35 Torino Film Festival: Tito e gli alieni di Paola Randi, una commedia fantascientifica poco riuscita

Tito e gli alieni strizza l’occhio al cinema di Steven Spielberg e Robert Zemeckis, restando lontano anni luce dai suoi modelli, e mantenendosi all'interno dello spirito della “commedia all’italiana” più manierista e superficiale, trasportata all’interno di luoghi e traiettorie visive contrastanti

  • Anno: 2017
  • Durata: 92'
  • Genere: Commedia, Fantascienza
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Paola Randi

Il giovane Tito a cui è dedicato il titolo del film di Paola RandiTito e gli alieni – è un ragazzino napoletano di sette anni a cui il padre fa credere di riuscire a parlare con la madre morta attraverso una fotografia della defunta. Quando il padre morirà, Tito, con la sorella Anita (un’adolescente di sedici anni), deve attraversare l’oceano per andare dallo zio professore di astronomia che lavora nella base militare dell’Area 51.

Il tema principale affrontato da Tito e gli alieni è l’elaborazione del lutto in diverse maniere e l’impossibilità di abbandonare i ricordi dei propri cari. Così Tito e Anita sono orfani, accuditi da uno zio isolato nel deserto del Nevada, sconvolto dalla perdita della moglie. Un lutto familiare al cubo: moglie, fratello e cognata per il Professore; e una totale rescissione parentale per i due ragazzini. Un’eccessiva e dichiarata ostentazione della perdita che poi la sceneggiatura non supporta fino in fondo.

Così se Tito vuole che lo zio lo aiuti a parlare con il padre, lo stesso professore spera di riuscire a contattare la moglie morta attraverso il compimento dell’esperimento che conduce da sei anni: un supertraduttore di onde sonore che trasmette e riceve dallo spazio profondo alla ricerca di attività extraterrestri.

Ma Tito e gli alieni è un film purtroppo non riuscito. Paola Randi ha delle qualità nell’utilizzo della macchina da presa, ma pecca nella scarsità della messa in scena e soprattutto nella scrittura di un film il cui soggetto era sufficiente per un cortometraggio. Se Valerio Mastrandrea, nel ruolo del professore stralunato e solitario, per fedeltà alla memoria della moglie defunta, è un po’ legato, ma riesce comunque a sopperire con il suo mestiere, Tito e Anita sono personaggi pieni di cliché: lui ragazzino sveglio e irruento, lei adolescente con la voglia d’indipendenza e i primi sobbalzi amorosi; entrambi però di nuovo i classici ragazzini napoletani che sono diventati una maschera della commedia dell’arte abusata e consunta.

Oltretutto, lo sviluppo narrativo di Tito e gli alieni si snoda attraverso passaggi stereotipati. Così abbiamo i primi conflitti tra zio e nipoti, poi il rapporto di un amore sottaciuto tra il professore e la sua bella autista del villaggio più vicino al suo accampamento scientifico, per arrivare ai consueti episodi tra il comico e il “carino”, tra gli equivoci e i pudici incontri (come tra il professore e la bella nel suo container-casa in mezzo al deserto; o i “buffetti” tra Anita e il bel soldato). Alla fine, lo zio prima accetta Tito come suo assistente e poi, in un finale che vorrebbe essere risolutivo, c’è pure la riuscita dell’esperimento con il contatto attraverso una porta spazio-temporale con i defunti.

Tito e gli alieni strizza l’occhio al cinema di Steven Spielberg e Robert Zemeckis, restando lontano anni luce dai suoi modelli, e non si capisce perché, trattando temi e ambienti inusuali per il cinema italiano – l’area 51, gli alieni, il genere della fantascienza – si debba sempre buttarla in commedia. Ma non una versione moderna, brillante, caustica, intraprendendo nuove strade: abbiamo proprio lo spirito della “commedia all’italiana” più manierista e superficiale, trasportata all’interno di luoghi e traiettorie visive contrastanti e che non hanno niente in comune, il cui unico risultato è uno scontro stridente tra generi mal amalgamati.



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