Una donna fantastica: il nuovo film di Sebastiàn Lelio è un capolavoro che merita i più importanti riconoscimenti

Una donna fantastica è una di quelle pellicole degne di diventare oggetto di studio per un esame di analisi del film. Da segnalare l’interpretazione da Oscar dell’attrice transgender Daniela Vega

  • Anno: 2017
  • Durata: 104’
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Cile, Germania
  • Regia: Sebastiàn Lelio
  • Data di uscita: 19-October-2017

Senza parole. Senza fiato. Senza vergogna quando le lacrime scendono lungo il viso e,  palmo contro palmo, le mani iniziano, incontrollate, ad applaudire. La luce in sala si accende e molti e molte ti guardano come fossi un’aliena perché si è dato campo libero all’emozione, mentre  pochi e poche si accodano battendo le mani, ti sorridono e condividono, sentendone l’improrogabile e giusta necessità. Per ore ed ore, nel giorno della proiezione per la stampa, la mente e il cuore sono trafitti dalla bellezza di quanto hai avuto l’onore di vedere diventandone, in un certo senso, profeta. Riconosci infatti lo splendore di un’eccellenza, dalla purezza della rappresentazione, dall’energia della recitazione e dalla pulizia della direzione, perché tutti i membri del cast hanno dato l’anima, si sono “sporcati”, hanno  semplicemente, come dovrebbe essere, “vissuto”.

Sono talmente rare le pellicole che oltre alla perfezione formale, fanno battere velocemente il cuore e smuovono le viscere di felicità! Per fortuna Una mujer fantastica per la regia di Sebastiàn Lelio è una di esse, configurandosi come un capolavoro assoluto da benedire. Coprodotto dal regista cileno Pablo Larrain e dalla regista tedesca Maren AdeUna donna fantastica è il quinto lungometraggio diretto da Lelio dopo La sagrada familia (2006) Navidad (2009) El año del tigre (2011) e Gloria (2013) e sta per arrivarne un altro dal titolo Disobedience. All’ultimo Festival di Berlino, Una donna fantastica ha vinto l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura e, tra i numerosi riconoscimenti che ha ottenuto dopo la sua uscita nelle sale mondiali, vi è stata la meritatissima candidatura agli Oscar in rappresentanza del Cile come miglior film straniero (quanto all’accoglienza che potrà avere, da oggi, in Italia, non mi esprimo: a Roma, la mattina della proiezione, molti colleghi erano assenti e, dei presenti, alcuni dichiaravano di esser lì quasi a malincuore, dovendo sorbire “un film su un-una trans“).

Marina Vidal, questo il nome della protagonista, all’anagrafe Daniel, non è un trans. È un essere umano, transgender che sta portando avanti, nella pellicola, un percorso interiore ed esteriore per diventare una donna a tutti gli effetti. Tuttavia se la sceneggiatura si fosse focalizzata esclusivamente su tale aspetto, l’intero lavoro avrebbe assunto un’altra connotazione, più ovvia, mentre l’introduzione di una costante di normalità, quale è l’innamoramento, modifica ogni ipotesi di trama e spiana la strada ad un capolavoro di scrittura e poi, come già ribadito, di film tout court.

Marina Vidal, capelli lunghi e lisci all’altezza delle spalle, seno leggermente accennato, viso curato e truccato senza esagerazione, corpo depilato, indossa abiti femminili, porta spesso i tacchi, benché sia già alta e slanciata, ed ancheggia quanto basta a definirla una splendida giovane donna che, di giorno, si mantiene lavorando come cameriera in un rispettabilissimo ristorante e di sera non si prostituisce, ma si esibisce come cantante in un locale. Lei, infatti, nei ritagli di tempo, studia canto lirico a livello professionale, con un maestro. La sua voce intonatissima, quando parla, è grave, eppure calda come quella di tante cantoras populares (una fra tutte Mercedes Sosa, “la voce dell’America latina”). È più donna di tante femmine d’uomo dai mostruosi corpi siliconati, fillerati, rimpolpati, tagliati, ricuciti, aspirati etc., soprattutto perché  il suo sguardo brilla d’amore nel vedere Orlando, il suo uomo che, attendendo la fine della canzone di apertura da lei cantata, la spoglia con gli occhi, l’ammira, la desidera.

