Idris di Kassim Yassin Saleh, un cortometraggio fresco e attuale, usa i colori per valorizzare la diversità

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Idris, il cortometraggio di Kassim Yassin Saleh, veicola un messaggio di condanna nei confronti di qualsiasi discriminazione, cercando di diffondere la cultura dell'accoglienza e dell'integrazione, nel tentativo di valorizzazione ogni diversità

  • Anno: 2017
  • Durata: 13 minuti
  • Regia: Kassim Yassin Saleh

Sono i colori, i più vivi e intensi, tanti e diversi l’uno dall’altro, ognuno nella sua sfumatura unica e irripetibile, l’elemento centrale e più incisivo che emerge con forza dalla visione del cortometraggio Idris, del regista Kassim Yassin Saleh, che, dopo aver vinto la seconda edizione del Bando MigrArti 2017, è stato proiettato alla Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia nelle ultime due giornate del festival.

Colori che sono un magnifico ed efficacissimo espediente per conferire valore alla diversità, per dare l’idea dell’energia e della ricchezza che può venir fuori da differenti fattori, che sono diversi per poter avere una tavolozza più grande, più varia, più piena, così da arricchire, e non disturbare in alcun modo, il mondo che viene rappresentato e di riflesso, quello in cui viviamo.

E allora sono diversi i colori della pelle, dei vestiti, dei costumi da bagno, così come sono diversi i linguaggi e come lo sono le storie, varie sfumature che si tuffano tutte in un’unica acqua turchese, la stessa per tutti, quella di una piscina di quartiere che accoglie nel giorno di ferragosto un gruppo di piccoli disadattati ospiti di una casa famiglia, accompagnati da un educatore che li segue e cerca di aiutarli a interagire tra loro. E da dove può arrivare un esempio di integrazione e di accoglienza se non da un contesto di persone che già conoscono bene cosa significhi sentirsi emarginati?

Nel gruppo vi è Idris, un piccolo profugo somalo di dieci anni scampato a uno dei tanti naufragi nel Mediterraneo e interpretato da Terry Idahosa Okojie. Un diverso tra i diversi. Che proprio per questo, nonostante le piccole difficoltà iniziali che si verificano in ogni occasione in cui un elemento nuovo e sconosciuto viene a contatto con un gruppo già coeso, passando per la curiosità, qualche presa in giro e infine l’empatia e la complicità, viene accolto dagli altri bambini. Ciò è possibile grazie al fatto che si tratta di bambini già provenienti da contesti problematici e, purtroppo, avvezzi alla sofferenza: un bimbo sordo, un’adolescente figlia di genitori tossicodipendenti, ognuno pur così piccolo, già con il suo bagaglio di discriminazione e difficoltà. Ciononostante, anche loro, davanti al nuovo, all’incognito, hanno la tipica reazione umana di paura e conseguente iniziale rifiuto, non tutti, ma il regista è bravo a trasmettere questa realtà purtroppo come quasi naturale.

Ma accade qualcosa che cambia tutto. Un episodio che fa sì che tutti i bambini entrino in contatto con il dolore di Idris, con la sua di paura, con i suoi fantasmi. E questo lo rende improvvisamente uguale a loro: riconoscere la sua sofferenza, percepirla, sentirne il peso, produce una sorta di linguaggio implicito comune e determina in tutti i bambini un’apertura istintiva. Non è un caso che il regista, originario del Gibuti e in Italia da circa 20 anni, abbia una storia simile a quella del suo protagonista; pur essendo arrivato in Italia in aereo, egli stesso è un profugo che ha dovuto barcamenarsi tra mille difficoltà, dalla Caritas ai dormitori, passando per tanti tipi di lavoro, fino ad essere notato nel 2001 da una fotografa che cercava un volto per una campagna pubblicitaria sulle politiche sociali,  per poi prendere da lì la strada dello spettacolo, mai abbandonata, fino ad arrivare a scrivere due cortometraggi di cui uno, A special day, è stato presentato a Cannes nel 2016, nella sezione Short corner. Infine, ha perfino inventato un marchio moda che produce t-shirt con un logo da lui ideato, sempre per comunicare un messaggio di integrazione. Un esempio di volontà e energia mista a talento che ha creduto nelle proprie risorse, nonostante gli ostacoli e i disagi che una persona con il suo background si trova a dover affrontare quando arriva in un paese straniero. Quindi qualcuno che conosce bene la materia di cui tratta, che ha particolarmente a cuore il tema dell’integrazione e che sceglie di metterlo in scena in questo corto.

Riesce efficacemente Saleh nell’intento di rappresentare uno scenario il più naturale e realistico possibile, girando il corto in una piscina del quartiere tuscolano di Roma, e avvalendosi quasi solo di interpreti alle prime armi, senza alcuna esperienza, nonostante, a causa dei requisiti necessari (acquaticità per Idris e capacità di comprendere e parlare il linguaggio dei segni per almeno due bambini), sembra non sia stato semplicissimo costituire il cast.

Heidrun Schleef, una dei tre sceneggiatori, con alle spalle già lavori di notevole spessore (tra i tanti, La stanza del figlio di Nanni Moretti o Ricordati di me di Gabriele Muccino), particolarmente attenta ai lavori dei registi emergenti e contenta di lavorare con loro, ha intrapreso questo progetto con entusiasmo, così come i suoi colleghi Alessia Gallo e Adriano Chiarelli, con i quali, insieme a Saleh, si è formata una squadra che ha lavorato in sintonia ed è riuscita a creare un prodotto incisivo, fresco e assolutamente attuale.

In linea con il cinema più recente, Idris veicola un messaggio di condanna nei confronti di qualsiasi discriminazione, cercando di diffondere la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, nel tentativo di valorizzazione ogni diversità. Neanche a farlo apposta, il tema che tratta non differisce poi tanto da quello centrale, cardine, del film che ha vinto il Leone d’Oro quest’anno, The shape of water di Guglielmo Del Toro, il quale punta in tutto e per tutto a trasmettere il valore dell’alterità e della necessità di riconoscimento di qualsiasi essere vivente, in quanto unico e bisognoso, come tutti gli altri, di amore e condivisione. La giornata in piscina di Idris e dei suoi amici ci comunica esattamente lo stesso messaggio.

Photo Credits: Asim Aidari



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