Psyco di Alfred Hitchcock, ovvero l’eccedenza del volto della madre e il mostruoso nel femminile

Psyco, prima ancora di prendere in ostaggio lo sguardo dello spettatore, lo cattura con l’ascolto, facendolo sprofondare in un’atmosfera di insuperabile tensione. È un’opera che non è solo un film, ma anche una partitura musicale, un concerto – andante – grazie allo straordinario apporto fornito da Bernard Hermann

  • Anno: 1960
  • Durata: 109'
  • Distribuzione: Universal Pictures
  • Genere: Giallo
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Alfred Hitchcock

In un’intervista a François Truffaut, Alfred Hitchcock affermò: «In Psyco del soggetto mi importa poco, dei personaggi anche: quello che mi importa è che il montaggio dei pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora e tutto ciò che è puramente tecnico possano far urlare il pubblico. Credo sia una grande soddisfazione per noi utilizzare l’arte cinematografica per creare una emozione di massa. E con Psyco ci siamo riusciti. Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto. Non è un romanzo che ha molto apprezzato che l’ha avvinto. Quello che ha commosso il pubblico è stato il film puro». (Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut, 1962).

Evitando di soffermarsi sulla sempre e giustamente celebrata sequenza della doccia (ormai ogni dettaglio su di essa è arcinoto), lo scrivente, rivedendo la splendida edizione in blu ray edita da Universal Pictures, ha particolarmente apprezzato il prologo del film, laddove la crescente inquietudine della protagonista, Marion Crane (la splendida, opportuna e bravissima Janet Leigh, che per Psyco venne premiata con un Golden Globe e candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista) viene rappresentata con una forza visiva ed emotiva impareggiabile. Le dichiarazioni di Hitchcock riportate sopra tradiscono – chi scrive ne è persuaso – una certa civetteria, giacché se è senz’altro vero che il valore del film risiede nello specifico cinematografico, nella superba maestria della messa in scena, è altrettanto innegabile che per la prima volta, forse, è stata realizzata un’opera, la quale, prima di essere un film, è una partitura musicale, un concerto – andante – grazie allo straordinario apporto fornito da Bernard Hermann, il geniale compositore e direttore d’orchestra statunitense (indimenticabili le sue colonne sonore per Orson Welles, François Truffaut, Brian De Palma e Martin Scorsese).

Psyco, quindi, prima ancora di prendere in ostaggio lo sguardo dello spettatore, lo cattura con l’ascolto, facendolo sprofondare in un’atmosfera di insuperabile tensione. Dicendo ciò non si vuole certo svalutare il ruolo del regista in favore di quello del compositore: al contrario in questo caso Hitchcock ha dimostrato un’abilità straordinaria nel costruire immagini in perfetta armonia con una colonna sonora che penetra in ogni inquadratura, divenendone elemento significante, nel senso che viene ampiamente superata la prosaicità del significato. Non è principalmente Norman Bates (Anthony Perkins, perseguitato a vita da questo ingombrante ruolo) a creare angoscia nel pubblico, ma la perdita di sé di Marion, che, ancora in preda al ricordo delle effusioni amorose col suo sfuggente amante (John Gavin), finalmente in procinto di voler far fare un salto di qualità ad un rapporto ancora instabile, messa di fronte alla possibilità di immaginare un futuro d’amore radioso, smarrisce la lucidità, giungendo al punto di sottrarre una cospicua somma di denaro ad un cliente del suo datore di lavoro. La brama atavica di una relazione sentimentale solida in cui trovare un definitivo e riconosciuto ruolo simbolico, desiderio che da sempre anima profondamente il femminile, rivela il proprio rovescio mostruoso: è un’ostinazione che va contro la logica, ma soprattutto contro la Legge.

