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One plus one e Sympathy for the Devil: i Rolling stones secondo Godard

Segnali dall’universo digitale. Rubrica a cura di Francesco Lomuscio

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Man mano che un gruppo di ragazzi di colore del “Black Power” (le Pantere Nere, per intenderci) si stabilisce all’interno di una discarica di automobili dove inizia a leggere stralci di testi rivoluzionari, il proprietario di una libreria pullulante di romanzi pulp e materiale pornografico si dedica ad una lettura a voce alta del Mein Kampf, ovvero il saggio attraverso cui, nel 1925, Adolf Hitler espose il suo pensiero politico e delineò il programma del partito nazional socialista sotto forma di autobiografia.

Si tratta soltanto di due diverse situazioni che vanno ad intervallare una Anne Wiazemsky presa a scrivere slogan fantapolitici di stampo marxista sui muri di Londra e la stessa attrice che, in un bosco, veste panni ottocenteschi rispondendo sempre “sì” alle domande – su sesso, droga, lotta al comunismo e ceti sociali – che le vengono poste da una troupe televisiva impegnata a seguirla.

Probabile personificazione della democrazia liberale, una figura femminile che finisce per rappresentare soltanto alcuni dei simbolismi in fotogrammi che il maestro della Nouvelle Vague Jean-Luc Godard inserisce in One plus one, concepito in quel 1968 all’insegna dei cambiamenti che – anno anche della realizzazione del suo Un film comme les autres, girato su un terrain vague erboso, tra gli edifici della periferia parigina, non lontano dalla fabbrica Renault – fu per lui non poco fondamentale.

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Suo unico lungometraggio inglese, un documentario che, seguendo allo stesso tempo la band britannica dei Rolling stones durante le sessioni di registrazione della storica Sympathy for the Devil, mira a portare avanti parallelamente cinque riflessioni relative alla società, alla cultura e alla politica del periodo; consentendo all’autore di Fino all’ultimo respiro e Due o tre cose che so di lei di raccontare a modo suo la Swinging London degli anni Sessanta unendola, appunto, alla già citata esposizione allegorica della democrazia liberale.

Un documentario che, permeato da una straniante e surreale atmosfera grazie anche alla voce narrante di Sean Lynch, doveva inizialmente coinvolgere i Beatles anziché il gruppo di Mick Jagger Keith e Richards; e, come da tradizione godardiana, ha finito per andare incontro ad una travagliata gestazione quando, senza l’autorizzazione del regista, il produttore Iain Quarrier decise di sfruttare l’appeal commerciale che la presenza degli Stones avrebbe garantito e reintitolò il tutto, appunto, Sympathy for the Devil.

Inserendo, tra l’altro, la canzone per intero nei titoli di coda (il cineasta parigino, invece, l’aveva omessa) e rimaneggiando e alterando il montaggio originale dell’insieme, culminante in entrambi le versioni, in maniera quasi metacinematografica, su una spiaggia dove una macchina da presa viene innalzata mentre sventolano due bandiere, una rossa e una nera.

Versioni che Koch Media provvede a rendere disponibili tramite un doppio blu-ray – in lingua originale con sottotitoli italiani – i cui due dischi, inoltre, ospitano entrambi, insieme ad ognuna di esse, il dietro le quinte Voices di Richard Mordaunt, della durata di circa tre quarti d’ora.

Dietro le quinte attraverso cui non solo è possibile apprendere che la ricerca di un linguaggio musicale era alla base dell’operazione, ma anche che la contraddizione è umana, che la moralità è un’invenzione borghese, che le idee sono armi e che l’arte è un’arma speciale… per questo combattuta dai governi.

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