Matteo Balsamo porta al Glocal Film Festival il documentario Anime Violate, che racconta le testimonianze delle vittime di truffe affettive, affrontando il tema con lucidità e delicatezza.
Presentato sabato 15 novembre durante l’ultima giornata del festival, convince anche gli spettatori, che gli assegnano il Premio del Pubblico per la sezione Panoramica Doc.
Innanzitutto, congratulazioni per la vittoria del Premio del Pubblico al Glocal Film Festival. Che cosa significa per lei questo riconoscimento?
Il Premio del Pubblico fa sempre piacere. Significa che gli spettatori hanno apprezzato e trovato interessante il progetto, che è un documentario quasi di denuncia sulle truffe affettive. Le vittime hanno partecipato in prima persona al film e a loro volta stanno incoraggiando altre persone immerse in situazioni simili a chiedere aiuto. È sicuramente un’importante soddisfazione.
Riscrivere le narrazioni dominanti
Come è nata l’idea per il documentario e come mai ha scelto di mettere in scena proprio questo tema?
Inizialmente io e il mio gruppo di lavoro abbiamo indagato su come la televisione e gli altri media rappresentino le truffe affettive. Le modalità sono quasi sempre le stesse: il focus è sulla cifra persa dalle vittime e sulla loro presunta disattenzione, quasi stupidità. Io non volevo parlare nuovamente di questi aspetti: volevo porre l’attenzione su come si sentissero queste persone, sul loro percorso di ripresa e sul tipo di aiuto che potevano offrire a qualcuno nella medesima situazione. Mi sono rivolto tramite mail a Yolanda Bonino, presidente dell’associazione ACTA, chiedendo il suo contatto telefonico per parlarle del progetto. Quando l’ho chiamata e le ho proposto di realizzare un documentario sulle truffe amorose, lei mi ha corretto dicendomi che il termine appropriato è “truffe affettive”. Di conseguenza, ho dovuto io stesso modificare il mio approccio al tema. Spesso, infatti, si pensa che le vittime vadano su Internet con il solo scopo di cercare l’amore o il sesso. La verità è che molte di loro hanno soprattutto la necessità di confidarsi e di essere ascoltate da qualcuno che le capisca. Un esempio che mi è stato fatto riguarda proprio le passioni condivise. Se qualcuno è amante degli animali, la truffa inizierà proprio facendo leva su questo interesse apparentemente in comune. Inoltre, ho voluto inserire le testimonianze delle forze dell’ordine, come i Carabinieri e la Polizia di Stato. Secondo me era importante la presenza di un’istituzione che incoraggiasse le persone a denunciare queste vicende.
Com’è stato il lavoro di preparazione del materiale e che ruolo ha avuto la collaborazione con ACTA nel definire la direzione che avrebbe preso questo documentario?
Ho fatto tantissime telefonate con Yolanda Bonino, oltre a esserci incontrati più volte di persona. Nel documentario non volevo raccontare un solo tipo di truffa, quindi lei mi ha consigliato di parlare con diverse persone che lavorano per ACTA. Ognuna di loro aveva una storia molto differente. Una testimonianza che mi ha toccato molto è quella di Teresa, che inviava grosse somme di denaro al presunto padre di un bambino che doveva venire in Italia a studiare, fino a ritrovarsi completamente indebitata. Insieme abbiamo cercato di mostrare non una singola tipologia di truffa ma più racconti diversi. Una scelta sensata, trattandosi di un documentario da presentare al pubblico. Con Yolanda mi sono anche accordato per inserire delle sequenze con un’avvocata che collabora con loro e con le forze dell’ordine, ma anche scene dedicate all’intelligenza artificiale contattando Giacomo Spaconi. L’obiettivo era realizzare un film corale per mostrare alla società un tema di cui si parla ancora troppo poco, superando il senso di solitudine e vergogna. Ci sono anche molti ragazzi vittime di truffe che non denunciano per paura. Ho parlato anche con alcuni di loro, ma non se la sono sentiti di apparire nel film: specialmente se si è molto giovani, è difficile esporsi in prima persona su questa tematica. Dietro a numerosi casi di suicidio, infatti, ci sono proprio queste truffe perché possono essere una rovina non solo a livello economico, ma soprattutto intimamente e psicologicamente. È proprio per questo che il documentario si intitola Anime Violate.
Come è stato lavorare alla sceneggiatura insieme a Rosella Bertone?
L’idea del documentario è nata proprio da lei, che è autrice del soggetto oltre che della sceneggiatura che abbiamo scritto insieme. Dopo un nostro precedente progetto sulle malattie mentali, mi ha contattato per suggerirmi la realizzazione di un documentario sulle truffe affettive e mi ha inviato vario materiale, tra cui link di riviste online e interviste – anche della stessa Yolanda Bonino di ACTA. È stata Rosella a sostenere la necessità di un documentario diverso, che facesse capire cosa si nasconde davvero dietro alle truffe. Non era il caso di insistere ulteriormente sulle somme di denaro perse o sulla presunta ingenuità delle vittime: era necessario realizzare un racconto corale in cui le persone potessero raccontare la loro esperienza senza giudizi esterni.

