Happy End di Michael Haneke: la messa in scena di un alienato affresco intergenerazionale

La padronanza analitica di Haneke rende il suo cinema uno dei più efficaci ritratti di un sistema finito. Haneke non vuole più neanche destabilizzare, e, sebbene continui a rispettare fino allo sfinimento il contratto di fiducia che ripone nella finzione, si fa più leggero, sarcastico, istrionico

  • Anno: 2017
  • Durata: 110'
  • Distribuzione: Cinema
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Michael Haneke
  • Data di uscita: 30-November-2017

Prime sequenze girate con il cellulare, documentano atti quotidiani e l’omicidio di un criceto. Cosi inizia la storia della famiglia Laurent. C’era una volta in Francia, a Calais, un interno di alta borghesia. Eve ha quasi tredici anni e sta perdendo la madre a causa di abuso di psicofarmaci. Viene condotta a casa del padre Thomas che nel frattempo si è risposato con Anais, ha un altro figlio e intrattiene una relazione virtuale ad alto tasso erotico. La zia di Eve è a capo, insieme al figlio, di una grande azienda di edilizia industriale: un incidente in un cantiere provoca la morte di un operaio. Nella stessa casa vive anche il nonno, che apparentemente non ricorda nulla ma che sa bene come cercare di porre termine alla sua esistenza

Attraverso una magistrale sceneggiatura Michael Haneke riesce a opacizzare qualunque evidenza significativa che potrebbe sembrare immediata. Sposta, dilata, frammenta, spezza, ricongiunge, disarmonizza, rappresentando scene spiazzanti di un alienato affresco intergenerazionale, nel quale il più vecchio e la più giovane, soli, mantengono uno sguardo che osserva e analizza lucidamente.

Come in Benny’s Video e in Cachè la tecnologia è protagonista: non si comprenderebbe la disgregante contemporaneità senza la pervasività di strumenti che sono ormai il DNA delle nostre esistenze. Non è tanto lo scollamento dal mondo circostante che interessa questa scientifica osservazione sul mondo alto borghese quanto l’estraneità da se stessi e dalla capacità di comprendere il significato di realtà familiari, sociali, umane in balia di derive psicopatologiche irreversibili.

Il nonno di Eve ha ucciso la moglie soffocandola per eccesso di amore (Amour) e ora per disgusto vuole farla finita; tutti sentimenti forti, travolgenti, impregnano il suo suo vissuto ormai maleodorante di vite inutili e meschine; solo Eve può aiutarlo, solo lei, l’ultima generazione degenerata nell’abisso dell’apatia come sistema di difesa dalla assurdità insignificante. Eve non ha buon senso, Eve non prova sentimenti, registra e agisce, come può fare solo chi ha visto delusa ogni speranza circa la possibilità di reperire un senso. Vive uno stato di inerzia, un vuoto pieno di rinuncia, una sorta di assenza di gravità di chi si trova in uno spazio in disuso, dove non è il caso di lanciare alcun messaggio perché non c’è anima viva che lo raccolga. Eve non sa perché, solo la sua “buona” educazione la porta a tenere a bada gli eccessi emotivi, che rendono indifferente anche la vita: la sua mancata crescita emotiva la rende inespressiva, non reattiva, gli eventi le passano accanto senza una vera partecipazione. Solo lei può essere la salvezza del nonno, che, invece travolto dal suo vissuto, sa cosa vuol dire provare sentimenti, emozioni, dolori, gioie, vita, e proprio per questo è nauseato dalla radicale perdita di qualunque interesse per un mondo scaduto.

La padronanza analitica di Haneke rende il suo cinema uno dei più efficaci ritratti di un sistema finito. Haneke non vuole più neanche destabilizzare, e, sebbene continui a rispettare fino allo sfinimento il contratto di fiducia che ripone nella finzione, si fa più leggero, sarcastico, istrionico. L’istantanea è piuttosto sobria, c’è un profondo rispetto per l’assuefazione ricettiva, nessun allarmismo, non c’è fretta, non è troppo tardi. D’altronde il tempo è scaduto, non si può riavvolgere il nastro, il The End questa volta sarà finalmente l’unico possibile atteso Happy End della storia. Eccitante.

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