Una donna come Marion, presentata con rapide ma incisive pennellate quale una persona leale, affidabile e ragionevole, perde all’improvviso il senso della realtà, pur di esaudire la sua aspirazione di trovare un luogo sicuro all’interno di cui collocarsi. Siamo di fronte ad un’acuta contraddizione: per installarsi saldamente nell’ordine simbolico lo si viola con un gesto che ne mette profondamente in discussione la legittimità. Ma c’è sempre un gesto radicale, che paradossalmente scompagina e riforma, all’origine di una nuova situazione che si delinea nell’orizzonte dello scibile. Norman Bates è un mentecatto, un reietto, uno psicotico che, se è vero che compie e ha compiuto omicidi efferati (il film è tratto dall’omonimo romanzo del 1959 di Robert Bloch, basato sulle vicende reali di Ed Gein), rimane comunque una vittima, o un criminale non mosso da un interesse, fosse anche solo di natura psichica, laddove la sua mente è stata completamente sussunta da quella della madre defunta – e macabramente riportata in vita – e, quindi, non può compiere davvero una scelta. Chi scrive crede che Psyco, quantunque sia un indiscutibile capolavoro, sia anche, su un piano profondo ma visibile, un film che mette alla berlina il femminile, condannandolo abbastanza apertamente, come se lo temesse come il peggiore dei mali possibili. Il ripensamento di Marion non basterà a salvarla, e Norman, alla fine, viene presentato dal dottor Fred Richmond (un Simon Oakland efficacissimo, freddo e compassionevole al tempo stesso) come un incapace di intendere e volere, in quanto annientato, annichilito, annullato dall’ingombrante figura della madre, che ne ha preso il totale controllo psichico. La soggettività di Norman è un piccolo resto insignificante, perché il suo corpo costituisce, innanzitutto e per lo più, il passepartout per l’immortalità della madre. Si potrebbe eccepire che sia stato proprio lui a causarne la morte, ma il morire, se diviene la porta d’accesso per l’eternità, è un compromesso pienamente accettabile. Norman è vivo, ma è divenuto solo l’appendice terrena per accogliere la personalità dilagante della genitrice.

Le donne nel film di Hitchcock vengono presentate nel loro lato mostruoso, fagocitante, insaziabile, ostinato, pulsante, mortale, fatale. Gli uomini, da Norman a Sam Loomis (il fidanzato di Marion), per non parlare dell’inutile detective privato Milton Arbogast (Martin Balsam), non hanno un loro reale peso specifico; Hitchcock sviluppa visivamente e psicologicamente questo terribile aspetto del femminile, lo mostra oscenamente, per farne fare un’esperienza subliminale al pubblico. Il volto della madre (alias il cinema, vedi Persona di Ingmar Bergman) è nell’ultimo fotogramma associato ad un teschio: dove c’è il femminile c’è morte. Il femminile è sovversivo, incontrollabile, in quanto eccessivo, indomabile. Hitchcock ci fa sprofondare nella notte del mondo, e di questo non smetteremo mai di essergli grati, ma non riesce – molto più probabilmente non vuole – a guadagnare la luce, che rimane mortificata nell’austerità del superbo bianco e nero. Non c’è una trasfigurazione che redima il peccato penetrato nel mondo. Lo psichiatra, alla fine, un uomo mite e ragionevole, assolve Norman e quell’ultima, funesta sovrapposizione dei volti condanna inequivocabilmente il femminile alle fiamme dell’inferno. Il volto della madre è talmente potente e mostruoso che per poterlo sopportare lo si deve occultare con la maschera del figlio, pena l’accecamento. Insomma, la potenza (e non il potere, si badi bene) incontenibile del femminile è qualcosa che provoca disagio e angoscia, e, in questo senso, il cinema (anche come dispositivo) diviene lo schermo attraverso cui attenuarne l’eccedenza, la quale supera senza dubbio i limiti della rappresentazione, deterritorializzandosi pericolosamente; Hitchcock comprende questa peculiarità e decide di operare un contenimento, laddove la maschera risulta un elemento indispensabile, visto che la verità si dà innanzitutto e per lo più sotto forma di finzione. Solo coprendo, mascherando, occultando, possiamo sopportare il peso di un’insistenza, di un’ostinazione che non cessa di ricordarci quanto sia fragile l’ordine simbolico in cui abbiamo l’illusione di essere saldamente inseriti.

Pubblicato e distribuito da Universal Pictures, Psyco è disponibile in blu ray in formato 1.85:1, con audio (Inglese: DTS-HD Master Audio 5,1) e sottotitoli in vare lingue. Ricchissima la sezione dei contenuti speciali: Il making of; Il sonoro di Psyco; All’ombra del maestro: l’eredità di Hitchcock; Hitchcock-Truffaut; Cinegiornale: l’uscita di Psyco; La scena della doccia: con e senza musica; La sequenza della doccia: gli storyboard di Saul Bass; Gli archivi del film; Poster; Locandine; Foto del dietro le quinte; Fotografie pubblicitarie; Trailer cinematografico; Trailer dell’uscita in seconda visione; Commento al film di Stephen Rebello.

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