Stasera in tv in prima visione su Rai 3 alle 21,15 Il racconto dei racconti, l’ultimo film di Matteo Garrone

Il film è interessante, attraverso la dimensione favolistica fa segno a questioni universali, quali la maternità, l’amore (ma più in particolare il desiderio), il terrore di invecchiare, intrecciando le questioni in un montaggio che le mette in comunicazione, rivelandone i punti di contatto

  • Anno: 2015
  • Durata: 125'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Fantasy
  • Nazionalita: Italia, Francia, Gran Bretagna
  • Regia: Matteo Garrone
  • Data di uscita: 14-May-2015

Stasera in tv in prima visione su Rai 3 alle 21,15 Il racconto dei racconti, un film a episodi del 2015 diretto da Matteo Garrone, al suo primo lungometraggio in lingua inglese, e vincitore di sette David di Donatello. La pellicola è l’adattamento cinematografico della raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, pubblicata postuma tra il 1634 ed il 1636. Con Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees.

Sinossi
Dall’amara storia di una regina (Salma Hayek) che mangia il cuore di un drago per avere un erede alla storia di due sorelle misteriose che provocano la passione di un re (Vincent Cassel) e a quella di un re ossessionato da una pulce gigante che lo porta a preoccuparsi oltre misura per la sua giovane figlia: differenti storie intrecciano il bello con il grottesco, in un clima di sorprendente ed unica immaginazione gotica.

La recensione di Taxi Drivers (Luca Biscontini)

Innanzitutto per parlare dell’ultimo film di Matteo Garrone bisogna togliersi di dosso l’insopportabile puzzo di provincialismo tipico del cinema italiano e anche di tanta critica cinematografica. Il fatto che questo lungometraggio nasca come operazione internazionale e si rivolga a un pubblico più vasto della platea nostrana non costituisce un elemento aprioristicamente a favore del film. E neanche il fatto che sia costato 12 milioni di euro fornisce un indicatore della bontà dell’opera. Molta critica si è immediatamente inchinata di fronte alla magnificenza della dimensione produttiva, trascurando, a parere dello scrivente, di elargire un’analisi attenta o quanto meno svincolata da questioni squisitamente economiche.

Si, il film di Garrone colpisce per l’accuratezza della realizzazione, dalla fotografia, che rievoca in maniera efficace la dimensione favolistica, agli ottimi e sontuosi costumi, dalle scenografie naturali e non alla recitazione degli attori (il cast è, ovviamente, anch’esso internazionale con Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones e John C. Reilly), e tutto è orchestrato con padronanza e maturità dal regista, al quale va certamente riconosciuto il merito di non essersi fatto trascinare in un’operazione di emulazione con budget più limitato dei fracassoni fantasy hollywoodiani. Detto questo, che non è poco, non si può evitare di porsi una domanda: perché Garrone ha sentito l’esigenza di sconfinare nel territorio minato del genere fantasy? Sembra quasi che l’autore del fortunato Gomorra (ma anche dei bellissimi L’imbalsamatore e Primo Amore) viva uno stato di ansietà creativa, cercando ogni volta di realizzare un’opera nettamente differente dalle precedenti, tentando di spiazzare gli spettatori, ma forse, e anche di più, se stesso. Insomma, era proprio necessaria questa incursione in un mondo cinematografico così esautorato dalla produzione compulsiva della fabbrica dei sogni statunitense?

Il film è interessante, attraverso la dimensione favolistica fa segno a questioni universali, quali la maternità, l’amore (ma più in particolare il desiderio), il terrore di invecchiare (tema questo, come si è in più luoghi evidenziato, attualissimo), intrecciando le questioni in un montaggio che le mette in comunicazione, rivelandone i punti di contatto; eppure non riesce a catturare davvero l’attenzione, non possiede una vera visionarietà che ecceda il vincolo della rappresentazione, non emoziona mai davvero, e il tutto sembra ristagnare in un bisogno di stupire a tutti i costi lo spettatore. Certo, è bello il rosso sangue del cuore che la regina di Selvascura (Salma Hayek) divora facendo affidamento sulle proprietà magiche che tale alimento possiede (nella fattispecie le dovrebbe procurare una gravidanza), ma è una trovata (anzi a rigore trovata non è perché il film è una libera trasposizione de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile) che sembra architettata proprio per destare un immediato appeal, per incantare lo spettatore della domenica, per piacere a tutti i costi, senza proporre davvero un’elaborazione meditata dell’immagine. Forse se Garrone non avesse dovuto accollarsi il peso che una produzione così fastosa impone avrebbe potuto costruire un film più sincero, meno accattivante, non ossessionato dal desiderio di piacere.

Il film mantiene, come si era prima evidenziato, un tratto autoriale marcato, proprio perché il regista ha fatto resistenza, non si è voluto far sussumere totalmente, eppure l’operazione nel complesso appare ‘in-bastardita’, artificiosa, senza piglio, come se non si fosse riusciti a destoricizzare gli eventi rappresentati dotandoli davvero di un respiro universalizzante. Forse già la sequenza iniziale di Reality conteneva i prodromi dell’opera successiva del regista romano, ma lì c’era un’idea di cinema, e, in certi passaggi, una capacità di costruzione dell’immagine non indifferente (esemplare a tal punto era la scena in cui il protagonista si produceva in uno scambio di sguardi con un grillo entrato casualmente in casa). Queste considerazioni non vogliono occultare quanto di buono c’è in Tale of tales, come prima si è evidenziato, ma nascono dall’esigenza di tracciare una critica che non sia miope rispetto a ciò che di questo film funziona meno, e che, se non ci si è ancora ‘ir-regimentati’, bisogna segnalare.

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