Stasera in tv su Rai Storia alle 21,10 Nel nome del padre di Marco Bellocchio

Con Nel nome del padre Bellocchio continua la sua opera di distruzione e dissacrazione della società borghese. Dopo la famiglia de I pugni in tasca, il regista passa qui alla religione ed alle sue istituzioni educative

  • Anno: 1972
  • Durata: 109'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Grottesco
  • Nazionalita: Italia, Francia
  • Regia: Marco Bellocchio

Stasera in tv su Rai Storia alle 21,10 Nel nome del padre, un film del 1972, diretto dal regista Marco Bellocchio. Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare. È stato girato a Roma presso l’ex Liceo Massimo a piazza dei Cinquecento e al Teatro Carlo Goldoni e a Bobbio (PC) nei primi mesi del 1971. Terzo film di Bellocchio forse fin troppo carico di simboli e metafore, ma con momenti di grande passione derivati dall’ispirazione autobiografica.

Anno scolastico ’58-’59. Angelo è stato rinchiuso in un collegio di lusso per avere preso a calci e schiaffi suo padre. Anche all’interno dell’istituto il ragazzo resta coerente al suo comportamento: strumentalizza gli amici e induce un compagno ad uccidere la madre isterica e seccatrice. Con un maschera da cane si aggira per le stanze portando in spalla il cadavere di un sacerdote, il professor Matematicus. Angelo riesce ad allestire anche uno spettacolo blasfemo che disgusta gli insegnanti.

Con Nel nome del padre Bellocchio continua la sua opera di distruzione e dissacrazione della società borghese. Dopo la famiglia de I pugni in tasca, il regista passa qui alla religione ed alle sue istituzioni educative. Con uno stile accentuatamente grottesco, ci mostra un collegio retto da monaci, in cui studiano diversi ragazzi della medio-alta borghesia. Tra di loro, un giorno, arriva un giovane intelligente ed anticonformista, voglioso di rivolta, sebbene nemmeno lui è esente dalle manie che affliggono il suo mondo, quali il protagonismo e la necessità d’apparire. Contrappuntato da alcuni momenti di genuina e lucida genialità, il film funziona egregiamente nella rappresentazione dell’istituzione religiosa: opprimente, asfissiante, schiacciante (ogni sera i ragazzi vengono chiusi a chiave in camera). Lo stile grottesco, poi, aiuta il regista a rappresentare il monastero in tutta la sua medievale ridicolaggine e gli studenti appaiono spesso come dei mostri inebetiti ed instupiditi dall’insegnamento. Il film è pregno di metafore azzecate che rimandano alla società d’allora (ma anche a quella attuale) ed il finale è di un’ambiguità a dir poco geniale. In esso l’ammirazione e la critica del regista sembrano fondersi.

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