Babylon Sisters di Gigi Roccati, finalmente un’opera decente sul tema dell’immigrazione

Liberamente ispirato al libro Amiche per la Pelle (2007) di Laila Wadia, il film di Gigi Roccati, Babylon Sisters, funziona. Finalmente un'opera decente sul tema dell'immigrazione

  • Anno: 2017
  • Durata: 85'
  • Distribuzione: Lo Scrittoio
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Croazia
  • Regia: Gigi Roccati
  • Data di uscita: 28-September-2017

 

Liberamente ispirato al libro Amiche per la Pelle (2007) di Laila Wadia, il film di Gigi Roccati, che finora si era cimentato solo col genere documentaristico, racconta varie storie, unite in un luogo che si tenta confusamente, ma con affetto di chiamare “casa”.

Kamla si è da poco trasferita con i genitori in un palazzo alla periferia di Trieste abitato da altre famiglie di immigrati e dal Professor Leone, un vecchio burbero e razzista. Quando arriva la lettera di sfratto, determinati a non lasciare le proprie abitazioni, gli uomini reagiscono con rabbia alle minacce del padrone, mentre le donne si alleano per salvare il destino delle loro famiglie. Shanti svela il proprio dono di saper ballare come una star di Bollywood e, con l’aiuto di una amica italiana, nasce il progetto di una scuola di danza. Questa sarà la occasione per un riscatto personale e collettivo, mentre la piccola Kamla riuscirà a sciogliere il cuore dello scorbutico Professore.

“Negri”, ecco come Leone, interpretato da un bravo Renato Carpentieri, chiama i suoi coinquilini. Di questi tempi, un personaggio così sarebbe quasi da bandire per i soliti e insopportabili benpensanti del progresso, invece Roccati se ne infischia beatamente, giacché il suo film, malgrado la tematica potrebbe indurre a pensare l’esatto contrario, di politico non ha proprio nulla! Quella di Babylon Sisters è la storia di alcuni individui, che si trovano a dover affrontare problemi comuni. Ciò li porta a confrontarsi, persino col “terribile Leone”, il quale si rivela poi una persona di cultura e che ama condividere la sua conoscenza, insegnando la lingua italiana alla piccola indiana Kamla, da lui ribattezzata Camilla, e non ci vuole sentire di chiamarla col suo vero nome. Questa bella e semplice pellicola, discretamente confezionata, sta tutta qui: sei in Italia, allora diventi italiano, grazie, altrimenti non c’è verso che ti capisca. Fortunatamente, che siano turchi, indiani o slavi, i condomini si relazionano con Leone senza imporre una diversità aggressiva, come avviene purtroppo oggi in molte nostre città. Ecco, allora, che il “razzista sceglie”, sentendosi rispettato e ben voluto, sposando la causa degli immigrati, poiché si rende conto che anche lui vive nel medesimo palazzo e fa parte alla fine di una collettività.

L’opera di Roccati funziona, essendo identitaria, il vecchio e scontroso italiano, le varie etnie che gli ruotato attorno, con Trieste che è sempre presente, specialmente col suo porto. Questa splendida città non è, quindi, rappresentata come il consueto “non-luogo” della fallimentare integrazione alla europea. Trieste è, persino nei simboli: quella alabarda d’argento che il regista distribuisce un po’ ovunque nelle inquadrature. Trieste, città dalla ricchezza culturale plurima e dalla vocazione mitteleuropea; eppure metafora della Patria, che gli italiani “moderni”, quanto vuoti, non conoscono; chi, ad esempio, avendo visitato questa città ha mai messo piede nel suo bel Museo d’Arte Orientale? Siamo convinti praticamente nessuno. Grave errore, visto che in esso si spiega anche il perché Babylon Sisters risulti una vicenda coerente con la storia della città, la quale vantava il mitico Lloyd Triestino, una delle più gloriose compagnie di navigazione che viaggiavano in Asia. Questa pellicola, se osservata con occhi attenti, non parla di immigrati, bensì di confronti umani. Pertanto, benché in essa si utilizzi la parola “negro”, non viene concessa la possibilità di pensare al “termine culto” di una certa Italia gauche caviar: il “razzismo” non riguarda il film di Roccati.

Dopo il terribile Strane straniere (2016) di Elisa Amoruso, emblema di un “terzomondismo” stucchevole e deprimente, temevamo di assistere all’ennesimo opprimente episodio di “buonismo filmico”. Dio sia lodato, ci siamo sbagliati… finalmente un’opera decente sull’immigrazione. Già, malgrado il titolo, questa non è una Babilonia, è una storia triestina, in cui ci sono degli italiani e degli stranieri che si confrontano, in sintesi la trama è questa.

Dispiace veramente che durante l’intervento di Gigi Roccati al momento della conferenza stampa, il solito malvestito abbia tentato in ogni modo di ficcarci dentro la politica. Un plauso al regista, che, malgrado i dreadlocks, portava la giacca e – con garbo sia chiaro – si è puntualmente rifiutato di prestarsi a questa strumentalizzazione. Il mondo del cinema, se vuole essere credibile, dovrebbe cercare di liberarsi di certi cinefili invasati, ma tanto sappiamo che non avverrà mai. Il motivo della nostra indignazione? Semplice, costui ha talmente “indirizzato” la intervista, che il personaggio di Leone, cuore del film, non è stato trattato. Nella storia questo anziano triestino ha una valenza positiva, nonostante il suo essere un reazionario; ragion per cui, si è fatto in modo di non chiedere nulla su di lui, continuiamo così… come termina la frase lo sappiamo tutti.

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