Orlando non è un pazzo, né un pervertito: è un individuo adulto di oltre cinquant’anni, è benestante perché proprietario di una fabbrica tessile e, padre di una bambina, ne ha lasciato la madre con l’intenzione di divorziare per l’appunto dall’ex moglie. Inoltre, in pieno possesso delle sue facoltà mentali, conscio dei propri orientamenti sessuali, ha iniziato a frequentare la giovane Marina decidendo di rafforzare la loro relazione sentimentale, invitandola a convivere insieme nell’appartamento di lui. Orlando è un uomo maturo ancora piacente: l’attore che lo interpreta, Francisco Reyes,  somiglia a Jeremy Irons, e i capelli bianchi, un po’ spettinati, incorniciano un volto intrigante a cui un paio di occhiali dalle lenti tonde, con montatura nera, conferisce un’aria da ragazzino che la sa lunga in fatto di voler e saper goder della vita. Di certo, non gli mancherebbero, se solo lo desiderasse, tante donne “normali”  a cui legarsi.

Tuttavia Marina e Orlando sono davvero innamorati l’una dell’altro a dispetto di quanto supponga il resto del mondo (eccettuati il fratello di lui e la sorella di lei), propenso a dichiarare il loro legame una perversione sessuale da qualsiasi punto d’osservazione: medico, legale e familiare. Il mondo esterno si fa giudice e punitore di un amore e, quando tragicamente finisce in seguito al decesso di Orlando a causa di un aneurisma cerebrale, inizia a perseguitare in ogni modo possibile Marina, individuata subito come l’unico capro espiatorio fino all’inverosimile. Pian piano le sarà vietato anche di respirare e gli antagonisti, nel tentativo di mettere a tacere, se non seppellire per sempre, un incidente di percorso esistenziale e “sessuale” di un benestante borghese che ha perso la testa per un trans, sottraggono anche Diabla (la cagna che Orlando aveva regalato a Marina) fino a quando, in una scena madre bellissima, la protagonista del film, confermando di esser fantastica, sale sul tetto dell’auto di Bruno e Sonia (figlio e moglie del defunto) inscenando una protesta a suon di tacchi e pugni ed urla per riavere indietro quello che è suo. Di diritto.

Il film può dunque esser letto anche  ome un dramma a stazioni di medievale memoria, una vera e propria via crucis che Marina è costretta a percorrere nel giro di poche ore, trovandosi davanti ad un bivio: resistere ed andare avanti, nonostante la totale perdita di tutto ciò che ha conquistato e ricevuto in dono, o soccombere e far calpestare quanto di sacro ed inviolabile esisteva tra due esseri umani che si amavano? La risposta è nel suo passo deciso, a gamba tesa contro la tempesta reale e metaforica di vento e foglie e polvere che la colpiscono: dalla scena è stato estrapolato il fotogramma scelto per la locandina ufficiale, ma già in pellicola il progressivo rallentamento della camminata, fino ad un vero e proprio fermo immagine, sbilancia in avanti all’inverosimile, senza alcuna caduta, il corpo della donna. Una forza invisibile sembra trattenerla, bloccarla e salvarla: un angelo custode, una fata, uno spirito o, più semplicemente, una forza di volontà sconfinata e misconosciuta alla stessa Marina.

Marina è infatti risoluta come una guerriera e va in battaglia sempre a testa alta.

A questo punto potrei proseguire nel descrivere di Una donna fantastica l’interpretazione da Oscar dell’attrice transgender Daniela Vega, ma poiché questa strada è tra le più percorse, per ragioni care ai moralisti/moralizzatori del Bel Paese, imposto la mia recensione in forma di analisi. (Va da sé, e spero sia stato chiaro sin dal primo rigo, che amo questo film, ne consiglio la visione e mi auguro sbanchi da oggi ai botteghini di tutto il mondo: chi lo vedrà si accorgerà di esser davanti ad un’opera d’arte.)

