Locarno 70 (Piazza Grande): Good Time di Josh e Benny Safdie, dramma criminale psichedelico che spiazza e coinvolge lo spettatore

Good Time dei fratelli Josh e Benny Safdie è un dramma criminale psichedelico, sincopato e coinvolgente fino all'ultima inquadratura. Una messa in scena provocatoria e spiazzante con Robert Pattison ancora in una grande prova attoriale

  • Anno: 2017
  • Durata: 100'
  • Genere: drammatico, thriller
  • Nazionalita: Usa
  • Regia: Josh Safdie, Benny Safdie

Fin dalla prima sequenza di Good Time si percepisce il disagio della situazione che vive il personaggio: in primo piano, con una fotografia sgranata e dai colori desaturati, assistiamo al colloquio di un ragazzo, Nick Nikas, dalle capacità intellettive ridotte attraverso il colloquio con lo psichiatra. Proprio mentre il disagio del giovane cresce irrompe nella stanza il fratello maggiore Connie che lo porta via dallo studio medico con la forza.

È questo il prologo dell’ultima pellicola dei fratelli Josh e Benny Safdie, registi, sceneggiatori e attori – Josh ha partecipato alla scrittura del film, mentre Benny interpreta Nick. Subito dopo il titolo Good Time inizia invece un viaggio violento, ipercinetico e psichedelico dei due fratelli. Travisati, con maschere di lattice che riproducono le fattezze di afroamericani, i due rapinano una banca. All’apparenza il colpo fila liscio e i due fratelli, guidati da Connie e con l’aiuto di un complice, si allontanano con la borsa piena di soldi. All’improvviso però scoppia il colorante messo insieme al denaro dall’impiegata, causando un incidente e la conseguente fuga rocambolesca per le strade di New York. Mentre il fratello maggiore riesce a fuggire, Nick viene arrestato dalla polizia e rinchiuso in carcere.

La narrazione di Good Time si sposta temporalmente dal giorno alla notte, divisa a sua volta in due lunghe parti composte da sequenze in cui il montaggio è sempre sincopato e anche i dialoghi si fanno veloci. Così Connie – interpretato da Robert Pattison in gran forma che dà ancora una volta prova della maturità attoriale raggiunta dopo i film di David Cronenberg, Cosmopolis e Maps to the Stars, e in Civiltà perduta di James Gray – cerca in ogni modo di trovare il denaro sufficiente per pagare la cauzione al fratello, coinvolgendo anche la matura fidanzata (una Jennifer Jason Leigh ancora una volta in un ruolo di donna border line, insicura, destabilizzata). Scopre così che nel frattempo Nick è stato vittima di un feroce pestaggio all’interno del carcere e ricoverato in ospedale. Questa prima parte notturna continua con un’altra fuga dei due fratelli e il rifugiarsi in una casa di una donna di colore incontrata casualmente.

Quando Nick si riprende e si toglie le bende e il collare, che ricoprivano la sua faccia, inizia la seconda parte della lunga notte protagonista temporale di Good Time. Ma questa volta Nick è completamente diverso fisicamente, parla con lucidità e prende il comando della situazione.

Ecco che qui abbiamo una svolta narrativa in un turn off emotivo in cui Connie si rende conto di aver liberato un estraneo al posto del fratello. Il ragazzo, attraverso un ulteriore flash back, racconta a Connie la sua vita da spacciatore di droga; l’acquisto di una bottiglia di acido sintetico, per impregnare delle figurine e venderle insieme a una coppia di amici; la prova della acido su di loro; la fuga in un parco di divertimento; l’inseguimento della polizia; l’entrata nel “tunnel dell’orrore”, dove hanno nascosto la droga e poi il buio della mente. Questo segmento è un altro elemento significativo della mise en abyme che connota la struttura diegetica di Good Time, dove i piani interpretativi si accavallano e confondono e la realtà si trasforma in una sequela di immagini che colpiscono l’occhio dello spettatore e fanno vibrare il lato oscuro della propria mente.

Se fino a questo momento tutto si svolge in modo lineare, dove le elissi temporali sono poche e calibrate, da adesso in poi si assiste a un’ulteriore accelerazione del tempo, attraverso una scelta formale di movimenti della macchina da presa sincopate e dal corpo degli attori, che si dimenano come marionette impazzite, all’interno di spazi scenici in cui la finzione viene messa in scena all’ennesima potenza. Così il tempo reale implode nel buco nero dello tunnel del parco giochi, nella artificiosità cinematografica e spettacolare definita e circolare, chiusa, inglobata, senza uscita dalla macchina di un divertimento artificiale e malato.

Alla fine di questo ennesimo viaggio, Connie e il suo nuovo compare riescono a passare la notte e a trovare la bottiglia di acido. Ma in un finale improvviso, il ragazzo cade nel vuoto e Connie viene arrestato. Connie ha lo sguardo fisso ripreso frontalmente dalla macchina da presa, dietro la grata seduto nel sedile posteriore dell’auto della polizia. Che fine ha fatto Nick?

Domanda che trova una risposta nel finale di Good Time: Nick è di nuovo nell’ospedale psichiatrico e viene condotto all’interno del gruppo di cura per la terapia, mentre scorrono i titoli di coda e si ascoltano le parole di una canzone sulla solitudine dell’uomo e il desiderio di “bei tempi”.

Good Time diventa così una provocatoria e spiazzante messa in scena di una tranche de vie di un desiderio di libertà assoluta di due ragazzi ai margini della società. Perché quando la razionalità e la ragione vengono alterate, l’unico linguaggio che rimane è quello della violenza per darsi alla fuga da un mondo e da un tempo presente che possono essere tutto, ma non sono certamente buoni. Per nessuno.

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Utlima modifica: 10 Agosto, 2017



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