Bellaria Film Festival

‘Roikin

Il progetto collettivo degli ateliers cinematografici Film Flamme e il Polygone étoilé

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In costante bilico tra mondo onirico e reale, i due poli opposti in cui il giovane protagonista si trova a vivere, Roikin <3 mette in scena una storia di portata universale. Attraverso soluzioni di stampo documentaristico, alternate a scelte più sperimentali, il film mostra le dure condizioni che, purtroppo, oggi ancora troppi bambini sono costretti a vivere in diverse parti del mondo. L’universo circostante viene rivelato con crudezza, contrapponendosi alla dolcezza e all’innocenza del piccolo protagonista.

Realizzato dagli ateliers cinematografici Film Flamme e presentato in anteprima mondiale a Visions du Réel, a Nyon, Roikin <3 è stato proiettato in anteprima nazionale al Bellaria Film Festival.

Roikin <3: tra innocenza e maturità

Roikin è un bambino di Marsiglia. Quando viene inviato in un centro di rieducazione lontano dalla sua città, le sue educatrici lo accompagnano in questo nuovo percorso. Spaesato e in cerca del suo posto nel mondo, una notte Roikin decide di fuggire. Si perderà e si ritroverà, grazie all’incontro con un giovane ragazzo: un cavaliere che, però, non parla la sua lingua. Mentre le tre giovani donne lo cercano, si interrogano sul suo futuro e sul loro ruolo nel percorso che sceglierà di intraprendere.

L’intervista a Claudia Mollese

Come nasce l’idea del progetto Film Flamme e cosa vi ha portato a realizzare il film Roikin <3?

Film Flamme è un’associazione che esiste da più di vent’anni a Marsiglia e ha il cuore della sua attività nel Polygone étoilé, installato nel quartiere della Joliette. Quindi, Film Flamme è un collettivo di registi e il Polygone étoilé è un cinema internazionale di quartiere, in cui le attività principali sono l’accoglienza di autori e di registi – accogliendo e accompagnando l’attività di creazione di registi, autori, artisti – e un’attività di riflessione sul cinema, con un lavoro editoriale di una collezione che si chiama cinéma hors capital(e) – fuori dal capitale, sia in senso geografico, quindi della capitale Parigi, sia in riferimento al capitale vero e proprio, quindi fuori dal capitalismo. C’è anche un’altra attività, quella della diffusione, che si manifesta attraverso vari momenti, come la Semaine Asymétrique, le Nuits étoilées e il Cine-brouille.

Una delle pietre fondanti di questo luogo, che è stato appunto creato vent’anni fa da Jean-Paul Curnier, Jean-François Neplaz, Gaëlle Vu e Rémy Caritey, è rappresentata dagli atelier cinematografici Film Flamme. Questi atelier, sin da subito, hanno previsto il fatto che il Polygone étoilé fosse una non-scuola di cinema e che gli autori che erano in residenza non fossero dei pedagogisti, ma si impegnavano in questa sorta di “contratto sociale”, che era quello di abitare sensibilmente il mondo e di condividere il gesto cinematografico con gli abitanti del quartiere. Questi sono un po’ Film Flamme e il Polygone étoilé, che si trova nel quartiere della Joliette, a Marsiglia, di fronte a una residenza che si chiama Le Massabo.

Sin dall’origine, Film Flamme sviluppa questi atelier cinematografici in cui, inizialmente, gli autori condividevano una camera, una Bell & Howell, che è una camera in pellicola con una bobina di tre minuti, ed un registratore sonoro Nagra.

L’incontro tra un autore, un regista, un artista, un abitante, componeva un film; quest’insieme di film realizzati con gli abitanti hanno dato vita a una grande opera: La sottile memoria degli uomini della riva. Al suo interno ci sono delle serie. Ad esempio, c’è la serie Ciné-Panier, con questi cinegiornali, la Ciné-Pantomime e la Ciné-Joliette.

Come arriviamo a Roikin <3 nel 2023? Possiamo forse dire che il progetto inizia da una nuova serie che ancora non abbiamo nominato, forse si chiamerà Ciné-Massabo. Dal 2016, quindi, assieme ai giovani abitanti del quartiere io e altri autori con cui abbiamo seguito questo processo in questi anni – che sono Matti Sutcliffe e Nicola Bergamaschi e, in alternanza, anche Marta Anatra – iniziamo una nuova serie di film. Insieme abbiamo deciso di accogliere la richiesta dei bambini del quartiere di realizzare dei film. E ogni anno abbiamo realizzato un film, con composizioni d’equipe alterne, che raccontava e lasciava traccia di quello che i ragazzi e le ragazze stavano vivendo in quel determinato momento della loro vita.

Rispetto agli atelier Film Flamme di prima, dalla pellicola siamo passati al digitale o a più formati, quindi il digitale e l’analogico. I film sono diventati dei mediometraggi e il fatto che più o meno la stessa troupe si ritrovasse ogni anno ha costruito una sorta di ciclicità, anche di racconto, permettendo così di raccontare questo ciclo e la crescita di questi ragazzi.

