Visioni dal mondo

‘Davide e il mostro’, una favola per ricongiungersi al mondo. Intervista a Francesco Squillace

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‍In un tempo che esige efficienza e adesione a rigidi standard, l’arte ha la possibilità di opporsi a questa omologazione e offrire un punto di vista differente. Davide e il mostro, presentato alla 10⁰ edizione del Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo, è un prezioso esempio di empatia, rispetto e sensibilità. A dirigerlo, Francesco Squillace, che con questo film racconta la storia di Davide, ragazzo autistico che per esprimere se stesso e comunicare al meglio con il mondo esterno ricorre al disegno e crea il personaggio di Patatone, un mostro peloso e scuro, ma buono e amichevole. È talmente simpatico che inizia a riscuotere successo tra i bambini e diviene protagonista di numerosi racconti per l’infanzia, tutti illustrati e ideati da Davide, trasformandosi così in un modello positivo di comportamento e in un esempio di coraggio, gentilezza e amicizia.

Abbiamo intervistato il regista Francesco Squillace che con entusiasmo e cordialità ci ha aiutati a riflettere sul concetto di diversità, raccontandoci il lavoro che c’è dietro il suo documentario e condividendo con noi interessanti opinioni e prospettive sulla realtà.

Intervista a Francesco Squillace: la nascita del progetto, le riprese e gli intenti.

Come hai conosciuto Davide e cosa ha maturato in te l’idea di realizzare questo film?

Allora, ho conosciuto Davide 11 anni fa, era il 2013. È stata una coincidenza fortunatissima a guardarla poi a posteriori, perché io stavo frequentando il Centro Sperimentale di Cinematografia come studente e nella bacheca degli annunci ho trovato un bigliettino in cui era scritto: “Cerco insegnanti di cinema per mio figlio”.

E io sono stato l’unico ad essere attratto da questo bigliettino, perché ho sempre avuto la passione per l’insegnamento e ho telefonato, ma non c’era specificato nulla. Poi ho conosciuto Davide andandolo a trovare, trovandomi anche nella più beata ignoranza rispetto alla sindrome di Asperger, all’autismo. Era un argomento che avevo soltanto sentito nominare ma del quale non sapevo nulla. E da lì ci siamo conosciuti, ci siamo visti con cadenza settimanale per parecchio tempo; io lo seguivo mentre lui realizzava dei cortometraggi, delle stop motion, delle animazioni. Gli insegnavo le tecniche del montaggio e devo dire che da quando l’ho conosciuto, da quando ho conosciuto i suoi cari, la sua famiglia, da subito ho pensato quanto sarebbe stato bello raccontare la loro storia. Innanzitutto perché secondo me è una storia molto interessante, veramente profonda, che può arricchire, ma allo stesso tempo può essere esempio a tante altre famiglie che invece si sentono isolate e non sanno che ci sarebbe il modo di reagire all’isolamento che tante volte diventa forzato.

E quindi, per farla breve, per anni ho vagheggiato questa idea, rimandando per varie ragioni, anche per timore, per pudore di essere invadente verso la famiglia. Però poi è successo quasi due anni fa che da un momento all’altro ho detto: “Io non posso rimandare. Ho proprio il desiderio di raccontare questa storia”, e quindi ho chiamato Davide, ho chiamato sua madre. Ho raccontato in un soggettino brevissimo, veramente di poche righe, la mia idea e loro hanno detto subito sì, ma quasi senza lasciarmi finire, perché avevano grande piacere di raccontarsi e di raccontare la loro storia. Quindi l’idea è rimasta così a decantare per tanti anni e poi, nel momento in cui la produzione è stata messa in piedi, è volata via che è stato un piacere.

In merito alla collaborazione con Davide, come è stato per lui trovarsi davanti alla macchina da presa?

Allora, non credo di poter rispondere per Davide, posso supporre qualcosa.

Lui è molto attratto dal mezzo audiovisivo, è un cinefilo incallito, adora il cinema, adora l’animazione, in particolare Disney, Pixar. Ha una grandissima cultura e conoscenza. Diciamo che ha già una passione verso il mezzo, e da sempre ha avuto curiosità verso il mondo del montaggio, dell’animazione. Lui faceva questi disegni a cui animava la bocca e gli dava la voce, dava la voce a questi personaggi; quindi anche molto multiforme come curiosità, la sua. Riusciva a disegnare, montare, animare, doppiare. Diciamo che era già in lui la passione e la confidenza con il mezzo. Posso risponderti che da parte mia c’è stato un desiderio, un tentativo di essere meno invadente possibile e questo si è tradotto in mezzi di ripresa molto, molto ridotti. Io mi sono detto questo: “Potrei puntargli tre macchine da presa e due luci, quattro luci addosso, però snaturo tutto quanto”, e quindi ho cercato di creare una modalità di ripresa, non voglio dire invisibile perché è impossibile, però diciamo il meno invadente possibile, cercando di lasciare spazio a quella che è la sua libertà di espressione, la sua straordinaria capacità di creare collegamenti creativi, di inventare. Da questo punto di vista penserei che, sì, siamo stati capaci di regalargli uno spazio di serenità in cui essere libero. Spero che sia andata così. Sinceramente, io l’ho visto quasi identico al se stesso con la macchina da presa spenta, quindi credo che sia stato piuttosto semplice per lui.

Davide intento a disegnare in compagnia dei suoi collaboratori fidati in una scena tratta da Davide e il mostro

Anche in Davide ti è sembrato che ci fosse l’intenzione di aiutare le altre persone a sentirsi meno sole e più comprese?

