L’uomo di neve, il nuovo film di Tomas Alfredson con Michael Fassbender non convince

L’uomo di neve è un film di genere e niente di più, un thriller che nella forma è ottimo, ma che tuttavia non dice nulla di nuovo, anzi, manifesta più di un leggero scricchiolio dal punto di vista drammaturgico e narrativo

  • Anno: 2017
  • Durata: 119'
  • Distribuzione: Universal Pictures
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Gran Bretagna
  • Regia: Tomas Alfredson
  • Data di uscita: 12-October-2017

Harry Hole (Michael Fassbender) è un poliziotto della omicidi, in gamba ma piuttosto problematico, non attraversa un buon periodo e soffre di una dipendenza dall’alcol non proprio da trascurare. Ha divorziato dalla compagna, anche dal punto di vista professionale lo hanno messo da parte ed ormai non ha più grossi casi da inseguire. In Norvegia il tasso di mortalità è basso, la vita è mediamente agiata e tranquilla, ma non esente da sporadici incubi e diffuse malinconie. Ogni tanto ritrova la gioia quando incontra suo figlio, ma, a parte questo, tutto sembra scivolare via verso un lento ma inesorabile declino: si sente inadeguato sia come padre che come poliziotto. Una giovane detective, Katrine Bratt (Rebecca Ferguson), gli scrolla di dosso il suo gelido torpore, credendo in lui (d’altronde Hole un tempo era un mito della omicidi) e coinvolgendolo in un’indagine su una serie di donne scomparse. Siamo tra Oslo e Bergen, clima scandinavo affacciato sui mari del nord, e ogni anno quando cade la prima neve una donna sposata e con un figlio scompare. Il serial killer come marchio di fabbrica usa un pupazzo di neve che si presenta ogni qual volta una donna viene meno. Tutto sembra riallacciarsi ad un caso chiuso del passato, collegato anch’esso a delle sparizioni che nascondono risvolti piuttosto macabri. Il passato riaffiora ed è più che mai vicino ai destini di Harry e Rebecca, e legato al misterioso schema di chi manovra  quelle cruente scomparse.

L’uomo di neve è l’ennesimo film ispirato ad un libro, qui si tratta del settimo della serie di romanzi gialli di Jo Nesbø dedicata ad Harry Hole, e come in tutte le transposizioni cinematografiche di opere lettararie, l’operazione si fa piuttosto ardua.

Quest’ultima opera di Tomas Alfredson ha una certezza: tecnicamente è strutturata e ben fatta. Certe inquadrature, piani sequenza e carrellate sono da “leccarsi i baffi” per ogni cinefilo che si rispetti. Ci riconciliamo con gli scenari gelidi ed innevati di quel gioellino, ad oggi apice della filmografia del regista svedese, che è stato Lasciami entrare, e forse, ancor di più qui, gli scenari dei paesaggi innevati sono pazzeschi e vengono sapientemente valorizzati con dei campi lunghi mozzafiato. L’atmosfera fredda viene colarata dei toni cupi e dalle atmosfere thrilling della colonna sonora di Marco Beltrami che aderisce bene agli standard di genere.

Perchè si, questo L’uomo di neve è un film di genere e niente di più, un thriller che nella forma è ottimo, ma che tuttavia non dice nulla di nuovo, anzi, manifesta più di un leggero scricchiolio dal punto di vista drammaturgico e narrativo. Il problema di The Snowman è proprio la risoluzione del racconto che in più di un frangente rasenta la banalità, e qui vi sarebbe da capire quanto influisce la difficoltà di riportare al linguaggio cinematografico un’opera come quella di Nesbø. Pensiamo invece come si sia rivelata un’opera anche cinematograficamente validissima, e in primis dal punto di drammaturgico, quella di Morten Tyldum con Headhunters.

Ad Alfredson piace il sangue e decide di farci vedere fin troppo splatter, tra corpi mutilati, colpi di fucile esplosi in faccia e teste mozzate chiuse in una scatola. Non possiamo non pensare ai rimandi a Seven, anche se lì David Fincher la testa non ce la faceva vedere, ma al massimo ci rappresentava di riflesso l’ira del detective Mills. Qui le teste non vengono chiuse nella scatola da dei John Doe di turno, ma dalla polizia scientifica che ricompone i puzzle e i corpi di un’indagine.

Certamente questo film non utilizza questa carne orrorifica in modo gratuito, forse una componente di fisicità e consistenza dei corpi e delle carni era necessaria, pensiamo all’opera di David Cronenberg, alla fusione e al contrasto tra la carne e la “macchina tecnologica”. Qui la “macchina tecnologica” è la sintesi digitale della comunicazione di oggi, dove vi è la preponderanza di dispositivi mobili e degli smartphone, che a modo loro fra suonerie e chat sono anch’essi protagonisti del film e perenni compagni dei personaggi che in esso vi abitano. C’è una continua ripresa nella ripresa, l’occhio di un telefono che scatta una foto, o l’occhio di un tablet ipertech utilizzato per le indagini. L’uomo di neve, e qui vi spezziamo una lancia a favore, fornisce un colpo d’occhio efficace sulla società contemporanea, valorizzando bene un elemento importante, quello legato alle nuove tecnologie della comunicazione, rappresentandone il fallimento, evidenziandone l’inadeguatezza nel garantire la riservatezza e la sicurezza dell’individuo, nonchè l’effimera fragilità dei dati.

Alfredson sa fare cinema molto bene, ma l’impressione è che per riuscire del tutto i suoi film abbiano bisogno di un grande plot che in questo caso viene un po’ meno nella trasposizione del libro di Nesbø. La sua sembra una parabola leggermente in calando se si pensa agli apici toccati con Lasciami entrare, al seguente La Talpa che non aveva convinto del tutto, e ad oggi a questo L’uomo di neve che per alcuni aspetti ha convinto ancor meno.

GUARDA IL TRAILER >>



Condividi