Loveless di Andrey Zvyagintsev, il dramma della separazione di una coppia della media borghesia russa e, soprattutto, l’indifferenza per l’unico figlio

Loveless, il quarto lungometraggio del regista russo Andrey Zvyagintsev (Leone d'Argento a Venezia nel 2003 per Il ritorno), è di una durezza incredibile, cosi come lo è lo sfondo di una Russia che della modernità ha acquisito solo gli aspetti negativi e superficiali

  • Anno: 2017
  • Durata: 128'
  • Distribuzione: Academy Two
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Russia
  • Regia: Andrey Zvyagintsev
  • Data di uscita: 06-December-2017

Un albero. Spoglio. Inquadrato per qualche lungo secondo. Poi alberi spogli con un filo di neve. Ancora, nell’incipit, alberi spogli con un filo di neve riflessi sull’acqua del fiume, ed infine poche anatre che si muovono, lentamente, insieme. È autunno nei pochi giorni di angoscia raccontatati da Andrey Zvyagintsev, in questo suo quarto film, Loveless. L’immobilità delle prime scene introduce una narrazione che non prevede leggerezza, anticipa i centoventotto minuti d’inquietudine che verranno. Zhenya e Boris (Maryana Spivak e Aleksey Rozin: ottima interpretazione di entrambi) hanno deciso di andare ciascuno per la propria strada. Ne abbiamo viste di coppie conflittuali al cinema! Da Una separazione di Asghar Farhadi (2011) a Dopo l’amore di Joachim LaFosse (2017). Ma nessuna simile a questa per quantità e qualità di rancore non trattenuto, di disprezzo verso l’altro, di rivendicazioni: neanche un vago ricordo piacevole del passato a cui poter ancorare un briciolo di rispetto.

Senza amore, appunto, tra di loro, ma ciò che fa più male è l’indifferenza, l’astio, addirittura, nei confronti dell’unico figlio, Alyosha, che ha la colpa di ingombrare e di ritardare il divorzio. Zhenya e Boris hanno nuove importanti relazioni e si illudono di poter ricominciare da capo, con entusiasmo; non sanno o non vogliono sapere che è impossibile iniziare bene altri legami se prima non si sono fatti i conti con quelli passati. Il pubblico, invece, che rimane attento alla storia perché tutto rende il film potente (la sceneggiatura, la recitazione, l’ambientazione), e non riesce sentire empatia per i protagonisti, lo sa e scopre gli elementi di debolezza delle due coppie che si stanno formando sul totale fallimento di quelle precedenti.

Il dodicenne Alyosha, intanto, vive drammaticamente sulla sua pelle l’abbandono genitoriale. Prima della sua scomparsa (è scritto in tutte le presentazioni del film, altrimenti non lo diremmo), è solo nel bosco o nella sua camera, non visto dalla madre che ha lo sguardo fisso sul cellulare, né dal padre che torna tardi e non si sogna di parlargli. Ha la stessa età di Antoine Doinel, chiamato dal patrigno e dalla madre, il ragazzo, come se un nome fosse troppo per lui. Alyosha ha un nome molto bello, usato dai genitori qualche volta (spesso sostituito da tuo figlio, con rabbia) ma senza affetto. È lo stesso del fratello minore dei Karamazov (Aleksej, nella sua forma confidenziale, appunto Alyosha) tra i tre il più riflessivo, quello che piace di più.

Cerca la felicità nel dolore: è l’insegnamento che l’Alyosha letterario riceve dal suo padre spirituale, ma non può esserci nessuna felicità nel dolore dell’Alyosha di Zvyagintsev. Solo disperazione, la ferita dei non amati che tanto cinema, romanzi e molte realtà purtroppo ci hanno raccontato. Per questo Loveless è di una durezza incredibile, cosi come lo è lo sfondo di una Russia che della modernità ha acquisito solo gli aspetti negativi e superficiali.

Non lo diciamo certo per nostalgia delle dittature passate. Basta aver visto di recente The teacher di Jan Hrebejk per non cadere in queste tentazioni; ma la recente filmografia dell’Europa dell’Est non lascia dubbi sui guasti del capitalismo in versione orientale (come se già non bastassero i nostri!): il bulgaro Glory di Kristina Grozeva e Petar Valchanov, e il loro precedente The Lesson, oltre al rumeno Un padre, una figlia (Bacalaureat) di Cristian Mungiu hanno ritratto in modo sconfortante la società in questi ultimi due anni (triste, corrotta, e ancora senza riscatto economico). Cristi Puiu, invece, nel suo bellissimo ed originale Sieranevada, della Romania ha saputo cogliere contraddizioni e disillusioni, dando voce anche a chi rimpiange il comunismo.

Nelle storie raccontate da Zvyagintsev la Russia è uno sfondo, a modo suo partecipe, con le sue nebbie e la freddezza dei panorami (Il ritorno del 2003, con cui vinse il Leone d’Argento a Venezia, ripercorre un viaggio nella natura incontaminata, che però evoca qualcosa di spaventoso). Si aggiunge poi l’insensibilità del potere, messa a fuoco ancora di più nel suo penultimo film, Leviathan. E nessun calore familiare; bensì un gelo che si posa sugli ambienti, sui corpi, sulle psicologie dei personaggi. Eppure, Loveless riesce a tenere lo spettatore con il fiato sospeso, senza mai una caduta di tensione, pur sapendo, e avendone via via la conferma, che niente interverrà a sciogliere i cuori invernali dei due genitori. Il regista ha voluto tracciare un collegamento con Ingmar Bergman e con Scene da un matrimonio, ed è riuscito nel suo intento.

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