Mondo Za, il nuovo film di Gianfranco Pannone, permeato dalla poetica zavattiniana

Mondo Za di Gianfranco Pannone procede con uno sguardo attento, diligente, una macchina da presa mai troppo evidente o invadente, fedele in pieno al motto zavattiniano che rivendica come ci sia «sempre poesia nella parsimonia». È un'indagine sul campo fatta di segni che il tempo cancella

  • Anno: 2017
  • Durata: 80'
  • Distribuzione: Movimento Film
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Gianfranco Pannone
  • Data di uscita: 20-December-2017

In uscita nelle sale in questi giorni grazie alla Movimento Film di Mario Mazzarotto, Mondo Za è un film che parte dal mondo di Cesare Zavattini, da Luzzara, la sua terra natia, lì dove lui amava sempre tornare. E il nuovo lavoro di Gianfranco Pannone, prolifico autore cui è sempre stato caro un approccio politico e ibrido al cinema del reale, è permeato dalla poetica zavattiniana, quella che ha sempre lasciato spazio e attenzione agli umili e i semplici, ai buoni, a un pedinamento della vita vissuta, a una visione del mondo pregna di ogni segno che, di umana virtù, il reale può riservarci.

Mondo Za è un lavoro che nato in forma di laboratorio grazie al produttore Primo Giroldini è poi cresciuto portandosi dietro chi di quel laboratorio aveva fatto parte. Come Prince, il giovane di origine ghanese e qui principale erede della poetica zavattiniana, autore anche di parte delle musiche, diegetiche e non, che accompagnano la visione.

Una gestazione lunga più di un anno, quello passato tra la gente di Luzzara, la terra natia dello scrittore e sceneggiatore del migliore neorealismo italiano, e nei borghi limitrofi, tra cui anche il Brescello di Guareschi, di Peppone e Don Camillo. Pannone, che in territorio emiliano aveva già realizzato nel 2008 Il sol dell’avvenire, torna a indagare, attraverso quattro storie parallele, le contraddizioni del presente di un luogo ancora orgoglioso della storia partigiana (è lì la Gattatico dei fratelli Cervi), ma barcollante tra impolverati cimeli di partito, tra nostalgie e tradizioni culinarie, tra festosa convivialità, raduni vintage, nebbia, orizzonti grigi, minacce di inondazioni e tracce di un recente terremoto.

Oltre a Zavattini, l’altra rinomata figura legata a Luzzara è Antonio Ligabue, l’ormai celebre pittore naif, onorato di recente anche con una retrospettiva romana. Una sorta di alter ego maudit (suo malgrado) dello sceneggiatore, un uomo che quell’autonomia che il primo rivendicava, con eccentrica genialità, viveva e subiva sulla sua pelle. A dar seguito alla tradizione pittorica del luogo c’è Leo, detto Pavone, un’altra delle figure cardine del film – quella forse più centrale per testimoniare la fine di un mondo. È l’ultimo dei pittori naif e, come suggeriscono le note di regia, sembra essere uscito da un racconto di Zavattini. Sempre in compagnia del piccolo cane Tupin, dipinge con passione e con rabbia, perché come pittore si sente limitato. Figura solitaria, emblema di una solida genuinità (ingenuità?) di campagna.

Il futuro, invece, è di chi arriva da lontano, e, come ci racconta Simone Terzi, direttore del centro culturale Zavattini di Luzzara, la bassa reggiana è una delle aree italiane a maggiore densità straniera, come ci fa vedere Pannone, seguendo una famiglia di indiani che si occupa da anni di un’azienda agricola locale. Una risorsa per conservare, attraverso un tramandarsi per trasformazioni, quelle attività a rischio chiusura per la rincorsa vana di un benessere che non ne vuole più sapere di un’eccessiva fatica fisica.

Mondo Za procede con uno sguardo attento, diligente, una macchina da presa mai troppo evidente o invadente, fedele in pieno al motto zavattiniano che rivendica come ci sia «sempre poesia nella parsimonia». Mondo Za è un’indagine sul campo fatta di segni che il tempo cancella, di acqua fluviale, di pesci, di politici e di politiche (anche cinematografiche) che non ci sono più. Come racconta Wainer, uno dei quattro testimoni-protagonisti del film, non ci sono più i lucci nel Po, e non ci sono più i comunisti di una volta. E forse anche il cinema di guerriglia, quello a cui Zavattini e Gregoretti puntavano nel 1968, non se la passa poi molto bene.

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