Una donna fantastica è una di quelle pellicole degne di diventare oggetto di studio per un esame di analisi del film, dove potrebbe sostituire, ad esempio, un eterno ed incompreso rompicapo come Mulholland drive: all’inizio, non avevo dato molta importanza ad un titolo generico e di debole impatto, poi mi son resa conto che non ve ne è uno migliore, perché tutta la vicenda ruota unicamente intorno alla protagonista Marina, una donna, non un trans (la precisazione serve a ribadire e rimarcare il suo gender), fantastica, come lo è ogni reietta quando si riscatta, somigliando alla ginestra e al ciclamino, oppure fantastica nel senso di fantasmatico, per quel tocco di magia e proiezioni simboliche presenti silenziosamente nell’intero lungometraggio.

Fermo restando che il film è a dir poco perfetto, trabocca di un rigore formale, è curato nei minimi dettagli e non presenta errori di alcun genere, oserei dire che se esso potesse rinascere nelle pagine di un romanzo, diventerebbe immediatamente un best seller: un regista/narratore onnisciente e pietosamente schierato dalla parte della protagonista, accompagna gli spettatori/lettori facendoli entrare in un inferno i cui gironi sono anche i numerosi e svariati livelli di abominio perpetuati per ignoranza e vulnerabilità derivante, individuabili, a seconda delle intenzioni di “vedere” e “sentire”, con maggiore o minore nitidezza.

Una donna fantastica può dunque esser diviso in cinque parti (come una tragedia antica): dopo il prologo (compleanno di Marina, cena di festeggiamento e consegna di un biglietto con su scritto il regalo che lei  riceverà tra dieci giorni), la prima sequenza inizia col malore notturno di Orlando per concludersi con la corsa in ospedale dove, pochi minuti dopo il ricovero, l’uomo muore. La seconda tranche verte sulla sistemazione della vita di Marina costretta a subire inutili interrogatori sul decesso del compagno fino a vedersi obbligata dalla legge ad esporre, dettagliatamente, la  tipologia dei loro rapporti sessuali, onde fugare ipotesi di violenze a danno dell’amante. Deve quindi riconsegnare, entro poche ore, le chiavi dell’automobile e dell’appartamento di Orlando in cui, su richiesta di quest’ultimo, si era appena trasferita, all’ ex moglie Sonia e al figlio Bruno. La terza sequenza, incorporando la costruzione della nuova vita di donna sola, senza l’uomo che ama e la sicurezza di qualche piccolo agio, si chiude con l’ingresso di Marina, inatteso sebbene dignitoso, nella chiesa della Sagrada Familia dove si sta celebrano il funerale di Orlando, in presenza dei familiari e degli amici più cari e con l’individuazione del luogo in cui il corpo dell’amato verrà cremato. L’epilogo celebra la nuova esistenza di Marina che sa voltar pagina senza smettere di amare il suo Orlando e, in compagnia di Diabla, corre in un breve piano sequenza il cui sfondo è la città di Santiago del Cile. La corsa sotto la pioggia, ossia il training fisico è, per antonomasia, indizio di un definitivo cambiamento: nel caso del film in questione, esso si verifica con l’esibizione di Marina che canta da solista durante un concerto lirico. La giovane transita verso un nuovo percorso in cui la musica, il canto e lo studio alacre per arrivare ad astra, per aspera, saranno gli unici obiettivi insieme al perpetuo raggiungimento della Felicità, della Bellezza e dell’Amore.

I livelli di lettura di Una donna fantastica non si esauriscono qui: Marina potrebbe essere, a sua volta, narratrice e spettatrice di un mondo realistico e vivo che prima della morte di Orlando non aveva avuto modo di vedere in tutto il suo aberrante sfacelo. Si affaccia così una chiave di analisi di tipo fiabesco e popolare,  a cui fa seguito un’altra mistica e simbolica, dove  quello che vediamo accadere alla protagonista ha valore di ammaestramento: lei  è coinvolta in vicende terribili nel corso di un vero e proprio “attraversamento degli Inferi”, perché toccherà il fondo dell’avvilimento fisico e morale per raggiungere, mantenendo la sua dignità di essere umano e di donna, una profonda e intensa trasformazione interiore.

