Una questione privata dei fratelli Taviani rispetta e volutamente tradisce il romanzo di Fenoglio da cui è tratto il film

I fratelli Taviani tornano a raccontare la Resistenza trentacinque anni dopo La notte di San Lorenzo, perché è giusto così, è giusto continuare a farlo per i giovani che non la conoscono abbastanza. L’interpretazione di Luca Marinelli è stata paragonata a quelle di Gian Maria Volontè

  • Anno: 2017
  • Durata: 84'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Paolo Taviani, Vittorio Taviani
  • Data di uscita: 02-November-2017

Paolo Taviani, all’anteprima milanese del suo ultimo film (suo e del fratello Vittorio), dice che se non si fosse chiamato Una questione privata (come il romanzo di Beppe Fenoglio, da cui è liberamente tratto), avrebbe potuto benissimo intitolarsi L’uomo che correLuca Marinelli, infatti, il protagonista Milton, percorre affannosamente le distanze da una postazione partigiana all’altra, alla ricerca del suo amico e rivale in amore Giorgio (Lorenzo Richelmy), nel tentativo di salvarlo dai fascisti: per affetto, ma soprattutto per la ricerca di una verità che solo lui può conoscere, quella di un possibile tradimento con la donna amata da entrambi, Fulvia (Valentina Bellè).

È la storia di un triangolo amoroso, raccontato chissà quante volte dalla tragedia greca in poi; accompagnato, in più, dalla canzone Somewewe over the rainbow, sfruttatissima nel cinema. Ma una storia privata più un’altra storia privata, più un’altra ancora, fanno la storia collettiva, fa notare l’intervistatore Fabrizio Tassi e non è detto che, aggiunge Taviani, bisogna essere a tutti i costi originali nella scelta delle cose fondamentali della vita.

Lo sfondo è quello della Resistenza che i Taviani tornano a raccontare, trentacinque anni dopo La notte di San Lorenzo, perché è giusto così, è giusto continuare a farlo per i giovani che non la conoscono abbastanza. Non sappiamo quanto questa scelta possa giovare agli incassi del film, ma ben vengano le storie che hanno ancora l’urgenza di essere raccontate (ora più che mai) e gli autori che sanno ascoltarla e darle voce. È vero: Resistenza e partigiani non sono valori condivisi. Basta leggere la recensione livida de Il Foglio, dal titolo: Alla festa del Cinema ci si diverte, basta non vedere il film di Taviani. Non si maltratta così l’incolpevole Fenoglio, caricandolo di una retorica che non gli appartiene. Non si maltrattano così le scolaresche, costrette a vedere il film come parte del programma scolastico. L’uso didattico dei film, almeno quello, lasciatelo decidere agli insegnanti, che se hanno sempre attinto alla filmografia dei Taviani una ragione c’è.

In realtà, Milton, nel suo vagare quasi impazzito, dimentico di sé e della lotta, consuma un’ossessione amorosa che è la stessa descritta da Fenoglio, il quale voleva liberarsi dall’etichetta di autore della Resistenza. Forse trattandola come sfondo e non da protagonista, con questo romanzo avrebbe fatto il salto verso una scrittura secondo lui meno autobiografica e più matura. Aveva quarant’anni quando è morto, non sappiamo se la promessa sarebbe stata mantenuta. Anche Paolo Taviani dice che non si può raccontare sempre la Resistenza, ma lo fa ancora a ottant’anni perché ritiene, giustamente, che sia tuttora importante; ce la rappresenta, questa volta, copiando e tradendo un’opera letteraria poco conosciuta e molto significativa (mantenendo però alquanto fedeli i dialoghi). Al film vengono aggiunte due scene commoventi, potenti, irrinunciabili e molto belle. Ciò che alcuni definiscono retoricafenogliomarinelli è al contrario scelta necessaria, se vogliamo continuare a trasmettere i valori fondanti di una democrazia, claudicante, confusa, imperfetta, che peggiora mentre ci si allontana sempre più, e sempre più colpevolmente, dalle sue origini.

L’interpretazione di Luca Marinelli è stata paragonata da Paolo Taviani alle prime di Gian Maria Volontè, allo stupore che nei fratelli del cinema italiano avevano regalato la sua presenza in scena, i silenzi, le pause, l’immedesimazione. Certo Marinelli è un Milton un po’ ingombrante rispetto a quello secco e lungo, e brutto, del romanzo, ma ugualmente fragile con la disperazione che si porta addosso. Un Orlando Furioso che sradicherebbe anche gli alberi, senza nessuno che vada a recuperargli il senno sulla luna.

Altro personaggio, la nebbia. Le castagne sul terreno e i bei colori autunnali sfumano nell’umidità che bagna i vestiti, i corpi, le sigarette e confonde i pensieri, fino a perdersi in quel mare di latte che è anche di Fenoglio. Di Fenoglio però non sono le colline, non le sue Langhe, oggi trasformate in ordinatissimi vigneti; bensì quelle della Val Maira (la stessa del Vento fa il suo giro di Giorgio Diritti). Da allora il territorio è cambiatissimo e quindi si è dovuta scegliere una zona più in sintonia con le difficoltà dei partigiani, tagliando i paesaggi mozzafiato per evitare effetti da cartolina.

Paolo Taviani, e anche Vittorio che ha partecipato direttamente alla sceneggiatura e alla regia dietro le quinte, si sono concessi un finale diverso da quello tanto discusso del romanzo, pubblicato postumo. Una chiusura che potremmo definire anch’essa molto privata, e che sottolinea le intenzioni di porre al centro della narrazione la vicenda personale di un giovane folle d’amore. È l’ultima frase di Milton a chiarirlo. Ma un’ambientazione partigiana non poteva che farsi anch’essa personaggio, con esiti coerenti a tutta la filmografia dei due autori.

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