Taxi Drivers ricorda Umberto Lenzi e il suo straordinario cinema. L’intervista di Giovanni Berardi

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Ormai Umberto Lenzi era la storia del cinema di genere italiano. Erano ormai anni che non girava più un film, ma in qualche maniera il suo impegno creativo lo aveva semplicemente virato verso la scrittura. E scriveva i suoi romanzi davvero con la determinata volontà e la grande energia che lo avevano sempre contraddistinto, anche con la stessa passione che sempre aveva circondato ed ispirato la sua macchina da presa. Era la narrativa di Umberto Lenzi, a nostro avviso, un modo solo rinnovato di continuare a fare il cinema. I suoi romanzi erano scritti davvero per essere riversati nel cinema in modo immediato, senza nemmeno il supporto di una sceneggiatura.

Ci aveva detto Umberto Lenzi, nell’ultima chiacchierata avuta con lui, non più tardi di due estati fa e proprio in relazione alle sue esperienze letterarie: “Io intanto non sono uno scrittore. Ci tengo a precisare e sottolineare questo. Resto assolutamente un regista cinematografico prestato alla letteratura. Poi come supporto ideale, e lineare con il cinema, ma in verità anche per divertirmi, ho avuto l’idea di inventare la figura di un investigatore privato, un tal Bruno Astolfi, che svolge indagini proprio sui set dei grandi film del passato, e precisamente dal fatidico anno  1940 e fino al  fine della guerra”.

In questo contesto ottimali sono nati i sei grandi romanzi scritti da Lenzi, tutti pubblicati, e tutti con riscontri immensi di consensi: Delitti a Cinecittà, Terrore ad Harlem, Morte al Cinevillaggio, Scalera di sangue, Spiaggia a mano armata, Il clan dei miserabili. In definitiva questi sei romanzi di Umberto Lenzi, proprio nell’idea di ambientarli nell’epoca d’oro del cinema fascista, rimangono, secondo noi, quasi un’autentica bizzarria, colta e geniale beninteso (c’è sempre stata, in fondo, questa prerogativa bizzarra nello stile professionale del regista). La scelta narrativa operata da Lenzi per i suoi romanzi, in qualche maniera, ha consentito all’autore, oltre a continuare ad esercitare la sua passione per l’action story ed il genere noir, di soffermarsi storicamente sulle grandi personalità del cinema italiano. Non dimentichiamo, in questo contesto, che Lenzi è stato un diplomato del glorioso Centro Sperimentale di Cinematografia, dove poi, nella stessa scuola, è stato allievo del regista Alessandro Blasetti. Infatti un’indagine dell’investigatore Bruno Astolfi, la prima, quella riconducibile al romanzo Delitti a Cinecittà, tocca proprio il set de La croce di ferro di Blasetti. In qualche maniera Lenzi, con la sua narrativa, ha prestato attenzione a quella che era stata una stagione cinematografica, nonostante tutto, di grandissima creatività, anche se concepita nel pieno del regime fascista.

Diceva Umberto Lenzi: “Tutti parlano del movimento del neorealismo, come realtà e fenomeno magnifico del cinema italiano, ed è certamente vero, ma tralasciano che tutti quei registi, simbolo del neorealismo, si sono formati nella Cinecittà del ventennio. I miei libri, anche in questo senso, rimangono trame essenziali per raccontare quel mondo”. E aveva anche dei progetti per il futuro, Umberto Lenzi: “… Quello che ora mi piacerebbe, e che mi sta proprio a cuore, è che di questi sei romanzi già editi si potrebbe lavorare per ridurli in una serie per la televisione. Io li ho proposti, ma i dirigenti evidentemente non ne sono ancora convinti. Forse perché pensano che voglio essere io il regista. Ma che restino tranquilli questi signori, di questa serie vorrei essere solo lo sceneggiatore…Anzi già mi sto adoperando per la loro riduzione”.