Allora, non lo so dal punto di vista cosciente, ma che sicuramente il risultato delle sue operazioni creative comporti un senso di apertura al prossimo, secondo me sì. Allora io credo che il titolo Davide e il mostro sia azzeccato, perché intanto il protagonista è Davide e poi c’è il suo mostro, il suo alter ego, Patatone. Però non è un caso che lui abbia scelto di rappresentare il suo alter ego come un mostro, secondo me e anche secondo le persone che sono intervenute nel documentario, perché era così che lui si sentiva a 14 anni quando ha inventato questo personaggio. La società lo faceva sentire diverso, mostruoso, e una società che fa sentire mostruoso un ragazzo che non fa male a nessuno, dovrebbe interrogarsi parecchio. Quindi diciamo che secondo me, ormai che ho analizzato tanto il suo lavoro, l’idea di Patatone è per raccontare se stesso, per esorcizzare il bisogno di empatia che aveva e che ha tuttora. Poi, per rispondere alla tua domanda, credo che di riflesso, data l’efficacia narrativa ed empatica del personaggio di Patatone, si possa dire che sì, è un personaggio che può aiutare gli altri a sentirsi meno soli, perché come riesce Patatone a liberarsi del peso della propria diversità, che non è un peso si va a scoprire, ma è un valore, è un grandissimo valore, sicuramente anche gli altri possono trarre giovamento dalla storia di Davide e dalle avventure di Patatone.

L’intervista continua: il valore della diversità.

Dalle tue ricerche ti è sembrato che le famiglie che vivono queste difficoltà siano supportate o lasciate sole a se stesse?

Ho fatto delle ricerche, ho studiato per un po’ di mesi, non volevo presentarmi con leggerezza alla scrittura di questo documentario perché è un tema importante, che significa tantissimo per non dire tutto, per milioni di famiglie. Ti rispondo riportando le parole delle persone che ho intervistato. Loro sostengono che il supporto non è sufficiente; anzi, tante volte si deve ricorrere all’organizzazione, all’associazionismo volontario. Ci sono delle associazioni benefiche che riuniscono famiglie che si danno supporto, però stando a quello che mi è stato raccontato, soprattutto riportato al fatto che la diagnosi di Davide è avvenuta a metà o fine degli anni ’90, mi è stato riferito che all’epoca la famiglia non ha ricevuto grande supporto.

Oggi quello che ho scoperto dalle mie ricerche, approfondendo l’argomento, è che sicuramente c’è molta più consapevolezza rispetto ad allora. Il tema è più familiare, la diagnosi viene effettuata più puntualmente,. So che a tutti i pediatri viene data istruzione di effettuare un certo numero di test nei bambini già molto, molto piccoli. Addirittura se non sbaglio nei primi 100 giorni di vita si può effettuare qualche primo test; quindi direi che la situazione è in miglioramento.

Davide e il mostro, diretto da Francesco Squillace

 

Il tuo documentario può essere inteso anche come critica al concetto di normalità veicolato da una società che pretende una perfezione che si discosta dalle reali necessità dell’essere umano e dalla bellezza che la fragilità può offrire?

Più che una critica è una riflessione. Mi sento di risponderti di sì, ed è un tema che ho approfondito e scoperto durante la realizzazione di questo documentario. È stata una grande fortuna, perché poi io vivo a Milano, una città che richiede tanto anche in termini di velocità. Quello che ho scoperto conoscendo Davide, conoscendo le persone attorno a lui, è il valore della lentezza, della riflessione e del respiro lento che ti permette di assaporare quello che ti circonda, di riflettere, di empatizzare col prossimo, perché la velocità è anche sbrigativa. Quindi sicuramente questo documentario approfondisce il concetto di normalità e si arriva a dire che la normalità non esiste, perché la normalità è la media di quelle che sono le esperienze e le caratteristiche umane, ma nessuno è normale. Rispetto a cosa, quali sono i parametri della normalità? Quindi sicuramente questo documentario approfondisce il concetto che la normalità è decisamente sopravvalutata e soprattutto se si crede troppo nella normalità si dà peso alla diversità e la diversità viene letta in chiave negativa. Cerchiamo invece di raccontare che la diversità è uscire fuori dai binari e che la creatività anche è uscire fuori dai binari, creare qualcosa di nuovo. È un valore. Quindi tutto quello che si può discostare dalla cosiddetta normalità può rappresentare un valore, un arricchimento per la persona che ha il coraggio, perché Davide e le persone come Davide, gli artisti, i creativi sono persone coraggiose secondo me, perché si discostano, cercano di inventare qualcosa di nuovo e quindi arricchiscono se stessi e, arricchendo se stessi, arricchiscono anche gli altri.

Un’ultima domanda. Il film è stato presentato al Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo, il cui tema quest’anno è stato “Non c’è più tempo”. Per cosa a tuo parere non c’è più tempo in questa società? Qual è l’urgenza dell’attualità?

Viviamo in un’epoca dove si corre tantissimo e si rischia tra una notizia e l’altra di non dare il giusto peso a quelle che hanno maggiore valore e maggiore impatto verso il futuro. Da questo punto di vista credo che non ci sia più tempo per parlare di riscaldamento globale e di cambiamento climatico. Mi piacerebbe tantissimo che l’agenda politica fosse incentrata molto di più su questo tema. Per quanto riguarda il documentario, bisogna imparare a smetterla di etichettare il prossimo. Ho capito questo, che le etichette positive o negative sono sbagliate sempre, nel senso che una persona se viene etichettata come quella brava, già la limiti, per non parlare di quando viene etichettata in maniera negativa. Quindi tu sei diverso, sei sbagliato, sei mostruoso. Rispetto al tema del documentario, secondo me, non c’è più tempo per smetterla di bollare il prossimo, bisognerebbe essere molto meno rigidi e molto più aperti ed empatici nell’accogliere la diversità e quindi il prossimo.

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