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2018

Flatliners: un rifacimento, non all’altezza, di Linea Mortale di Joel Schumacher

Flatliners somiglia più a un rifacimento che a una nuova versione di Linea Mortale di Joel Schumacher. Si limita a mutuare pedissequamente (a cominciare dal titolo e finanche nei dialoghi e nelle situazioni) la lezione del prototipo

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Cinque giovani medici, devoti ad inseguire l’antico sogno della vita dopo la morte, diventano cavie della loro stessa smania di conoscenza: arrestando i battiti cardiaci per un breve periodo, per poi riattivarlo prima che sia troppo tardi, ognuno di loro si avvicina all’esperienza della morte, intesa come cessazione d’ogni pulsione vitale e coscienza di sé. Ma superare il labile confine fra la veglia e il sonno, la coscienza e l’abbandono, la vita e la morte, spalanca ai temerari spaventevoli e macabre visioni provenienti dalla loro infanzia, che celano invidie e risentimenti, se non autentici atti d’ostilità compiuti fra i membri di una compagnia che fino allora si riteneva affiata e coesa. Le visioni oniriche finiscono col prendere presto corpo, aggredendo, anche fisicamente, i malcapitati evocatori. Il solo modo di riuscire a salvarsi sembra essere approfondire quello stato d’incoscienza indotto simile per trovarvi una possibile salvezza.

Spinti dal delirio d’onnipotenza che li spinge a giocare fra la vita e la morte per vedere fin a dove possono spingersi, il quintetto di protagonisti dimostra una completa assenza di etica che li spinge a rischiare la vita pur di dimostrare a se stessi e agli altri di saper dominare della materia. Ma inoltrarsi nel territorio inesplorato di due dimensioni antitetiche come la vita e la morte scoperchia un vaso di Pandora che pone a confronto i personaggi con i fantasmi che credevano sepolti nell’infanzia e che riaffiorano con intenti tutt’altro che positivi. Questa era a grandi linee la trama del prototipo di Schumacher, non privo, come si è visto, di spunti funzionali e spesso efficaci.

Ma Flatliners, che somiglia più a un rifacimento che a una nuova versione, si limita a mutuare pedissequamente (a cominciare dal titolo e finanche nei dialoghi e nelle situazioni) la lezione del prototipo: di per sé non eccelsa, ma almeno più capace di questa d’intrattenere e divertire, specie lo spettatore ben disposto verso il genere. Anche la trama si rivela inoltre identica e dunque priva di sorprese, tanto che chi conosce la fonte non ha il minimo interesse ad arrivare in fondo alla visione.

L’inizio parrebbe funzionare, con la regia eccessiva e sopra le righe, spesso aggressiva, di Schumacher, sostituita qui da quella patinata e anodina di Oplev, che, con asettico distacco, mostra una scena d’apertura in cui i protagonisti, tramite l’anestesia, si addormentano per poi ridestarsi, rivelando così tutto il compiacimento per un gioco pericoloso e potenzialmente letale. Ma a parte questo, il film si adagia presto in situazioni risapute e inflazionate dell’horror coevo, incapace, com’era invece almeno in parte il prototipo, d’incutere una genuina angoscia, per non dire paura, nello spettatore.

Il personaggio di Courtney, poi, interpretato dall’ormai lanciatissima Ellen Page, non si discosta in nulla da quello ormai canonico della Lila Crane di Psyco – e conta fra le sue più riuscite epigoni la Laurie di Halloween e la  Nancy di Nightmare – Dal profondo della notte, tanto a voler citare le più famose. Vale dunque quanto ebbe a dire qualche anno fa Dario Argento a proposito della differenza fra il cinema americano e quello europeo: il primo non possiede più le idee ma conserva almeno i soldi; il secondo non ha più né le une né le altre. Ne fa fede la messe di rifacimenti che il cinema hollywoodiano ci ha propinati negli ultimi anni: dalle commedie europee dall’Ultimo bacio in giù, al nuovo horror nipponico (dal ciclo di The ring a quello, meno noto, di Dark Water).

  • Anno: 2017
  • Durata: 110'
  • Distribuzione: Warner Bros Italia
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Niels Arden Oplev
  • Data di uscita: 23-November-2017