Un canto lirico, nato dalle viscere della terra per poi emergere in superficie e omaggiare la memoria del popolo giapponese.
Underground: un mosaico di narrazione
Nel sottosuolo, dove i vivi e i morti si possono sentire il dispositivo di riproduzione per un istante scuote un tempo ormai immobile. Spazi che sono stati nascosti, coperti o occultati vengono portati alla luce dallo sguardo dei vivi. Qui, non siamo solo noi che facciamo il film, ma anche il pubblico che guarda lo schermo Nel film vediamo numerosi paesaggi sotterranei, fra i ricordi della Seconda guerra mondiale, per mostrare infrastrutture moderne come metropolitane e fognature. Questi spazi rappresentano temporalità diverse e, insieme, compongono un vasto mosaico.[sinossi ufficiale]
Un esperimento sensoriale
“Intendevo usare l’ombra – un’entità che attraversa le tracce viventi del passato remoto, del presente e del futuro – come anello di congiunzione fra il sottosuolo e ciò che sta sulla superficie, fra le cose perdute e ciò che è rimasto“.
Sono le parole usate della regista nipponica Kaori Oda per descrivere il suo film. Un’opera a tratti cripta, tra luci e ombre. Un lungometraggio molto vicino all’istallazione visiva, almeno per quanto riguarda l’inizio. Poi si sposta in una dimensione più teatrale e infine, emergendo in superficie, abbraccia in toto le dinamiche del cinema più sperimentale.
La regista giapponese, già ospite alla Mostra di Pesaro nelle passate edizioni, realizza un esperimento sensoriale, coinvolgendo e amalgamando le immagini, con una suggestiva traccia sonora. Rumori che diventano musica e parole rivolte al passato per rendere onore alla memoria, con uno stile che ricorda vagamente la scrittura di Yukio Mishima.
In questa sperimentazione, dove ogni spettatore può individuare la propria personale chiave di lettura, la regista riutilizza, facendo indossare nuove vesti, i temi già trattati in altri suoi film, come Gama, basato sulle vicende dei suicidi di massa della popolazione di Okinawa.
Underground: una narrazione tra le viscere della terra
È questo il materiale narrativo su cui Kaori Oda modella Underground, fornendo al tema, già trattato, una nuova cornice, distanziandosi, a volte tanto, altre minimamente, dai suoi altri film. Gli esperimenti, infatti, non sono nuovi per la regista che, dopo il suo esordio, avvenuto circa quindici anni fa, con un documentario tutto personale in cui narra la sua esperienza nella comunità Lgbtq+, realizza la sua prima sperimentazione cinematografica, Cenote, in cui si emerge in voragini, tipiche del paesaggio sudamericano, sacre per i Maya. Ambientazione diversa geograficamente, ma simile tematicamente a Underground.
È nelle viscere della terra che batte il cuore pulsante della narrazione filmica, volutamente frammentata, da diversi interventi che spaziano tra il monologo di tono teatrale, a una certa forma di danza, con l’apparizione della regista e danzatrice Nao Yoshigai. È lei il primo personaggio ad apparire nel film, una presenza umana che si muove, volteggia nella natura, per poi immergersi, con l’intero film, nelle viscere della terra nipponica. Un ombra, un fantasma che aleggia tra le parole di un racconto di Resistenza, di sopravvivenza, di pace minacciata.
La danza di Nao Yoshigai
Le immagini astratte, costruite tra la luce e l’ombra, cedono il passo alle parole di un racconto che echeggia tra un passato di guerra e un presente che si costruisce come memoria. Una narrazione di Resistenza umana fatta di amore materno e coraggio di una lotta a mani nude contro i proiettili, dove la profondità della terra rappresenta l’unico riparo dalle bombe.
Attraverso questi ricordi della guerra Underground diventa un’operazione di commemorazione, con un tono espressivo tipicamente giapponese, contemplativo e mistico. Immagini, suoni e parole si incastrano, gettando le basi per un discorso poetico e riflessivo, tra passato e presente.
Una ricerca verso resti umani di quella battaglia, ormai sepolta dalla natura e diventati parte di essa emergono dalle profondità, dalle tenebre di una vicenda oscura. Poi, però, la luce ha la meglio e la narrazione emerge dalle viscere e si impadronisce della contemporaneità, la danzatrice Nao Yoshigairidiventa umana, palpabile, non più ombra di uno spettro.
Un presagio sinistro, però, torna. Il silenzio della pace, dimensione naturale dell’essere umano, incarnata nelle fattezze della danzatrice, è rotto dal boato di bombe sempre più vicine, altri morti? Altre guerre?
In questo modo enigmatico e lirico, Kaori Oda, con Underground, modella un discorso complesso, potente e contemporaneo sull’orrore della guerra. Si riferisce al passato per mostrare un presente fragile, dove il mondo intero, probabilmente, necessità di un urgente immersione nella pace naturale, ricreando un equilibrio, ormai smarrito da tempo, per rinascere.