I film girati in carcere, cosa vedere. Un’analisi in 14 film

film in prigione

Cinema e carcere sono positivamente legati da un proficuo sodalizio risalente ormai a decenni, che si è sviluppato e consolidato negli anni, regalandoci una serie lunghissima di opere spesso di grande qualità.
Queste ultime hanno abbracciato una discreta varietà di generi, dal più frequente thriller, alla fantascienza, a film drammatici o d’azione, al documentario, fino alle ormai seguitissime serie tv.

  • Quali sono i film girati in carcere da vedere? Quali pellicole hanno come habitat la prigione e perchè sempre più registi si avvicinano a questo tema così forte e a tratti pericoloso?

Non è difficile intuire quali e quanti aspetti rendano il tema della reclusione un soggetto appetibile stimolante sia per un autore che per la mente di uno spettatore. Identificarsi con lo stato di privazione della libertà, con quello di sottomissione forzata o altrettanto forzata convivenza con estranei, i conflitti tra l’identificazione e l’empatia verso questi vissuti umani che accomunano qualsiasi individuo e la altrettanto umana posizione di biasimo nei confronti di qualcuno che ha commesso dei reati, sono tutti elementi estremamente evocativi che fanno del carcere un substrato ideale attorno e dentro il quale costruire delle sceneggiature efficaci e incisive, mettere in scena dei drammi, testimoniare e descriverne la realtà girando dei documentari, estenderla e ampliarla in modo fantastico immaginandola nel futuro.

Basti pensare a registi tra i più autorevoli come Kubrick e Scorsese, che hanno subito il fascino di questo connubio e lo hanno messo in scena in cult come Arancia Meccanica e Shutter Island, o ricordare altrettanto note pellicole come Dead Mean Walking, Le ali della libertà, Birdy, Il miglio verde, Fuga da Alcatraz e il violentissimo Bronson (di cui abbiamo scelto la copertina per questo articolo) ad opera di Nicolas Winding Refn.

Orientando il fuoco dell’interesse in particolare sulla produzione nostrana, di film in prigione vi è comunque un numero cospicuo di opere sia datate che recenti che testimoniano il notevole ascendente che questo soggetto ha avuto anche sugli autori italiani.

Si parte da piccole grandi perle forse non nei ricordi dei più giovani ma di grande valore, come Nella città l’inferno (Renato Castellani, 1959), una delle pochi casi in cui viene rappresentata dal cinema la detenzione femminile, interpretata dalle meravigliose Anna Magnani e Giulietta Mesina o Cittadino in attesa di giudizio (Nanni Loy, 1971) con Alberto Sordi, per continuare con i più noti e popolari Mery per sempre(Marco Risi, 1989) e Vallanzasca (Michele Placido, 2010), fino ad arrivare ai più recenti ma non meno validi Cesare deve morire (F.lli Taviani, 2012) e Fiore (Claudio Giovannesi, 2016).

Il primo tra i più recenti, bellissimo esempio del potere dell’arte, che diventa un fortissimo elemento motivante e identificativo per i detenuti, nel quale è rappresentato un laboratorio teatrale tenutosi al carcere di Rebibbia, dove un gruppo selezionato di individui responsabili di reati gravissimi, diretto dal regista Fabio Cavalli, arriva a mettere in scena il Giulio Cesare di Scheakspeare.

Il secondo, piacevolissima sorpresa dell’ultimo anno, è una pellicola che ritrae un’altra realtà poco rappresentata dal cinema, quella del carcere minorile.

Particolarmente degno di nota, il recentissimo e molto interessante documentario di Claudio Casazza, Un altro me, che ha già ricevuto diversi riconoscimenti ed è stato premiato in vari festival, tra i quali il Festival dei Popoli di Firenze.

In tale pregevole lavoro, il regista riesce a occuparsi dello spinosissimo e complesso tema dei reati a sfondo sessuale, ritraendo la realtà di un particolare trattamento psicoeducativo della durata di un anno effettuato appunto con un gruppo selezionato di detenuti responsabili di questo genere di reati, e lo fa senza mai scadere nella cattura di emozioni a buon mercato.

Sia dal punto di vista della scelta dei momenti del trattamento da mettere in scena, in cui si alternano dei colloqui di gruppo  a momenti più astratti come quelli piuttosto suggestivi in cui viene utilizzata l’arteterapia, sia della scelta di inquadrature sempre discrete e rispettose che  riprendono momenti più sentiti e coinvolgenti intercalati a circostanze più essenziali e meno cariche, danno modo all’autore di far emergere l’emotività di una realtà così delicata senza risultare mai melodrammatico, catturandone comunque tutto il pathos e l’espressività. Il risultato è un prodotto significativo e meritevole.

In realtà, il legame tra cinema e carcere può essere considerato duplice e tale dualità gli conferisce un ruolo più profondo e rilevante, che enfatizzandolo, si unisce al valore della messa in scena di questo carismatico soggetto.

Come si può vedere nel succitato documentario di Claudio Casazza, e così in tante altre pellicole sia italiane che non, il cinema, oltre a rappresentarlo, viene utilizzato nel contesto carcerario come vero e proprio strumento offerto ai detenuti con diversi scopi, da quello di semplice svago e attività comune, al più importante e significativo fine terapeutico.

In Un altro me, nell’ambito del trattamento, ad un certo punto viene proiettato The Woodsman (Nicole Kassell, 2004), che tratta specificamente della riabilitazione di un pedofilo; il film ha in questo caso un chiaro scopo identificativo.

In altri carceri la proiezione di film, dopo la quale si discute insieme ai detenuti dei temi trattati, ha una forma simile a quella del cineforum, che può avere scopo semplicemente ludico, catartico o educativo, e in altri ancora, più specificamente perturbante.

In particolare, nella piccola realtà della Colonia Penale di Isili in Sardegna, per esempio, il lavoro che viene fatto con il cinema è di partire dalle emozioni evocate dal film per rendere i detenuti più consapevoli dei propri vissuti, così da evitare e prevenire che si trasformino in sintomi.

L’utilizzo del cinema a scopo terapeutico ha assunto anche dei contorni che potrebbero essere definiti aberranti o quantomeno molto discutibili in un istituto penitenziario delle Haway (il Kawai country correctional center) dove il direttore ha affrontato una causa penale per aver istituito la cosiddetta “terapia della vergogna”, costringendo i detenuti a vedere dei film che rappresentassero i loro reati(stupro e violenze) e poi umiliandoli e insultandoli durante le discussioni successive allo scopo di “sensibilizzarli”. Diciamo che la realtà ha quasi superato la fantasia, se si fa riferimento al noto trattamento Ludovico di Arancia Meccanica.

Infine, sempre a proposito di utilizzi del cinema in ambito carcerario, il mese  scorso, nella Casa Circondariale di Dozza in Emilia Romagna , è stato istituito addirittura un festival, cui è stato dato il nome di Festival Cinevasioni, che vede ben 11 opere in concorso, con tanto di vera e propria giuria presieduta dall’attore Ivano Marescotti e  costituita da un gruppo di detenuti che avevano partecipato a un laboratorio formativo  specifico effettuato precedentemente.

Roberta Girau



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