Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli: somme esistenziali di un’icona

Ci immergiamo negli ultimi tre anni di vita di una icona spenta nell’attenzione e nel seguito, che lotta contro i suoi demoni interiori, in cerca di quella libertà e consapevolezza anche artistica, che paiono esserle sempre mancate

  • Anno: 2017
  • Durata: 93'
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Belgio
  • Regia: di Susanna Nicchiarelli
  • Data di uscita: 12-October-2017

Con Nico, 1988, Susanna Nicchiarelli si carica di una vera e propria sfida: raccontare il ‘dopo e il comune’ di una donna non comune e neppure semplice (nell’accezione letterale del termine). Christa Päffgen, in arte Nico. Attrice, modella, pupilla di Andy Warhol, donna dei Velvet Underground, precorritrice del gothic rock, dell’underground degli anni ’80.

Ci immergiamo negli ultimi tre anni di vita (1986-88) di una icona spenta nell’attenzione e nel seguito, che lotta contro i suoi demoni interiori, in cerca di quella libertà e consapevolezza anche artistica, che paiono esserle sempre mancate. Parigi, Manchester, Anzio, Praga, Norimberga… La carovana della band improvvisata di Nico attraversa un tempo ed uno spazio di confine, galleggiando dentro un mondo che pare non riconoscersi più, come lei.

Anche questa Nico è naturalmente una prima donna: capricciosa, eroinomane, frustrata, in rotta totale con il suo passato, alla ricerca del tempo perduto nei confronti di un figlio (Ari) abbandonato. Ma c’è qualcosa che non va in tutta questa messa in scena. Troppo semplicistica. Susanna Nicchiarelli si tiene troppo distante da Nico, da quello che è stata e che continua ad essere, risolvendo il suo passato in battute spicciole, denigrandolo con una ‘supponenza’ che non aiuta a capire, chiudendo il cerchio sulla donna troppo facilmente nel senso di maternità negatole. Nico e il mondo che ha partorito l’icona Nico è molto più denso, più frammisto di luce ed ombra, e di tutto questo l’identità del ‘dopo’ del film non lascia traccia.

Visivamente e narrativamente, l’occhio si inceppa in un immobilismo incapace di incarnare uno stato mentale e materiale, semplicemente mette insieme gli avvenimenti e li mostra, con una ricostruzione nemmeno affascinante. Gli attori non si amalgamano con i personaggi che interpretano, li portano addosso come i vestiti di scena: questo sdoppiamento non si cancella.

I brani di Nico riadattati dai Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, l’unica eco di un mondo interiore da afferrare, insieme alla buona prova attoriale e performante di Trine Dyrholm (Christa Päffgen, nel film): le sole identità che riconosco, laddove il resto del film è stato incapace di emozionarmi e convincermi.

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