane, Crimes of the Future), mostrano come possa esplorare territori profondamente simbolici, dove la paura nasce da rituali, trasformazioni fisiche o miti antichi.
Ogni sottogenere dell’horror offre una chiave diversa per leggere l’inquietudine contemporanea. Che si tratti di uno spietato assassino mascherato o di un demone che si annida nella famiglia, l’horror trova sempre nuove forme per raccontare ciò che non vogliamo vedere — ma che abbiamo bisogno di affrontare.
Hallowen 2018
Horror come specchio della società: dal tabù al simbolo culturale
Quello che un tempo era considerato puro intrattenimento di genere è oggi diventato uno specchio in cui la società guarda le proprie paure più profonde. L’horror ha saputo adattarsi, mutare, evolversi. Oggi non ci si limita a spaventare, ma si esplorano traumi generazionali, tensioni politiche, crisi ecologiche, e alienazione digitale. Film come Hereditary non parlano solo di maledizioni, ma della fragilità dei legami familiari. Get Out non è solo una storia inquietante, ma una feroce denuncia del razzismo sistemico. Persino The Conjuring, pur rispettando codici classici, racconta l’horror come qualcosa che esiste dentro e fuori l’essere umano. In questo senso, è diventato un genere serio, capace di dialogare con le altre forme d’arte, di essere studiato, rispettato, e vissuto come veicolo culturale. Non è più solo paura: è significato, linguaggio, e memoria collettiva.