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FILM DA VEDERE

Opera di Dario Argento: un’acutissima riflessione sulla questione dello sguardo e sull’essenza dell’orrore al cinema

Oltre ad essere un film di straordinaria fattura, Opera è innanzitutto una riflessione profondissima sull’essenza dell’orrore al cinema. Dario Argento nel 1987 avviò una significativa meditazione sulla questione dello sguardo, che sarebbe bene cogliere fino in fondo

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Senza cincischiare o fare eccessivi preamboli, lo scrivente si affretta ad affermare che Opera, film di Dario Argento del 1987 (successivo a Phenomena), è una pellicola che non può essere assolutamente mancata. Chi l’ha vista, e sono tantissimi, deve senza dubbio ri-visionarla nella bellissima edizione in blu ray messa a disposizione da CG Entertainmet; chi, colpevolmente, non ne avesse ancora fruito, è tenuto a non lasciarsi sfuggire l’occasione di fare un’esperienza cinematografica intensa e difficilmente dimenticabile.  Non stiamo qui a raccontare l’antefatto della nascita del film (tutto è assai ben documentato nell’intervista-fiume fatta a Dario Argento da Nocturno, contenuta nella ricchissima sezione extra del blu ray), piuttosto preferiamo agevolare immediatamente uno sprofondamento nel film, tratteggiando ciò che di esso entusiasma e induce a consigliarne la visione.

Argento, probabilmente mosso dal desiderio di testare fino in fondo la propria abilità di regista, non esita a costruire sequenze di grande complessità tecnica, e l’utilizzo forsennato della steady-cam (una della prime usate al cinema) dà ottimi risultati, fornendo allo spettatore la possibilità di essere risucchiato nel vivo dell’azione. Frequenti, in questo senso, sono le soggettive della protagonista, la quale deve spesso sfuggire agli agguati che il killer della storia non cessa di ordire ai suoi danni. Ma, al netto delle pur tante trovate, su cui si ci potrebbe molto soffermare, ciò che preme sottolineare è, ancora una volta – e solo con il cinema dei grandi registi ciò è possibile –, la riflessione, o meglio la declinazione visiva, che Argento, il quale scrisse il film insieme al fido collaboratore Franco Ferrini, fece, non sappiamo, a dire il vero, quanto consapevolmente (o meglio, fino a che punto), della questione dello sguardo. Betty, la protagonista, interpretata una discreta Cristina Marsillach, attrice spagnola attiva più che altro negli anni ottanta, è sottoposta, come è ormai arcinoto, a una specifica tortura dal suo aguzzino: costui non vuole ucciderla, ma ogni volta, applicandole degli spilli intorno alle palpebre, la obbliga ad assistere agli efferati omicidi di cui è responsabile.

Senza entrare nello psicologismo, che pure costituisce una chiave di volta per comprendere le dinamiche del film, è interessante notare che qui il regista convoca, evidentemente, lo spettatore a immedesimarsi totalmente nella giovane donna, costringendolo, assieme a lei, a vivere la spiacevolissima situazione di non poter “abbassare lo sguardo” di fronte alle inaudite violenze che si consumano davanti ai suoi occhi. L’orrore non rimane fuori campo, ma viene mostrato con una ferocia aggiuntiva, che stimola non poco una seria riflessione sullo statuto del visibile, non solo in campo cinematografico, ma anche, tout court, estetico. Il genere horror realizza, in un certo senso, il contrario, o meglio il rovesciamento, di quello che dovrebbe essere il compito del cinema, il quale non consiste, evidentemente, nell’imbellettamento dell’orrore: quest’ultimo dovrebbe essere relegato in un fuori campo assoluto (non come avviene, per esempio, nell’osannato Schindler’s List di Steven Spielberg), da dove possa, eventualmente, riverberare in forma spettrale. La volontà, invece, di farne l’oggetto principale dell’attenzione rivela, come si notava poc’anzi, il desiderio di mettere in atto un rovesciamento (etico ed estetico) di cui lo spettatore è volutamente complice.

È come se non si volesse smettere – diciamo una banalità, ma il meccanismo è esattamente questo – di rivivere quelle ancestrali paure che hanno segnato l’infanzia. Ma ciò che di primo acchito potrebbe sembrare un processo che innesca una pericolosa involuzione, in realtà, a ben guardare, è anche ciò che permette di riconnettersi con la parte più innocente della propria anima, in un movimento che potrebbe essere definito, mutuando il gergo deleuziano, ‘ritornar-bambino’: retrocedere, insomma, ad una fase precedente all’instaurazione dell’autorità e del potere, in cui è ancora possibile esperire una libertà fatalmente interdetta al mondo adulto. Gli occhi sanguinano, ma è una pena che può essere sostenuta, in vista dei nuovi orizzonti che vengono, tramite tale supplizio, magnificamente aperti.

Ecco, allora, che Opera incarna, in questo senso, in maniera esemplare, l’essenza del cinema horror: al netto dello spavento che effettivamente provoca il film, ciò che conta è che in esso è mostrato, sviscerato, il legame visivo che s’instaura tra spettatore e immagine (chi guarda delira con la protagonista, laddove insieme ad essa ‘vede’ l’orrore; è come se venisse risucchiato in un processo allucinatorio che, almeno per la durata della pellicola, produce una sospensione della consueta percezione della realtà). In conseguenza di ciò, quindi, l’orrore non costituisce più l’ennesima spettacolarizzazione ordita colludendo con una malsana bulimia contemporanea dello sguardo, piuttosto diviene il mezzo attraverso cui retrocedere, stavolta utilizzando il gergo di Alain Badiou, dalla rappresentazione alla presentazione, risalendo ad un momento precedente alla cristallizzazione mortifera dell’ordine simbolico.

Insomma, oltre ad essere un film di straordinaria fattura, Opera è innanzitutto una riflessione profondissima sull’essenza del cinema dell’orrore, a dimostrazione di quanto il suo autore meriti più che mai l’appellativo di maestro. Riuscire a veicolare una cogitazione così significativa, intrattenendo al tempo stesso amabilmente, fornisce l’idea della statura di regista di Dario Argento, che, ne siamo persuasi, non dovremmo mai relegare, compiendo un madornale errore, nel ghetto del cinema di genere. Egli, a partire da una sua naturale tendenza, ha elaborato un’idea di cinema (e non un cinema di idee) di cui non dovremmo mai smettere di essergli grati.

Pubblicato e distribuito da CG Entertainment, Opera è disponibile in blu ray, in formato 2.35:1, con audio in italiano e in inglese (DD 2.0 e DTS-HD Master Audio 2.0) con sottitoli in italiano (e per non udenti) opzionabili. Ricchissima è la sezione dei contenuti speciali con una lunga intervista a Dario Argento e altri preziosi contributi forniti dalla redazione di Nocturno.

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  • Anno: 1987
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Horror
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Dario Argento