Stasera in tv su Rai 3 alle 23,50 Lo and Behold – Internet: Il futuro è oggi. Werner Herzog riflette sull’impatto della tecnologia sulla vita umana

Con Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi, Werner Herzog si pone frontalmente rispetto a una questione che anima il dibattito contemporaneo. I riflessi filosofici e scientifici prodotti dall’informatizzazione sono incredibili, sebbene il regista vi alluda soltanto, per consentire a chi guarda di farsi una propria opinione

  • Anno: 2016
  • Durata: 108'
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Werner Herzog

Stasera in tv su Rai 3 alle 23,50 Lo and Behold – Internet: Il futuro è oggi, un film – documentario del 2016 diretto da Werner Herzog. Nella pellicola, Herzog riflette sull’impatto della tecnologia (Internet, Intelligenza artificiale, Internet delle cose ecc.) sulla vita umana. Il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016.

Sinossi
Werner Herzog presenta una miniera di interviste a individui strani e affascinanti, i cui aneddoti e le cui riflessioni delineano un ritratto complesso e preciso del moderno mondo digitale. Herzog descrive internet come “una delle più grandi rivoluzioni che noi, in qualità di esseri umani, stiamo vivendo”, e tuttavia stempera questo entusiasmo con storie di vittime di cyber-bullismo e dipendenza da Internet. E nel procedere con questa dettagliata analisi, affronta anche domande profonde sul futuro di Internet. La Rete arriverà un giorno a sognare la propria stessa esistenza, come fanno gli uomini? Potrà scoprire i fondamenti della moralità, o arrivare a comprendere un giorno il significato dell’amore? O forse ci causerà presto – se non l’ha già fatto – più danni che vantaggi?

La recensione di Taxi Drivers (Luca Biscontini)

«Sono sempre stato interessato alla differenza tra “fatto” e “verità”. E ho sempre sentito che esiste qualcosa come una verità più profonda. Esiste nel cinema, e la chiamerei “verità estatica”. È più o meno come in poesia. Quando leggi una grande poesia, senti immediatamente, nel tuo cuore, nelle tue budella, che c’è una profonda, inerente verità, una verità estatica.»

Questa affermazione di Werner Herzog è più che mai appropriata per comprendere quanto il concetto di realtà nel momento in cui sfila davanti alla macchina da presa acquisti una nuova valenza, muti significativamente di senso, laddove l’apparire, il manifestarsi, comporta una variazione ontologica che produce una decisiva deformazione, una modificazione essenziale, per cui la verità, invece di rispondere all’antiquato parametro dell’adaequatio intellectus et rei, si sovraccarica, eccedendo le categorie normalmente operative, esorbitando gli angusti limiti del tempo cronologico, ed aprendo, in tal modo, un varco su una durata-flusso in cui diviene incalcolabile.

La premessa è necessaria per scampare l’equivoco della separazione (fittizia) nella produzione cinematografica del regista tedesco tra film e documentari, giacché il modo di operare nell’uno e nell’altro caso paradossalmente s’inverte, a dimostrazione di quanto il rapporto tra verità e finzione si ponga su un piano d’immanenza che neutralizza qualsiasi residuo dialettico, in favore di una indiscernibilità per la quale i due termini della relazione diventano fatalmente indistinguibili, rendendo vana la pretesa di ‘cattura’ del tipico atteggiamento intenzionale. L’unica possibilità praticabile è connettersi ostinatamente con l’infinità e la globalità della Verità di un Evento, rispetto alla quale siamo soggetti ‘finiti’ e ‘locali’, cui è consentito, tutt’al più, esperire, di volta in volta, accurati ‘sondaggi’ per coglierne le tracce.

Con Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi, Werner Herzog si pone frontalmente rispetto a una questione che anima il dibattito contemporaneo, cercando di affrontare in maniera circolare tutte le implicazioni che la più grande rivoluzione tecnologica della storia ha comportato, dal mutamento culturale a quello antropologico. Scandendo il film in 10 capitoli, il regista fa una significativa carrellata di parecchi argomenti – dalla nascita della rete, nel lontano 1969, nella stanza 3420 dell’UCLA di Los Angeles, in cui il professor Leonard Kleinrock ci conduce, mostrando il primo ingombrante e antiquato apparecchio attraverso cui prese corpo una rudimentale ‘chat’, fino alla suggestiva provocazione per cui ci si domanda se Internet possa sognare se stesso -, saltellando con curiosità e timore tra vari aspetti, ma agganciando sempre l’attenzione dello spettatore che segue con partecipazione la sarabanda di personaggi e temi che sfilano sullo schermo. Ma Herzog non è solo curioso (il suo entusiasmo in questo senso è palpabile), piuttosto desidera lasciarsi stordire dalla complessità delle riflessioni che scaturiscono dalla sua ricerca, ben conscio di quanto siano imprevedibili gli effetti delle rete sulla costituzione della soggettività contemporanea. I riflessi filosofici e scientifici prodotti dall’informatizzazione sono incredibili, sebbene Herzog, assai umilmente, vi allude soltanto, proprio per consentire a chi guarda di farsi una propria opinione, magari approfondendo personalmente quanto emerso durante la visione. Internet, però, non è solo accesso illimitato alle informazioni, alla cultura e quant’altro, ma ha un proprio lato oscuro, fatto di violenza, oscenità, eccesso di esibizione, voyerismo patologico, sadismo di massa, narcisismo diffuso, cyber-bullismo, che può comportare esiti disastrosi sull’equilibrio psichico di chi ne fa un massiccio uso quotidiano (e sono ben note le tristi vicende della cronaca recente).

Ma il colpo di coda finale del film dona all’insieme, retroattivamente, una luce che riverbera su ogni fotogramma, dato che, pensare alla nascita di una coscienza di un sistema virtuale che, autonomizzandosi, possa sognare se stesso e, dunque, vivere di vita propria, è una possibilità che, seppur remota o fantasiosa, dà adito a una serie di riflessioni che convocano a speculare fino in fondo su quanto il simulacro della ‘realtà’ internettiana possa costituire, attraverso la progressiva riduzione dell’interfaccia che ci separa da essa, un ‘mondo altro’ in cui rifugiarsi, rimodellando a piacimento la propria identità, fino a praticare una pericolosa scissione, che almeno per il momento va attentamente contenuta, in attesa, forse, che decadano definitivamente le barriere tra virtuale e attuale, fornendo davvero la possibilità di eliminare quelle fastidiose disuguaglianze che paiono insuperabili (liberazione o psicosi?). Gli scenari che si prospettano sono inquietanti e esaltanti al tempo stesso, ma è proprio questa la sfida che qualsiasi sistema biopolitico (e la biopolitica è sempre più presente all’interno delle società postmoderne) non può evitare di assumersi: guidare il cambiamento, non subirlo, balbettare il futuro, accollandosi gli inevitabili rischi che tale sforzo comporta.

L’ultimo lavoro del regista tedesco, dunque, si rivela quanto mai opportuno, per la capacità di stimolare senza produrre risposte, invitando a frequentare quello spazio neutro ancora non marcato dalla produzione simbolica, in cui la realtà si presenta senza sur-codificazioni o rappresentazioni che la precedano. Un territorio vergine ancora tutto da esplorare.

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Utlima modifica: 6 gennaio, 2018



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