D’altronde non mancano apparizioni ed oggetti “magici”: tra gli effetti personali di Orlando che Marina conserva gelosamente portandola con sé ovunque, vi è una piccola chiave, la 181, non reclamata dai familiari di lui e di cui la donna ignora l’uso. Cosa aprirà? Un caso fortuito le permette di confrontarla con un’altra identica per forma e materiale: la chiave apre la  cassetta personale nella sauna che Orlando ha frequentato poco prima di morire. Marina decide di portare a termine la sua piccola indagine convinta che possa trovare i biglietti aerei smarriti rappresentanti il suo regalo di compleanno. La cassetta tuttavia è già stata svuotata o forse Orlando ha perso altrove le prenotazioni, ma ciò che conta è l’agnizione risolutiva affidata interamente a Marina: l’uomo che ama non l’ha mai abbandonata e le ha svelato quanto sia grande il loro amore, anche dopo la morte. Ogni tanto vediamo Marina guardare il fantasma di Orlando che le sorride e resta fermo a contemplarla: prima dell’epilogo lo spirito si muove e la guida a scovare il letto su cui giace il suo corpo affinché lei, in santa pace, lontana da chi la schifa e da chi vorrebbe cacciarla,  possa accarezzarne il volto per l’ultima volta e finalmente, sì, piangere le lacrime  trattenute in uno sforzo titanico per l’intero film. Il solo pianto silenzioso dell’attrice meriterebbe un premio Oscar!

Orlando sembra quindi morire all’inizio del film per testimoniare come e quanto “viva” comunque accanto a Marina: grazie all’absaentia del suo uomo, lei può diventare davvero donna, uscire dal guscio, dalla protezione di una vita in ombra in cui, dagli altri “membri normali”, per citare Pasolini, è conosciuta in maniera approssimativa, ipotetica, generica, sommaria: una pruriginosa  domanda pervade le loro menti  ossia se abbia ancora o meno il pene.

Ecco dunque che il tema dello sguardo si affaccia prepotentemente declinandosi in svariati dialoghi pungenti: Sonia confessa a Marina che spesso ha provato a immaginarla e anche nel momento in cui si trovano l’una di fronte all’altra, la prima non riesce a comprendere cosa stia vedendo. Forse una chimera, si risponde. Eppure Marina rivendica, con tono pacato e saggio, di esser fatta di sangue e ossa, come tutti gli esseri umani.

Braccata dalla polizia e poi da un’ambigua commissaria, dal fare prima liberale, poi intimidatorio che deve restituire ad un medico un favore ricevuto  in precedenza, Marina è vittima dello sguardo di entrambi: per procedere ad un’indagine giustificata dalla ricerca di “constatazione di lesioni eventuali”su Orlando, la protagonista viene fotografata, senza alcun motivo in più punti del corpo, genitali compresi, destando stupore ed imbarazzo.

Non bisogna dimenticare di osservare che anche Marina nel film si guarda di continuo e, se gli “altri” hanno metaforicamente la vista annebbiata, gli occhi della  protagonista sanno osservare il mondo di dentro e di fuori, cioè “analizzare”, in maniera impeccabile. Come uno scandaglio quegli occhi puri scendono negli abissi imparando, in ogni occasione, ad individuare quale panacea occorra per placare il proprio animo ferito (una nottata di sballo in discoteca) e il corpo offeso (una seduta dal parrucchiere e dalla manicure). Lungi dall’esser stupida, superficiale, strana e infine una pazza pervertita, Marina ascolta la sua voce interiore e agisce di conseguenza, mettendo in evidenza una straordinaria saggezza. Un significato precipuo viene assunto, quindi, proprio dalla mostrazione di numerose scene in cui Marina ha occasione di specchiarsi ossia di vedersi riflessa: in casa, per strada, mentre fa il bagno, etc.

C’è da chiedersi se la protagonista veda una vera realtà o un mondo immaginario, ma forse, sempre in relazione alla costruzione in sceneggiatura del film, occorrerebbe approfondire un’altra traccia suggerita dalla “vita” che Orlando stava organizzando e programmando prima di venire a mancare composta, nolente o volente, da altre realtà ignorate da Marina o a lei deliberatamente nascoste.