Yolanda Bonino, presidente e fondatrice movimento ACTA
La realtà dimenticata dietro alle truffe affettive
Qual è stato il processo e le eventuali difficoltà nel raccontare un argomento così delicato insieme alle vittime e cosa siete riusciti a lasciarvi a vicenda?
Prima di girare le interviste ho organizzato numerosi incontri con loro per capire di cosa parlare e come se ne dovesse parlare. Ho realizzato che erano persone intelligenti e disponibili ad aiutare il prossimo, che, nonostante tutto, nel momento del bisogno sono state isolate e giudicate. È il caso di Sylvie – che non abbiamo potuto incontrare per via della sua situazione complessa -, allontanata da amici e parenti con cui si era confidata. Io, Rosella e tutte le persone che hanno lavorato al documentario siamo rimasti davvero sconvolti da alcune delle testimonianze. Tanto che abbiamo preferito non inserire nel film alcune delle cose che ci hanno raccontato: erano troppo personali e volevamo assolutamente evitare di rappresentare le vittime come ‘poco attente’. È fondamentale capire che si tratta di persone che stavano vivendo momenti di difficoltà nella loro vita privata o professionale. Attraverso Internet trovavano qualcuno che faceva leva sul loro bisogno di sentirsi ascoltate e validate quando nella vita reale non trovavano queste conferme. I truffatori creavano l’illusione di un mondo perfetto per loro, in cui offrivano ascolto e le facevano sentire importanti. Parlando con Yolanda ho scoperto che molti non hanno ancora denunciato o che dopo averne parlato stanno vivendo momenti di profondo isolamento sociale. Non avevo idea di cosa ci fosse dietro ed è stato sconvolgente per me leggere i link che mi inviavano i collaboratori di ACTA, come Rosario. Abbiamo trascorso due mesi a informarci il più possibile per cercare di capire cosa si poteva raccontare. L’obiettivo era costruire un film fatto di immagini e suoni per portare qualcosa di interessante per il pubblico ed evitare di dare spazio ai truffatori. L’importante era restituire voce alle vittime.
Responsabilità sociali: informazione e comprensione
Ciò che emerge dal documentario è proprio l’importanza della collettività di fronte alla vergogna e alla solitudine che vengono portate proprio dalle truffe affettive. Secondo lei che responsabilità abbiamo come società di fronte a un tema ancora così poco affrontato – e spesso in modo scorretto?
È importante che la società si renda conto di cosa si nasconde davvero dietro alle truffe affettive, perché non credo sia ancora veramente compreso. Queste operazioni non vengono compiute in pochi giorni: è un processo che può durare anni e che può lasciare completamente isolati. La cosa impressionante è che al Glocal Film Festival si sono fatte avanti altre persone vittime di truffe che non facevano parte di ACTA. Si è creato un dialogo importante intorno a questo tema. Anch’io mi chiedevo come fosse possibile cadere in queste trappole: ho dovuto mettermi in discussione in prima persona e parlare insieme alle vittime.
Come ha accennato lei prima, nel documentario viene affrontato anche il ruolo dell’intelligenza artificiale nel realizzare le truffe affettive. È presente l’intervista a Giacomo Spaconi, anche lui regista: come è stato il vostro confronto sul tema?
Giacomo era stato uno dei primi a provare l’intelligenza artificiale attraverso dei deepfake di Giuseppe Conte quando era Presidente del Consiglio, quindi l’ho contattato affinché spiegasse alle persone come poterli riconoscere e difendersi di conseguenza. Abbiamo concordato di affrontare l’argomento in quello che doveva essere un dialogo di dieci o quindici minuti; invece, abbiamo trascorso un’intera giornata a sviscerare la questione. Entrambi condividiamo il fatto che abbia sicuramente peggiorato la questione delle truffe: ormai è uno strumento con cui si può fare qualsiasi cosa. Nel documentario Giacomo mostra come si può comprendere di avere davanti un deepfake. Ad esempio, passando una mano davanti alla videocamera il viso non viene più riconosciuto e l’effetto di realismo viene a perdersi per un momento. È impressionante che possano essere realizzati video credibili anche di persone vicine a noi. Fratelli, madri, figli, i cui volti e persino le loro voci vengono ricostruiti con questi programmi e utilizzati per manipolare le vittime. Come sostiene Giacomo, forse sarebbe necessario un patentino per utilizzare questi strumenti perché c’è ancora pochissima consapevolezza di quanto siano potenti e pericolosi.