Con A Ciambra Jonas Carpignano ci narra una realtà lontana da noi, rendendocela vicina

Il realismo di A Ciambra di Jonas Carpignano sfiora il documentario, ma ciò che lo rende davvero originale è l’utilizzo della finzione per aderire il più possibile al vero. Una storia di di immigrazione e integrazione, rifiuto e accettazione, che ancora una volta coglie nel segno

  • Anno: 2017
  • Durata: 120'
  • Distribuzione: Academy Two
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Brasile, Francia, Germania
  • Regia: Jonas Carpignano
  • Data di uscita: 31-August-2017

Jonas Carpignano, regista di soli trentatre anni, è già al suo secondo lungometraggio. Il primo, Mediterranea, (2015), è la storia di un viaggio dall’Africa alla Calabria, di immigrazione e integrazione, rifiuto e accettazione, ambientato a Gioia Tauro, come questo suo ultimo film, A Ciambra.

Proprio a Gioia Tauro, Carpignano ha scelto di vivere e lavorare, dopo anni trascorsi tra gli Stati Uniti e l’Italia (è nato da padre italiano e madre afro-americana). Il ritorno all’origine di solito non avviene da giovani, ma lui racconta di essere venuto in Calabria, ed esserci rimasto, dopo le riprese del suo corto sui fatti di Rosarno, intitolato A Chjana, al quale è seguito un secondo corto, A Ciambra, che poi è diventato il film di centoventi minuti uscito ora nelle sale.

Due cortometraggi e due lungometraggi, quindi, che trattano gli stessi, importantissimi, temi. Ma in A ciambra l’attenzione è tutta concentrata su Pio, un ragazzino di quattordici anni, di famiglia rom, che vive la fase più intensa della sua identità: culturale sociale familiare. Durante la visione ci si chiede se Pio appartenga davvero a Ciambra, agglomerato di case fatiscenti e baracche, se lui e i suoi familiari, così convincenti nel ruolo, siano davvero rom. La conferma arriva con i titoli di coda; portano tutti lo stesso cognome, Amato, ma sembra che con gli italiani abbiano un pessimo rapporto.

Gli italiani per loro sono solo i mafiosi che li usano come manovalanza del crimine. Poi, per fortuna, ci sono gli africani, attendati nella vicina Rosarno, con cui Pio ha una relazione di fiducia e affidamento. In particolare, con Ayiva (Koudous Seihon, protagonista di Mediterranea) al quale chiede complicità e rifugio nei momenti più difficili.

Pio fuma ossessivamente, beve, guida le macchine (rubate) ed è addirittura analfabeta. Passa il tempo tra un furto e l’altro; prima per emulazione del fratello Cosimo, poi, quando fratello e padre vengono arrestati, per portare i soldi alle donne di casa, grazie ai quali gli vengono perdonate intemperanze e assenze. Un preadolescente a cui è stata negata l’infanzia, dal nostro punto di vista.

Eppure il giudizio è sospeso fin da subito, verso questa comunità che paga anch’essa i cambiamenti sociali ed economici, dove gli anziani vivono la nostalgia di una libertà perduta, di quando si era nomadi, e non confinati in un luogo tra discariche e sterpaglie, in cui le uniche visite sono quelle dei carabinieri. Siamo noi contro il mondo, dice il nonno a Pio.

Il film è attraversato da una cupezza che mantiene sempre viva la tensione. Dal punto di vista visivo, le scene sono girate al buio, all’alba o al tramonto, con una fotografia sgranata sul paesaggio  la macchina da presa sul profilo di Pio, che non lo molla un istante. La musica di Dan Romer ha un ritmo compulsivo, mentre la cadenza del dialetto calabrese strettissimo, è rallentata, strascicata. Capiscisti? È la parola più ripetuta dagli adulti, come se loro avessero capito tutto dalla vita! E poi si sente il respiro affannoso di Pio, mentre corre, o deve fare i conti con il panico dell’ ascensore, perché vuol fare il duro, lui, ma ha la fobia dell’ascensore e del treno, che va troppo veloce.

Si sente più sicuro con il motorino scalcagnato, le impennate per far divertire i bambini della Ciambra, la sigaretta perennemente accesa. E si dichiara un uomo, a dispetto degli adulti; durante tutta la narrazione, Pio non fa altro che voler dimostrare a se stesso, alla famiglia e alla comunità di essere diventato grande.

Una dolente storia di formazione, quindi, nella quale identificarsi con figure di riferimento è quasi impossibile, se non dopo essersi ribellati e averle buttate giù dal piedistallo. Quello che succede ad ogni adolescente, e stupisce ritrovare gli stessi meccanismi di individuazione, in culture e modelli così lontani dai nostri.

L’interpretazione di Pio Amato, in scena dall’inizio alla fine, è straordinaria. Attraverso il suo viso, la sua voce, la gestualità e le prestazioni degli altri attori non professionisti, il realismo di questo film sfiora il documentario, ma ciò che lo rende così originale è invece l’utilizzo della finzione nell’aderire il più possibile al vero. Verrebbe da ipotizzare un ritorno del neo-realismo, ma le definizioni non aiutano.

Certo, il rispetto e la giusta distanza nei confronti delle marginalità sono assoluti; ma si sorride quando la famiglia rom riunita (con in mostra pance, sdentature, capelli non curati) disprezza gli africani chiamandoli tutti marocchini e ridendo del loro essere così brutti e così neri. Anche Pio ride, sta al gioco, mentre beve vino, e non importa se il suo migliore amico sia nero e forse dal punto di vista estetico, la persona più bella del film.

È un momento magico di intesa con i suoi parenti, l’appartenenza che va cercando con tutto se stesso; lì è felice e noi lo capiamo, così come invece soffriamo quando viene escluso. Nel trailer del film si legge la dichiarazione di Martin Scorsese, che ne è stato produttore esecutivo: entra così intimamente nel mondo dei suoi personaggi che hai la sensazione di essere con loro.

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