Come in ogni composizione ad anello che si rispetti, anche Una donna fantastica finisce esattamente come è iniziato: dopo l’anticipazione extradiegetica dell’immagine di una delle meraviglie naturalistiche del mondo  le Cascate dell’Iguazù, in Argentina- regalo di compleanno per Marina), vediamo in una sauna Orlando, mentre è sottoposto a massaggi. Nella sauna, alla fine, ad entrare sarà Marina, da uomo, ossia a petto scoperto e con un asciugamano intorno alla vita. L’amore di entrambi è talmente forte ed intenso che arriva, senza confini di gender e senza tema di sacrifici ed umiliazioni, ad una completa identificazione ed assimilazione, nel senso che Orlando e Marina sono puro Amore, o l’uno si fa doppio dell’altro e viceversa. La potenza di quell’acqua che precipita giù e la calma beatitudine di un luogo di ristoro e cura del corpo sono figure anticipatrici di un finale positivo.

Infine degne di nota sono le scelte musicali che fanno, indirettamente,  da colonna sonora del film: Tu amor es un periódico de Ayer e You Make Me Feel Like a Natural Woman di Aretha Franklin, brano principe delle Queer Theories e dei Gender Studies, Sposa son disprezzata, aria d’opera italiana scritta da Geminiano Giacomelli e, infine, Ombra mai fu di vegetabilecara ed amabilesoave più, dal Serse di G.F. Haendel.

Interrogato su cosa abbia “visto” guardando Marina e il suo film, Sebastian Lelio, ha così risposto: Vedo Una donna fantastica come un film dallo splendore estetico, dal vigore narrativo, un film di tensione e sentimento. Politonale, multi sperimentale, multi emozionale. È un film che allo stesso tempo celebra e indaga il suo personaggio principale: Marina Vidal. Cosa vedranno gli spettatori quando vedranno Marina? Una donna, un uomo, o la somma di entrambi? Vedranno un essere umano che cambia continuamente sotto ai loro occhi, che fluisce, vibra e modifica sé stessa. Ciò che stanno vedendo non è esattamente quello che vedono, e questa condizione trasforma Marina in un vortice che trascina la fantasia e il desiderio dello spettatore, invitandolo ad esplorare i limiti della sua stessa empatia.

Il film induce a provare una forte empatia, preparandoci ad affrontare ovvero vedere, sentire, percepire una vita altra, cioè di un’altra persona, uomo o donna che sia, mettendo a dura prova la nostra elasticità spirituale, i nostri limiti sul concetto di bellezza e sugli stimoli estetici ed estatici disponibili nel quotidiano.  A braccia aperte o meno.

Lelio ha evidenziato, a ragion veduta che Una donna fantastica “È un film romantico, un film di fantasmi, un film di fantasia, un film sull’ umiliazione e la vendetta, un documento della realtà, uno studio di carattere. L’identità del film stesso fluttua, non si fissa, non si ferma e rifiuta di ridursi ad una singola cosa. Il fatto che non possa essere spiegato in un solo modo è forse uno dei maggiori aspetti contemporanei di Una donna fantastica

Molto interessanti sono le riflessioni degli interpreti principali del film: Daniela Vega ha dichiarato che Marina ama profondamente e “questo le dà l’ opportunità di amare se stessa e superare ogni avversità. È una combattente coraggiosa che non esita quando il mondo la mette alla prova. Possiede una forza vitale in grado di farla andare avanti contro ogni pronostico. Oggi, mentre tutti noi ci troviamo in un modo o nell’altro sull’orlo di un precipizio, lei non lo guarda neppure, ma cerca la bellezza. Comprende che anche la morte di Orlando, o ciò che il suo essere transessuale significa per tutti quanti, non le impediranno di andare avanti “.
Di opinione concorde è Francisco Reyes , un Orlando che, come il celebre furioso il cui cervello è stato smarrito sulla Luna, perde la testa: ” Non gli interessa sapere se la persona che ama è un uomo, una donna o un transessual, e questo atteggiamento onesto ed autentico lo circonda di una aurea naturale che impedisce agli altri di interferire nella sua vita. Nel suo rapporto con Marina non vi è alcuna giustificazione intellettuale o ideologica. L’ unica grande giustificazione sta nell’ amore autentico che prova per lei “.

L’amore puro ed autentico tra due esseri umani è la più alta giustificazione per invitare alla visione di questo fantastico film.

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