Umberto Lenzi, in fondo, ha pagato la colpa di avere diretto negli anni pellicole che sono piaciute moltissimo al pubblico. Forse proprio per questo i suoi film hanno fatto storcere, in verità, la bocca e fatto gridare alla porcheria a più di un critico autorevole del periodo. E tale sintesi miope Umberto Lenzi se l’era portata dietro in tutta la sua carriera e forse se la porta tuttora, ancorata proprio alla sua narrativa: nessuno, chissà poi perché, voleva considerarlo uno scrittore. Intanto chi scrive è stato proprio un patito del cinema di Umberto Lenzi, si può dire che si è addirittura imbiancato le tempie seduto in platea, a rimorchio dei suoi film: da Sandok il Maciste della giungla, 1963, attraverso Zorro contro Maciste, 1963, I pirati della Malesia, 1964, Superseven chiama Cairo, 1965, Kriminal, 1966, Le spie amano i fiori, 1966, Attentato ai tre grandi, 1967, Tutto per tutto, 1968. E poi ancora Così dolce… così perversa, 1969, Orgasmo, 1969, Paranoia, 1970, Un posto ideale per uccidere, 1971, Il paese del sesso selvaggio, 1972, fino a proseguire con Il coltello di ghiaccio, 1972, Sette orchidee macchiate di rosso, 1973, Spasmo, 1974,  Gatti rossi in un labirinto di vetri, 1974, Il giustiziere sfida la città, 1975, per poi arrivare agli splatter più estremi, quel Cannibal Ferox, 1981, ad esempio. Poi, in definitiva, quelli che restano senz’altro i migliori titoli polizieschi della storia del cinema popolare italiano: Milano odia: la polizia non può sparare, 1974,  Napoli violenta, 1976, Roma a mano armata, 1976, La banda del gobbo, 1977, Il cinico, l’infame, il violento, 1977.  Non dimentichiamo, inoltre, in questo contesto, le parole di Quentin Tarantino, di Joe Dante, di Wes Craven: “Tutti i film di Umberto Lenzi sono stati sistematicamente invidiati ad Hollywood”.   Poi, snocciolando ancora tra i titoli della filmografia di Lenz,i troviamo la parte che noi amiamo definire la variante, in qualche maniera, forse anche semplicemente l’idea bizzarra: Il trucido e lo sbirro, 1976, dove ha idealmente inizio il personaggio geniale di Sergio Marazzi, detto il Monnezza, interpretato a livelli esemplari da Tomas Milian, l’ attore in qualche maniera diventato poi,  anzi con il senno di poi, proprio l’interprete feticcio per la filmografia di Umberto Lenzi.

Ora da cinefili incalliti, anche un po’ maniaci in fondo, si soffre atrocemente per la mancanza di tali genialità, di questi efferati (in senso positivo)  titoli. Mancano anche estreme unzioni nella cinematografia italiana di oggi, dialoghi quali di una assoluta rivolta, da leggersi finanche come una metafora reale di una condizione urbana, carichi anche di sentimenti pregni di un forte livore antiborghese ed antisociale. La lotta, ad esempio, tra il commissario Tanzi-Maurizio Merli e il deforme Vincenzo Moretto-Tomas Milian detto il Gobbo, sempre all’ultimo sangue in Roma a mano armata, rimane impagabile. La scena poi in cui il commissario Tanzi costringe il Gobbo ad ingoiare un proiettile, operazione che tra l’altro Vincenzo Moretto compie senza battere assolutamente ciglio, anzi, addirittura gliela condisce con un referente rutto, rimane addirittura nella grammatica antologica del cinema popolare. È un proiettile che avrà finanche una storia a seguire, una commemorazione addirittura, quando, al momento di eliminare dall’alto di un cavalcavia, e con un fucile di alta precisione, uno spacciatore delatore, il Gobbo lo fa secco ma evita accuratamente il commissario Tanzi, tanto che il suo tirapiedi non può non domandargli, anche con un po’ di stupore: “Ma com’è che non lo hai fatto fuori quel cornuto di poliziotto?”, e Milian-Moretto, con la cattiveria dipinta sul volto e tarata proprio al millimetro (grande prova di attore di Tomas Milian): “Perché quando lo farò fuori mi dovrà guardà in faccia, mi dovrà guardà in faccia e tremà de paura, se deve cacà sotto quello stronzo. Hai capito Umbè? A proposito di stronzo: stamattina stavo al cesso e sento che qualcosa me va de traverso. Dico, li mortacci sua, ma che stà succede? Spigni, spigni, faccio. Mi arzo e guarda che te ce trovo dentro la tazza?”.Ullà, e come mai?” è la domanda meravigliata del tirapiedi Umberto. Ed ancora Milian-Moretto: “Eh? Vome mai? Perché so un miracolato io. Sai quella Santa Chiara che sputava le margherita perché era protetta da Dio? Ma io che so protetto da Satana caco il piombo, capito? Er piombo! E proprio con questa che voglio sistemare quer giustiziere del cazzo. Li mortacci sua!”    

