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‘Addio Signor Haffmann’  Storia e storie nella Parigi occupata con Daniel Auteuil

Un dramma storico che diventa uno studio psicologico con un intenso Daniel Auteuil

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Girato con travaglio nei giorni della pandemia a Parigi nel quartiere di Montmartre il dramma storico, Addio Signor Haffmann è la trasposizione cinematografica dell’omonima pièces, scritta da Jean Philippe Daguerre e premiata nel 2018 da quattro premi Molière. Il film ha avuto un discreto successo in Francia. In Italia non è passato dai cinema ma è disponibile dallo scorso mese di giugno grazie a Raiplay. Il film ha vinto la Salamandra d’oro al Festival del Film di Sarlat nel 2021 come Miglior Film e Migliore interpretazione femminile (Sara Giraudeau) e porta Fred Cavayé, (Point Blanck 2010, Gli Infedeli 2012, Un Tirchio Quasi Perfetto 2016) a realizzare la sua opera principale e ad arricchire il panorama già molto vasto e variegato del cinema francese. Protagonista è Daniel Auteuil.

Addio Signor Haffmann  LA STORIA

Parigi, i nazisti ormai hanno preso il possesso della città, gli ebrei che non sono fuggiti vengono rastrellati e inviati in Germania. Il signor Haffmann (Daniel Auteuil), titolare di un’oreficeria del centro, riesce a spedire tutta la famiglia nel sud ancora libero. Egli partirà il giorno successivo, dopo aver promosso il suo aiutante (Gilles Lellouche) a titolare dell’impresa e proprietario dell’abitazione, con la promessa di un futuro riequilibrio dei beni e una lauta ricompensa.

Gli eventi però precipitano e Haffmann rimane bloccato nella sua casa-laboratorio stretto in un triangolo con l’aiutante e sua moglie: il dramma è servito.

LA SCENA E FREUD

A riprova della chiara origine teatrale dell’opera si individuano tre ambienti, tre luoghi deputati in cui si sviluppa il film.

Il piano terra dell’oreficeria, posto all’imbocco di un dedalo di stradine, dove i personaggi entrano ed escono mostrando il loro lato pubblico. Il piano parallelo e rialzato dell’abitazione dei signori Haffmann dove si consumano i desideri e si deprimono nell’intimità le ambizioni. E infine il più importante, il piano sotterraneo, il laboratorio-prigione. Questo è infatti il luogo del talento, qui il signor Haffmann costruisce i suoi gioielli tanto apprezzati dai nazisti. Ma questo è anche il luogo della mancanza di libertà dove oltre che il movimento è impossibile anche parlare a voce alta. E infine è il luogo dove si vorrebbe procreare i figli.

Il sotterraneo racchiude quindi tre aspetti in un solo luogo che tanto assomigliano a tre caratteristiche fondamentali dell’inconscio di Freud e cioè la creatività, la rimozione e l’eros. Lo sguardo di Daniel Auteuil scava in queste profondità.

I PERSONAGGI: EVOLUZIONE E DIALETTICA HEGELIANA

E attraversando questi tre stati della psiche, scendendo o salendo le scale dello scantinato, si evolvono anche i personaggi, tutti umanissimi e verosimili fino alla meschinità.

Daniel Auteuil, da autentico jolly del cinema francese, giganteggia nella recitazione. E’ perfetto nel ruolo del ricco artigiano ebreo che calcola bene il pericolo che si avvicina ma non accetta, scappando con la famiglia, di perdere tutta insieme la sua ricchezza. Rassegnato a vivere nell’ombra della cantina non perde però mai di vista gli eventi grandi e piccoli che lo circondano. Ascolta le conversazioni, legge i giornali e legge nello spirito dei suoi coinquilini, assecondando l’evoluzione di classe e di coscienza di Sara Giraudeau.

Il personaggio di Gilles Lellouche è invece troppo ingenuo per non finire travolto dagli eventi e così passa dalla sincera devozione alla prevaricazione così come il contesto gli richiede.

Sara Giraudeau è il personaggio che fa il salto psicologico ed evolutivo più ampio. Inizia come umile e provinciale ragazza di campagna prende piano piano il controllo della situazione. Capisce il degradare del marito e quando la tempesta degenera si ingegna per riparare se stessa e ciò che ritiene giusto.

Ma se parliamo di evoluzione dei personaggi non si può non notare l’evoluzione hegeliana dei ruoli in campo. La storia è infatti, come in Parasite, una nuova rivisitazione della dialettica servo/padrone. Dialettica che abbraccia oltre l’evidente condizione sociale dei protagonisti anche quella più sottilmente affettiva. La Giraudeau e il suo grembo che, attraverso i due uomini, si appropria del ruolo di vero motore della storia, finisce per far ipotizzare che il figlio che nascerà sarà la vera sintesi del sistema.

LA CITAZIONE CHE ELEVA

Il film si pregia di costruirsi su una citazione molto piacevole quanto pertinente di un vero caposaldo del cinema Francese. Il ricercato tenuto prigioniero nel sottosuolo infatti altro non è che una riedizione di alcuni meccanismi del dramma storico di Froncois Truffaut L’Ultimo Metrò. Con Daniel Auteuil in quella che fu la parte del regista teatrale ebreo Lucas Steiner (Heinze Bennent) e Sara Giraudeau in quella di Marion Steiner alias Catherine Deneuve. Il film di Truffaut è citato e omaggiato anche nel meccanismo delle tubature per ascoltare la musica e le conversazioni del piano di sopra,

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