Roikin <3 non è nemmeno l’ ultimo film di atelier del Polygone, perché una nuova equipe ha ripreso gli atelier e sta continuando il lavoro con gli abitanti e sta ricercando e sperimentando nuove forme per trasformare questo gesto. Roikin <3, però, arriva nel momento in cui i ragazzi e le ragazze che avevano fatto il primo film, Massaboom!, e in cui avevano 12 anni, arrivano ai loro 18 anni. Durante la loro crescita il contesto della realtà sociale in cui vivono è molto duro. È così che è nata l’urgenza di raccontare che cosa accade ai ragazzi nel momento in cui entrano nel contesto legato ai traffici.

In più, noi stavamo lavorando a un film che poi non abbiamo mai finito. All’interno di questo film c’era un ragazzo che aveva intrapreso un percorso di cinema con noi ma, durante una sorta di regolamento dei conti, questo ragazzo è stato ucciso.

Questa perdita, e il fatto che noi autori adulti fossimo testimoni di questa grande tragedia, ci ha dato in qualche modo la spinta per poter provare a raccontare, attraverso Roikin <3, l’universalità di questo bambino, il suo spaesamento, ma anche la dolcezza di tutti questi bambini che noi avevamo incontrato. Il metodo di lavoro è lo stesso utilizzato per gli altri film, quindi un processo collettivo, sia di scrittura, che di regia e di realizzazione.

Come avete lavorato con gli attori presenti in questo film?

Gli attori sono davvero attori, attrici, autori, registi. Il film è veramente un’opera collettiva e nasce da un’urgenza, che è soprattutto la loro, di raccontare questa storia. Noi abbiamo lavorato provando ad accogliere questa urgenza e a trasformarla, poi, in un film.

C’era poi una specie di canovaccio di alcune pagine partendo dal quale, all’interno di ogni scena, le ragazze e Roikin potevano improvvisare. Il canovaccio è in qualche modo una struttura e permette una certa libertà d’improvvisazione.

Riguardo alla scelta della messa in scena, quindi della finzione, è legata al fatto che restare nel reale non era possibile; quindi, era necessario cercare un altrove geografico, cercare un altrove immaginario, non costruendo una narrazione dominante, anche perché il film è un film di atelier. Noi siamo partiti dieci giorni, abbiamo girato, abbiamo vissuto e condiviso il film.

Roikin oscilla tra l’onirico e il reale e presenta alcune soluzioni audaci dal punto di vista registico. Ciò, forse, permette di sviluppare una maggiore consapevolezza collettiva. Ad esempio, la scena in cui viene detto: “smettila con il tuo cinema!” appare un modo per rompere la quarta parete e interrompere la funzione cinematografica. Non solo vengono coinvolti direttamente gli spettatori, ma capiamo anche che quelle raccontate sullo schermo sono storie vere. Questa soluzione è stata intenzionale?

In realtà non era intenzionale. Tutto il processo che ci ha portati a realizzare questo film ha sempre previsto uno spazio dedicato all’improvvisazione.

Parlando di quella scena specifica, era domenica, tra l’altro era il giorno di pausa, e avevamo deciso di andare al mare. Nicola e Matti avevano deciso di prendere comunque la camera e il suono e siamo andati al mare. Ad un certo punto, ci siamo ritrovati sulla duna con Roikin, Rouaida, Nicola, la camera. Era un momento di gioco e in questo momento di gioco Roikin gioca con la camera, anche Rouaida. Quelle immagini durante il montaggio hanno posto una riflessione, che era fondamentale. Più che una rottura della quarta parete, c’è questa cosa, come dire…noi guardiamo i film e, in qualche modo, forse i film ci guardano, ci riguardano. In quel momento è come se quella realtà ci stesse guardando e riguardando. Questa è un po’ la scelta che abbiamo fatto quando abbiamo deciso di mantenere quel sorriso e anche la vicinanza di Roikin.

Questa scena l’ho trovata molto spontanea, molto vera, quasi da documentario.

Sì, ma in tutto il film c’è questa dimensione in cui tutto è sulla frontiera tra reale e finzione, no? Quando una delle educatrici rimprovera Roikin, lei nella realtà è la sorella maggiore e, quindi, lo stava davvero rimproverando. Nel film ci sono tante verità. I personaggi creati sono anche molto simili agli attori stessi e il fatto che noi tutti ci conosciamo da così tanto tempo fa sì che forse ci sia questa spontaneità che si è potuta cogliere.

Quanto è importante mostrare queste realtà presenti nei film? Secondo te, il cinema è in grado di portare a un cambiamento nella società?

Questa è una domanda che mi faccio, e che credo ci facciamo tutti lavorando a questo progetto. Ci facciamo tante domande. Mostrare queste realtà… come? Per tanti anni la domanda è stata: “come le mostriamo?”. Il fatto di avere un processo di questa non-scuola, questo tentativo di costruzione di un immaginario altro è stata, in maniera forse un po’ utopica, una tensione, pensando che forse qualcosa il cinema può. Però, me lo chiedo ancora.

Oggi non sono nella misura di saper rispondere che cosa il cinema può o non può. Credo che ci siano dei contesti in cui tutto, a tutti i livelli, a tutti i piani, dal sistema abitativo a quello educativo e urbanistico, tutto andrebbe ripensato.

 

 

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