Negli ultimi tempi, come ci aveva raccontato Umberto Lenzi, il rapporto con Tomas Milian era certamente, umanamente, migliorato, ma negli anni ha sofferto un poco dello stato delle cose del cinema per cui l’affiatamento e l’amicizia era venuto proprio a mancare. Diciamo che era centrale in questo rapporto diventato poi difficile tra l’attore ed il regista proprio il personaggio del Monnezza, creato in verità da Lenzi e dallo sceneggiatore Dardano Sacchetti, e che poi Milian aveva svenduto, come diceva Lenzi, anche a basso costo, mettendosi soprattutto alle dipendenze della comicità assoluta del regista Bruno Corbucci e dello sceneggiatore Mario Amendola, due assoluti geni del mondo dell’avanspettacolo e del teatro di varietà degli anni cinquanta. La penna di Amendola e Corbucci, seppur geniale, aveva offerto il destro, che Lenzi detestava, verso la virata comica del personaggio del Monnezza, a cui prestava poi la sua performance genialmente pecoreccia anche il formidabile Bombolo. Anche se, c’è da aggiungere, il personaggio del Monnezza di Corbucci era diventato un altro personaggio, aveva assunto un’altra identità anagrafica, ora era il poliziotto che proveniva dal mondo della mala, seppur quella più spicciola e più bonaria, Nico Giraldi.

Diceva Umberto Lenzi: “La mia carriera cinematografica ha sempre avuta un’attinenza con la realtà, non sono mai stato un regista del fantastico, ho sempre privilegiato il genere avventuroso, realistico, oppure bellico ed il thriller. Quindi la commedia l’ho esclusa a priori dalle mie corde autoriali. Se devo dire cosa, ancora oggi, rappresenta meglio la mia filmografia non avrei dubbi: sono il thriller, il poliziesco e il genere bellico”.

In questo ambito è soprattutto il film Il grande attacco, 1978, girato ad Hollywood ed interpretato da attori quali Henry Fonda, Helmut Berger e John Huston, che raggiunse risultati di una straordinarietà superba. Questo era un film, come ci ha ricordato il regista, che Tomas Milian, in quel periodo storico della sua carriera, voleva assolutamente interpretare, ma che Lenzi invece non accetterà, ritenendo ormai il suo vecchio pupillo troppo incastonato verso il genere del Monnezza, portato però verso il ridicolo più generalizzato. E stranamente, secondo Lenzi, viste le qualità eccelse dell’attore. Ma nel cinema Tomas Milian è sempre stato un propositore ed anche un assoluto creativo. Ai personaggi che interpretava dava sempre un’autorialità, e per questo, in qualche maniera, avvertiva proprio l’urgenza di farli crescere sempre più e di non isolarli al primo film. C’è un aneddoto, ad esempio, che Lenzi amava sempre ricordare, e che riguardava Milian e la sua propensione a cercare di crescere sempre più nella professione d’attore: nei primi anni settanta Milian aveva un progetto a cui teneva moltissimo: portare sullo schermo il romanzo Primo sangue di David Morrel. Andò addirittura in America per tentare di acquistarne i diritti, in qualche maniera riuscì a strappare un diritto di prelazione con l’editore, tornò in Italia e lo propose a più di un produttore, tra i quali uno importante, Luciano Martino, ma nessuno in realtà ha avuto il fiuto necessario per seguirlo in quella proposta, perché nessun produttore interpellato riteneva, in fondo, quel romanzo così adatto e così specifico alla realtà italiana del momento. Così Milian si trovò costretto ad archiviare il suo progetto. Ma non del tutto in fondo, perché nel film che intanto andava ad interpretare nel periodo, sempre per la regia di Umberto Lenzi, Il giustiziere sfida la città, 1975, pretese ed ottenne di chiamarsi, nel film, come il personaggio del suo amato romanzo americano. Quel romanzo poi, esattamente sette anni dopo, sarebbe diventato un film, anzi un grande film, Rambo, 1982, diretto da Ted Kotcheff  ed interpretato da Sylvester Stallone: un successo che fu effettivamente mondiale e che produsse, ad Hollywood, addirittura quattro seguiti importanti.

Milian è stato davvero un attore di scuola: le sue frequentazioni all’Actor’s Studio americano sono sempre state puntuali nella sua carriera”, aveva detto Umberto Lenzi. E a noi piace ricordare, in questo momento che segue, dopo la morte di Milian, anche la morte di Lenzi,  soprattutto Giulio Sacchi, lo spietato interprete di Milano odia: la polizia non può sparare. Rivedete il film di Umberto Lenzi con Tomas Milian per credere:  è la forza dell’ Actor’s Studio applicato al cinema di genere italiano più popolare. Meravigliosi momenti di un cinema italiano forse ormai andato via per sempre.



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